IAI
Dopo la conferenza Onu di Cancun

Italia al palo nella lotta ai cambiamenti climatici

22 Dic 2010 - Monica Frassoni - Monica Frassoni

La conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite a Cancun, in Messico, dal 29 novembre al 10 dicembre, secondo alcuni ha rappresentato più un salvataggio del processo negoziale promosso dall’Onu che un concreto passo avanti nella lotta ai cambiamenti climatici. I due aspetti, tuttavia, non possono essere disgiunti, perché senza la cornice delle Nazioni Unite è impossibile coordinare gli interventi necessari per abbattere le emissioni su scala planetaria e raggiungere gli ambiziosi obiettivi sottoscritti negli accordi, ancorché non vincolanti, di Cancun.

In questo contesto, non particolarmente attivo è risultato il ruolo dell’Italia, che su diversi dossier ha assunto posizioni non in linea con la maggioranza (o la totalità) degli altri paesi dell’Ue: il nostro paese è stato l’unico, tra quelli europei, ad opporsi al sostegno dell’Ue per il prolungamento degli effetti del protocollo di Kyoto, che scadrà nel 2012, continua ad opporsi all’aumento unilaterale da parte dell’Ue degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2 dal 20% al 30% e, infine, alla fissazione di obiettivi vincolanti per l’efficienza energetica.

Passi avanti
Alla luce degli esiti deludenti della conferenza di Copenaghen di fine 2009 e dei contrasti che hanno accompagnato la vigilia della conferenza di quest’anno, era poco realistico attendersi che a Cancun venissero sottoscritti accordi vincolanti: Giappone e Russia erano indisponibili a discutere impegni per il post-protocollo di Kyoto (firmato nel 1997 e in scadenza nel 2012); Cina, Usa e India in disaccordo sul carattere vincolante degli obiettivi e sui controlli da realizzare per garantirne il rispetto; gli Stati Uniti di Obama bloccati dalla nuova maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti, contraria a limiti troppo stretti alle emissioni. Con queste premesse, può già considerarsi positivo il fatto che nessuno dei partecipanti abbia abbandonato il tavolo delle trattative prima della conclusione della conferenza, anche grazie alla presidenza di ferro della ministra degli esteri messicana Patricia Espinosa.

Tuttavia, soprattutto in campo ambientale il tempo stringe, e se nella conferenza dell’Onu in programma per il prossimo anno a Durban, in Sudafrica, non si giungerà ad un accordo sul prolungamento del protocollo di Kyoto, i passi avanti compiuti a Cancun andranno dispersi.

Per il momento, comunque, si possono registrare almeno tre risultati positivi. Il primo riguarda l’approvazione di un meccanismo di finanziamento per i paesi poveri, affinché preservino le loro foreste, noto come Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado delle foreste (Redd+): considerando che la deforestazione determina un aumento del 15-20% delle emissioni, non si tratta di un risultato da poco. Non è ancora chiaro, tuttavia, se i finanziamenti verranno stanziati direttamente ai singoli paesi, rendendo i controlli più facili, o in base ai singoli progetti, con una soluzione forse più problematica dal punto di vista dei controlli.

Un secondo risultato positivo è l’impegno, sottoscritto dalle parti, per l’istituzione di un fondo di aiuti ai paesi poveri per la riduzione delle emissioni e, soprattutto, per interventi di adattamento ai cambiamenti climatici. Non sono state rese pubbliche delle cifre esatte, anche se i paesi industrializzati hanno confermato gli impegni sottoscritti lo scorso anno a Copenaghen: 30 miliardi di dollari fino al 2012 (il cosiddetto “fast-track”, cui l’Italia non sta contribuendo, nonostante gli impegni pubblicamente assunti dal governo) e 100 miliardi di dollari all’anno tra 2012 e 2020: ma, come detto, si tratta di cifre che non figurano nell’accordo finale sottoscritto a Cancun. I fondi dovrebbero essere gestiti dalla Banca mondiale: una scelta su cui non si è registrata l’unanimità dei consensi, soprattutto tra le Ong.

