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Scenari

Usa 2011, i dilemmi del declino

31 Dic 2010 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

Ha nome New Start il trattato con la Russia sulla limitazione delle armi nucleari strategiche, ratificato in extremis dal Senato degli Stati Uniti, mentre nelle vie e nelle piazze tintinnavano ossessivi i campanelli di Santa Claus, annunciatori di regali. In inglese significa “nuovo inizio”, e augura bene per il futuro della politica estera di Obama. Ci si può contare intanto per il 2011? Per rispondere alla domanda è bene porla in un contesto di medio periodo, che non è favorevole né dal punto di vista politico né da quello economico.

Scontro partigiano
Lo scenario politico è segnato da un’acuta polarizzazione partitica, che sembra destinata a durare almeno per un biennio, fino alle elezioni presidenziali del novembre 2012, in occasione delle quali si vedrà se vale ancora l’antica regola che non si diventa presidente se non si conquista il centro moderato. Chiunque visiti gli Stati Uniti in questi tempi è colpito dalla durezza del linguaggio nei talk show televisivi e dalla faziosità delle argomentazioni, l’una e l’altra, pare, atte a conquistare audience e attirare inaudite quantità di fondi a scopo lobbistico, ora che la Suprema Corte ne ha eliminato ogni limitazione.

Lo scontro partigiano non ha per oggetto principale gli affari internazionali. Dominano la situazione economica e quella sociale, anzi la stessa concezione dello stato: cioè il ruolo del governo federale, i limiti all’immigrazione e il giusto rapporto fra libertà individuale ed equità comunitaria, tutte cose su cui si è fatta l’America.

Ma anche la politica estera ne risente. Alla vigilia del voto favorevole allo Start rinnovato, il New York Times riferiva che “i collaboratori di Obama sono i primi ad ammettere che la lezione della battaglia sul trattato è che la spaccatura politica sulla sicurezza nazionale si sta allargando”. Non che il partito repubblicano abbia una strategia alternativa a quella dell’amministrazione: a favore di una ratifica così ovviamente nell’interesse di Washington è dovuto intervenire l’intero establishment di quella parte, da Henry Kissinger a Condoleezza Rice, contro la resistenza di praticamente tutti quelli che hanno ambizioni presidenziali, da Mitt Romney a Sarah Palin.

Il macigno del debito
Più avverso ancora è il contesto economico, che non si limita al prossimo biennio, ma influenzerà le cose per almeno un altro decennio. Tutte le previsioni concordano che, durante questo intervallo di tempo ,gli Stati Uniti vedranno declinare la loro potenza rispetto a quelle emergenti, anzi già emerse, e probabilmente anche lo standard di vita dei cittadini.

Il punto di maggiore debolezza è la situazione fiscale. Fino a circa dodici anni fa, con l’eccezione della seconda guerra mondiale, il debito federale si è mantenuto intorno a un terzo del Pil. Durante la presidenza Clinton, qualche anno fiscale ha perfino registrato dei surplus. Durante quella di Bush (figlio) la situazione si è rapidamente deteriorata, non solo e non tanto per l’Iraq, l’Afghanistan e la guerra globale al terrorismo, quanto perché la suddetta divisione politica, da allora crescente, ha fatto mancare il tradizionale consenso bipartisan attorno all’obiettivo di raggiungere un qualche equilibrio di bilancio.

La grande crisi finanziaria divenuta economica, che ha accompagnato il passaggio di consegne a Obama, ha fatto il resto. Risultato: il Congressional Budget Office stima a quasi dieci le migliaia di miliardi di dollari di deficit che si accumuleranno di qui al 2020, dunque quasi un migliaio all’anno, portando il debito al 90% del Pil di quella che pur resterà la prima economia del mondo. Di conseguenza, tenuto conto che al finanziamento di un tale deficit si aggiunge il servizio del debito accumulatesi, il Tesoro americano dovrà chiedere in prestito qualcosa come cinquemila miliardi ogni anno. Non bastasse, sono fuori da queste valutazioni le garanzie a imprese governative, come le famose Fanny Mae e Freddie Mac, nonché l’indebitamento dei governi locali, California in testa. Ora, chi è il più grande prestatore al più grande debitore? La Cina, come è noto, cioè quella delle potenze economiche emerse che più delle altre è anche potenza geo-strategica rivale.

Le sfide della politica estera
Il che dal contesto ci riporta all’attualità della politica estera. Questa, già marginale nelle recenti elezioni di metà mandato (mid-term), difficilmente sarà decisiva in quelle presidenziali del 2012. A meno che non sia decisiva per impedire la rielezione di Obama, in conseguenza di un qualche evento internazionale da cui appaia che gli Stati Uniti escono perdenti. Obama deve operare in modo da evitare tale seconda occorrenza di qui ad allora. Ma contemporaneamente deve impostare una nuova politica estera che tenga conto del difficile stato del paese che guida, se aspira a un secondo mandato che gli conferisca un posto nella storia per qualcosa di più che essere stato il primo presidente afroamericano.

