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Energia

La sfida Nabucco-South Stream tra geopolitica e dinamiche di mercato

28 Dic 2010 - Andrea Bonzanni - Andrea Bonzanni

Molti osservatori erano convinti che la seconda metà del 2010 sarebbe stato il momento della svolta per la lunga sfida sul cosiddetto “corridoio meridionale”, ovvero la rete di pipeline che dovrebbe rifornire di gas naturale l’Europa centrale e meridionale. Si sbagliavano: l’aspra competizione in atto, a partire almeno dal 2007, tra i due gasdotti rivali Nabucco e South Stream per il trasporto delle risorse del bacino del Caspio e la conquista di fette dei lucrosi mercati energetici europei, appare quanto mai aperta ed incerta. Il contrasto di interessi tende peraltro a intrecciarsi, e confondersi, con una contesa geopolitica d’altri tempi: Nabucco è infatti appoggiato politicamente dalla Commissione Europea e dagli Stati Uniti, mentre South Stream è frutto di una joint-venture tra il gigante russo Gazprom ed Eni (a cui si dovrebbe presto aggiungere la francese Edf). A seguire con interesse e preoccupazione la disputa sono in particolare Casa Bianca e Pentagono, come risulta anche dai cablogrammi diffusi dal sito Wikileaks.

Dubbi crescenti su entrambi i fronti
La situazione dei due progetti è in realtà molto diversa da quanto anticipato. Nabucco, nonostante il forte sostegno politico e il prospettato appoggio economico di importanti istituzioni finanziarie internazionali, manca ancora del requisito più importante, ovvero l’accesso a sufficienti riserve di gas. Al momento, l’unico fornitore sicuro è l’Azerbaigian, che ha però mostrato una crescente irritazione per i ritardi del progetto e guarda a Mosca e a Teheran come credibili alternative. Escluso da tempo l’Iran per motivi politici, il consorzio punta ad assicurarsi forniture dai pozzi turkmeni ed iracheni ma, per ragioni diverse, l’accesso a tali fonti sembra poco probabile nel breve periodo.

D’altra parte, South Stream non se la passa granché meglio. Fortemente voluto da diversi settori dell’establishment politico russo, il progetto appare sempre più discutibile da un punto di vista economico. Prevede infatti la costruzione di una costosa pipeline sottomarina nel Mar Nero e la capacità di 63 miliardi di metri cubi (Mmc) – necessaria per realizzare adeguate economie di scala e bilanciare così gli enormi costi fissi di costruzione – sembra eccessiva, data la forte diminuzione del consumo europeo di gas. I diversi tentativi di coinvolgere una compagnia tedesca (negli ultimi mesi sono circolati i nomi di Rwe e Wintershall) sono un altro indizio delle difficoltà che attraversa il consorzio. E i disaccordi emersi in diverse occasioni tra Eni e Gazprom non aiutano ovviamente un regolare sviluppo del progetto.

La dura legge del mercato
Chi interpreta la competizione tra i due gasdotti in termini geopolitici trascura un punto molto importante: gli ostacoli che impediscono ai gasdotti di vedere la luce non sono di matrice politica. Sia Nabucco sia South Stream hanno infatti ricevuto l’approvazione da tutti i governi coinvolti nei progetti e le difficoltà dei due consorzi sono piuttosto di natura economica, legate a specifiche dinamiche dei mercati del gas a livello regionale e globale.

In primo luogo, la Grande Recessione ha drammaticamente ridotto il consumo di gas in Europa e la sua ripresa è più lenta del previsto. L’ultima versione degli scenari energetici da qui al 2030 (EU Energy Trends to 2030) pubblicata dalla Commissione europea prevede che la produzione di calore ed elettricità da gas naturale cresca solo marginalmente in termini assoluti e che il suo contributo al consumo totale di energia in Europa diminuisca dal 25.9% al 24.3%. Nonostante gli indiscutibili benefici del gas a livello tecnologico, economico ed ambientale, le già esistenti centrali nucleari e a carbone stanno continuando a provvedere il “carico di base”, ovvero la quota di consumo energetico non soggetta a fluttuazioni giornaliere e stagionali. Contemporaneamente, il bisogno di fonti energetiche intermittenti nei periodi di picco della domanda è sempre più soddisfatto da fonti rinnovabili, isolate da dinamiche di mercato grazie a generosi sussidi e tariffe preferenziali.

