IAI
Le aziende private di sicurezza

In guerra senza uniforme

15 Dic 2010 - Stefano Ruzza - Stefano Ruzza

Le aziende private di sicurezza (private security firms – Psf) sono sempre più presenti nelle regioni dove sono in atto conflitti armati. Ad avvalersi dei servizi delle Psf sono committenti molto diversi tra loro: dal governo americano a quello della Sierra Leone, dalla British Petroleum fino ai cartelli della droga colombiani. Il Dipartimento di Stato (Dod) americano, in particolare, si è rivolto negli ultimi anni a questi operatori perché svolgessero funzioni, anche di carattere non strettamente militare, sia in Iraq che in Afghanistan.

Guerrieri privati di ieri e di oggi
Il numero degli operatori privati impegnati oggi in aree di conflitto è incomparabilmente più alto che in qualsiasi altro momento della storia moderna. Nell’area soggetta alla responsabilità del Comando militare americano per il Medio Oriente e l’Asia Centrale (Centcom), ad esempio, si contavano alla fine del 2009 ben 250.000 operatori privati al servizio del Dipartimento della Difesa (Dod) degli Usa.

Ma l’aspetto quantitativo non è il solo degno di nota. Quando si parla di “militari privati”, infatti, la mente corre all’idea del mercenario, inteso come singolo individuo che combatte a scopo di lucro. Non è questa, tuttavia, la realtà di oggi. Gli operatori privati della sicurezza non agiscono come “cani sciolti” o “mastini della guerra”: sono invece organizzati in aziende. Per quanto sia senz’altro vero che, anche in passato, i combattenti privati si siano strutturati in forme complesse – un esempio su tutti, le Compagnie di ventura – la forma aziendale è sicuramente tipica dei nostri tempi.

Il motivo per cui così tanti operatori privati sono impiegati nelle aree di conflitto dipende in larga misura dalle loro caratteristiche organizzative Un’azienda, infatti, è capace di fornire servizi diversificati, spesso sofisticati, e su larga scala e – indipendentemente dalla qualità del servizio offerto, che può essere lecito o meno – non è un’entità pregiudizialmente squalificata sul piano legale e morale. Dunque, anche committenti che non penserebbero mai di ricorrere ai mercenari tradizionalmente intesi, possono trovare interessanti e facilmente accessibili i servizi offerti da un’azienda di sicurezza privata. Anche altri vantaggi di tipo organizzativo e amministrativo – dalle modalità di assunzione e reclutamento alle condizioni contrattuali – non sono offerti da altre forme di organizzazione, o non nella stessa misura. La vecchia rete informale di relazioni tra “mastini della guerra” di certo non può competere con una moderna azienda di sicurezza privata.

Stati Uniti e aziende di sicurezza
Il committente più importante sono senz’altro gli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, si sono avvalsi della collaborazione delle aziende di sicurezza nell’ambito di numerosi programmi e in diverse crisi e sia per impieghi in patria che all’estero. Il Dod ha fatto ampio ricorso alle Psf sia in Iraq che in Afghanistan, anche se il rapporto tra militari e privati – almeno secondo i dati ufficiali – era di uno a uno già ai tempi delle guerre nei Balcani.

In Iraq, si è passati dai 120.000 operatori privati del giugno 2009 ai 100.000 nel dicembre dello stesso anno, mentre nello stesso arco di tempo in Afghanistan il numero è aumentato da circa 74.000 a 107.000. C’è dunque un parallelismo tra il numero degli effettivi militari e quello del personale privato a contratto. Si tratta tuttavia di dati che non includono il personale in servizio per altri enti – americani e non, pubblici e privati – e quindi non riflettono in modo completo l’incidenza delle aziende di sicurezza in questi contesti.

Funzioni sensibili
È anche importante ricordare che non tutti gli operatori privati sono dediti a funzioni di combattimento. La maggioranza, infatti, svolge attività di supporto o logistiche. Per esempio, soltanto l’11-13% del personale privato impiegato dal Dod in Iraq si dedica a compiti di sicurezza in senso stretto (sorveglianza, protezione, scorta, ecc.). Si tratta comunque di un numero notevole: 11-13.000 individui in armi al servizio della più grande potenza militare del mondo.

Talvolta si evita di distinguere tra funzioni militari e civili, come il catering o i servizi di lavanderia; tal altra viene invece assegnata a queste ultime una connotazione impropria, enfatizzandone il “carattere pacifico”. È bene non cadere in nessuno dei due equivoci: i vari compiti e servizi vanno considerati separatamente, hanno caratteristiche e implicazioni diverse, ma le funzioni di supporto spesso sono tutt’altro che neutre o pacifiche. Includono, infatti, anche attività estremamente sensibili, come la manutenzione di sofisticati sistemi d’arma, la gestione delle telecomunicazioni militari (pure di tipo riservato), e alcune funzioni di intelligence e analisi dei dati. Operatori privati sono stati impiegati nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq, come specialisti in tecniche di interrogatorio. Alcuni sono stati implicati anche nello scandalo delle torture del 2004.

Anche la distribuzione dei pasti o la depurazione dell’acqua sono parte integrante della macchina militare, anche se vengono affidate a personale non militare e sottoposte a una disciplina e a regole diverse. Se questo “passaggio di consegne ” delle funzioni di supporto non si rivela sempre vantaggioso dal punto di vista economico e operativo, ha comunque il vantaggio di ridurre la visibilità degli apparati militari dispiegati. Avrebbero potuto permettersi gli Stati Uniti di mandare 200.000 uomini dell’esercito professionale in Iraq e altrettanti in Afghanistan? Il costo politico, ancor prima che quello economico, sarebbe stato probabilmente troppo alto.

.

Vedi anche:

V. Briani: Lo strano caso dei bombardieri italiani in Afghanistan