Le aree di crisi potenziale non mancano: due guerre militar-civili, con associati rischi di insuccesso, soprattutto nel caso afgano-pakistano; la complicazione nord-coreana nel suddetto complesso rapporto economico-strategico con il gigante cinese; lo stallo, forse definitivo, del negoziato israelo-palestinese; la necessità di ulteriori progressi nel disarmo atomico (riduzioni anche delle testate tattiche, bando ai test, limiti alle produzioni di uranio arricchito) anche come leva per fermare la proliferazione nucleare; eccetera. Orbene per ognuno di questi casi, l’opposizione repubblicana, non ha come si diceva una strategia, ma ha una tattica, consistente non nell’essere per qualcosa (al di là di una retorica di potenza avulsa dalle nuove realtà) bensì contro qualcuno (come la Russia o la Cina, il terrorismo islamico o l’immigrazione messicana), perché è più pagante nella polemica contro la persona del presidente. Ora, per non fare che un esempio, l’impasse nel processo di pace del Medio Oriente è figlio della polarizzazione politica, per l’influenza decisiva che la potente lobby pro-Israele, pur minoritaria fra gli ebrei americani, gioca su un Congresso diviso sull’unilateralismo di Netanyahu.

Affrontare il paradosso
A differenza dell’opposizione, l’amministrazione ha bisogno di una strategia di fondo, che muova realisticamente dal presente, paradossale stato delle cose. Quello di un’America che resta prima potenza economica, come già notato, e ha capacità militari pari a quelle di Cina, Russia, Giappone, India e resto della Nato messe assieme, e tuttavia è afflitta dal un pesante debito e, per questo, ma non solo per questo, è in declino relativo, dopo l’apice di potenza raggiunto con la fine della guerra fredda. Sui dilemmi fra la crescita e la responsabilità fiscale è in corso oltre Atlantico un ampio dibattito, non solo nazionale, i cui termini esulano da questa nota. Anche sui modi di arginare il declino è stata avviata una riflessione, che si può sintetizzare rozzamente in una formula: gli Stati Uniti nel mondo devono fare meno, ma lo devono fare meglio.

In proposito, negli ambienti della foreign policy community statunitense, gode al momento di una certa popolarità un libro dal titolo “La superpotenza frugale”, che ben riassume la tesi dell’autore, Michael Mandelbaum: Washington, oltre a mettere ordine in casa propria (a cominciare da una seria tassazione della benzina, che riduca ad un tempo la dipendenza energetica e il deficit), deve d’ora in poi essere molto più selettiva nel decidere dove, come e quando intervenire, o comunque agire, o sentirsi investita di un ruolo.

Nuovi strumenti e nuovi partner
È interessante mettere accanto a questa esortazione i ripetuti interventi orali e scritti del Segretario di stato (da ultimo in un articolo su Foreign Affairs) per uno spostamento delle priorità dallo strumento militare a quelli civili, non solo per risparmiare in tempi di vacche magre, ma anche perché gli strumenti civili appaiono più appropriati alle nuove sfide alla sicurezza nazionale americana. Detto questo, Hillary Clinton, e lo stesso Presidente per la verità, affermano, a differenza di Mandelbaum, che gli Stati Unti devono tenere alto l’orizzonte del loro ruolo globale, anche se non possono più pretendere di agire da soli.

A questa ambizione, ragionevole, non sembra corrispondere tuttavia un’analisi soddisfacente. Se gli Usa non possono più far da soli, chi sono gli altri? Grosso modo li si può dividere in due gruppi: i partner tradizionali, come Unione Europea, Giappone e qualche altro, e quelli nuovi, necessari, cioè le potenze emerse o emergenti. Due gruppi sostanzialmente distinti: chi è parte dell’uno, non lo è dell’altro. Quali sono le strategie per rendere gli appartenenti al secondo gruppo cointeressati – stakeholders, come si dice – in questo sistema internazionale, che resta il principale lascito dell’America all’apice? E quali le sinergie ancora realizzabili con i primi, che di esso sono pur stati compartecipi significativi, quali che siano le loro attuali insufficienze? Anche su queste due sfide si valuterà l’opera del governo e il dibattito dell’intelligentsia americana nel 2011.

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Vedi anche:

C. Trezza: Il Senato Usa rilancia il disarmo nucleare

P. Guerrieri: Obama, percorso a ostacoli per la rielezione

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