In secondo luogo, l’industria del gas sta attraversando una profonda trasformazione strutturale dovuta allo sfruttamento su larga scala, negli Stati Uniti, dello shale gas, il gas naturale estratto da particolari tipi di rocce. Ciò ha causato un aumento dell’offerta a livello globale, che ha portato, fra l’altro, al ricollocamento in Europa di larghe quantità di gas naturale liquefatto (Gnl) prodotte prevalentemente in America Latina e Qatar e inizialmente destinate al mercato statunitense.

Questo fenomeno, unito alle speculazioni sull’estrazione di shale gas anche in Europa (il che è peraltro improbabile che avvenga in quantità significative), ha depresso i prezzi spot sul mercato europeo, riducendo la domanda di gas trasportato da pipeline al livello minimo concordato nei contratti a lungo termine. Diverse compagnie europee hanno persino domandato a Gazprom e ad altri fornitori di diminuire i prezzi o le quantità minime da acquistare, incontrando – a riprova della serietà della situazione – un inusuale atteggiamento conciliante.

Fattore ucraino
In aggiunta a tutto ciò, la mutata situazione politica in Ucraina ha ulteriormente messo in questione la ragione economica dei due gasdotti. Con il presidente pro-russo Viktor Yanukovich solidamente al potere, è ora improbabile che le ricorrenti dispute sui pagamenti tra Kiev e Mosca si aggravino al punto da causare una nuova “chiusura dei rubinetti”, come avvenuto nel 2006 e nel 2009. Si è fatto pertanto meno pressante l’interesse ad aggirare il territorio ucraino, su cui transita l’80% delle esportazioni di gas russo verso l’Europa.

L’eliminazione di oscure società intermediarie negli affari tra Gazprom e l’operatore dei gasdotti ucraini Naftogaz, negoziata nell’ottobre 2008 dall’allora primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko, ha contribuito a semplificare le relazioni contrattuali tra l’opaco settore energetico ucraino e i partner stranieri, rendendo le dispute meno frequenti. Inoltre, Gazprom sta lavorando da mesi ad una fusione con la stessa Naftogaz, che risolverebbe in maniera definitiva il problema, conferendo a Mosca un pieno controllo sulla rete gassifera ucraina.

Dilemma del prigioniero
I due consorzi rivali e i loro sponsor politici si trovano perciò di fronte al più classico “dilemma del prigioniero”: sia la Russia sia la complessa rete intergovernativa che promuove Nabucco sono pronte a sussidiare i rispettivi progetti, ma entrambi subirebbero una perdita netta qualora entrambi i gasdotti siano completati. È probabile quindi che la sfida tra Nabucco e South Stream continui per qualche tempo ad attraversare una fase interlocutoria, durante la quale ciascuno dei due progetti procederà lentamente, tenendo costantemente sott’occhio quanto avviene nel campo del rivale. Gli ingenti costi già sostenuti, i grandi interessi in gioco e considerazioni di status e prestigio da parte degli stati coinvolti complicano ulteriormente la situazione, rendendo entrambe le parti restie ad abbandonare la competizione.

Un approccio realistico suggerirebbe di trattare la questione nel più ampio contesto dei negoziati bilaterali tra Ue e Russia, il più adatto per reciproche concessioni che consentano di arrivare a una soluzione concertata. Se ne è in effetti discusso in vari contesti, sia formali che informali, come il recente summit russo-franco-tedesco di Deauville, ma non sembra, per il momento, che s’intenda intavolare una trattativa nelle sedi più opportune ed impegnative.

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Vedi anche:

N. Sartori: L’Italia, la Russia e gli equilibri energetici europei

N. Sartori: Retromarcia italiana su South Stream?

P. Duţa: Passa per la Romania la terza via tra Nabucco e South Stream