Il terzo risultato positivo, infine, riguarda l’accordo di massima per realizzare ispezioni di verifica dei tagli alle emissioni nei singoli paesi e l’impegno a dar vita ad un comitato che studi come trasferire tecnologie per l’abbattimento delle emissioni dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo o meno avanzati. Importante, da questo punto di vista, il cambio di atteggiamento della Cina, inizialmente contraria alle ispezioni perché considerate una violazione della sovranità nazionale. Entrambe le questioni, tuttavia, avranno bisogno di ulteriori messe a punto.

Il clima non aspetta
Sul tema centrale della riduzione delle emissioni di gas serra, invece, da Cancun non sono giunte indicazioni rilevanti. Nelle conclusioni della conferenza sono stati inseriti gli impegni per la riduzione delle emissioni assunti dai paesi industrializzati nel 2009 a Copenaghen. Si tratta tuttavia di impegni assunti su base volontaristica, che non rientravano tra gli accordi ufficiali sottoscritti un anno fa. Inoltre, la distanza tra quegli impegni e quanto invece sarebbe necessario fare per contenere entro i 2 gradi centigradi il riscaldamento globale nei prossimi decenni rimane ancora molto alta, sia per i paesi sviluppati che per le economie emergenti: secondo gli esperti, infatti, sulla base degli impegni unilaterali assunti fino ad oggi per ridurre le emissioni, la temperatura aumenterebbe comunque di 3,2 gradi centigradi entro il 2050, con conseguenze ambientali potenzialmente devastanti.

Manca, infine, la definizione di un chiaro ruolino di marcia per giungere alla sottoscrizione di un accordo post-Kyoto in occasione della conferenza del prossimo anno a Durban, che tutti considerano il vero banco di prova per l’assunzione, soprattutto da parte dei paesi grandi inquinanti e nelle zone più povere, di impegni di ampia portata. Michel Jarraud, il segretario generale dell’organizzazione mondiale dei meteorologi (Wmo), a Cancun è stato chiaro: il 2010 è stato l’anno più caldo dal 1850 (con i picchi raggiunti dall’estate russa, dove per 33 giorni consecutivi le temperature sono state di 7 gradi sopra la media).

Scarso impegno dell’Italia
L’Italia è uno dei paesi europei potenzialmente più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, a causa degli scarsi investimenti per arginare il crescente dissesto idrogeologico e di un modello di sviluppo disordinato, pur se il clima variabile della penisola può rendere l’aumento della temperatura meno evidente. Le implicazioni di questi processi non sembrano essere sufficientemente chiare per il governo italiano, che a Cancun non ha giocato un ruolo particolarmente costruttivo. Come detto, l’Italia è l’unico paese Ue che si oppone al prolungamento degli effetti del protocollo di Kyoto anche dopo il 2012 ed è contrario ad un impegno unilaterale da parte dell’Ue a ridurre le emissioni di CO2 non più del 20%, ma del 30%, e alla fissazione di obiettivi vincolanti per l’efficienza energetica.

La scarsa inclinazione del governo italiano ad assumere iniziative di contrasto ai cambiamenti climatici si conferma nonostante che gli effetti della crisi economica abbiano abbattuto quasi della metà i costi degli investimenti in questo settore. L’abbassamento dei prezzi costituisce un’opportunità importante per la promozione di attività economiche innovative in campo ambientale o volte al risparmio energetico (la cosiddetta green economy). Si tratta di attività presenti in Italia, ma meno valorizzate che in altri paesi europei: la Germania, ad esempio, ne ha fatto uno dei settori trainanti della sua significativa crescita economica attuale.

Una vera valutazione della conferenza di Cancun, dunque, sarà possibile solo alla luce delle decisioni che verranno assunte a Durban nel 2011 e delle scelte che i paesi coinvolti, e in particolare la Ue, saranno in grado di compiere nei prossimi mesi: riannodare le fila del dialogo negoziale è sicuramente importante, ma si rivelerà velleitario se non verranno adottate decisioni efficaci per rispondere a quella che appare la più grande sfida che l’umanità ha di fronte nei prossimi anni.

Vedi anche:

M. Frassoni: Il monito dell’Ue per l’emergenza in Campania