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I nuovi trattati anglo-francesi

Parigi snobba l’Ue e guarda oltremanica

11 Nov 2010 - Federico Santopinto - Federico Santopinto

Come rafforzare la politica di difesa europea quando il Regno Unito guarda oltre Atlantico e la Francia oltre Manica? Firmando a Londra, il 2 novembre scorso, due trattati militari negoziati in pochi mesi, la Francia e il Regno Unito hanno deciso di fare, fuori dal quadro europeo, ciò che l’Ue non è riuscita a realizzare nel corso degli ultimi dieci anni: programmare una parziale ma concreta cooperazione nella gestione e sviluppo delle proprie capacità militari, con l’obiettivo di mantenere efficienti i rispettivi eserciti, nonostante le riduzioni di bilancio imposte dalla crisi finanziaria. Scegliendo la via bilaterale, Londra e Parigi hanno lanciato un messaggio chiaro agli altri Stati membri: preferiscono aggirare le istituzioni comuni che l’Unione ha faticosamente creato, piuttosto che impantanarsi nei meandri di una burocrazia diventata, col tempo, troppo complessa. A Londra, insomma, potrebbe essersi delineata un’altra Europa, lontana da Bruxelles.

Saint Malo tradita?
Eppure la politica di sicurezza e di difesa europea fu lanciata proprio dalla coppia franco-britannica nel 1998, durante un vertice che si tenne a Saint-Malo. Gli osservatori dell’epoca videro in questo storico accordo una vittoria della diplomazia francese e una svolta della politica britannica, tradizionalmente ostile all’idea che l’Ue potesse sviluppare capacità militari comuni e autonome. Dieci anni dopo, gli accordi di Londra appaiono, al contrario, come una vittoria diplomatica del Regno Unito. Esasperata dalle complessità politiche ed amministrative dell’Unione, questa volta è la Francia ad adeguarsi alla visione britannica, aprendosi a cooperazioni bilaterali svincolate dal processo di integrazione europea.

Con gli accordi di Londra non è stata però messa una pietra tombale sul progetto della difesa europea. Le capacità militari francesi e britanniche potranno essere preziose per eventuali future operazioni europee. I nuovi accordi però sollevano dubbi sugli sviluppi futuri dell’Ue in quanto tale sul fronte militare. Come potrà Parigi restare fedele al progetto di difesa europea senza compromettere la sua nuova relazione strategica con Londra?

La politica britannica non riserva sorprese: la recente revisione strategica attuata dal governo conservatore non ha prodotto grandi novità nei confronti dell’Unione. Quella francese è invece sempre più difficile da decifrare. La decisione di rientrare nelle strutture militari della Nato era stata presentata da Parigi come una mossa mirante a rilanciare la difesa europea, una sorta di pegno per rassicurare i paesi anglosassoni del suo ancoraggio all’Alleanza atlantica. Come interpretare, in questo contesto, gli accordi di Londra?

Ue snobbata
Negli ultimi due anni, la Francia ha segnalato in vari modi di aver accantonato l’ambizione di conferire all’Ue una maggiore autonomia strategica e militare. Poco dopo essersi reintegrata nella struttura militare della Nato, e dopo aver promesso nuove iniziative sul fronte europeo, Parigi ha sostenuto la nomina ad Alto rappresentante dell’Unione di Lady Ashton che, a differenza del suo predecessore Javier Solana, non sembra considerare la difesa europea una priorità. Il governo francese ha inoltre snobbato una delle principali innovazioni introdotte dal trattato di Lisbona nel campo della difesa, e destinata proprio all’industria militare: la Cooperazione strutturata permanente (Csp). La presidenza belga ha lanciato un dibattito sul contenuto e gli obiettivi di questa iniziativa, che dovrebbe coinvolgere gli Stati che abbiano insieme la capacità e la volontà di integrarsi, ma le autorità francesi si sono astenute dal prendere una posizione ufficiale.

Ora, se alcuni capitoli dei nuovi accordi di Londra non potevano che essere affrontati a livello bilaterale (cooperazione nucleare e aereonavale), diversi altri sembrano ricalcare, nelle modalità e negli obiettivi, le ambizioni che l’Ue si era proposta di perseguire attraverso la Csp. È il caso, per esempio, della progettazione delle future generazioni di droni, che Parigi e Londra si sono guardate bene dal proporre all’Agenzia europea di difesa. Altri esempi abbondano (progetti sulle comunicazioni satellitari, armonizzazione degli equipaggiamenti marittimi nel settore anti-mine etc.). Ma colpisce in particolare la volontà franco-britannica di creare un nuovo corpo di spedizione congiunto proprio nel momento in cui a Bruxelles si discute animatamente dei battaglioni europei (Battlegroups 1500), fino ad ora inutilizzati (pur non essendone mancate le opportunità), e sulla necessità di rivederne il concetto e la struttura.

Frustrazione francese
I nuovi orientamenti transalpini sul fronte militare erano stati peraltro ampiamente annunciati. In un’intervista al quotidiano economico La Tribune apparsa lo scorso mese di ottobre, il ministro della Difesa francese Hervé Morin si era lamentato dell’immobilismo dei membri dell’Unione europea che, a suo dire, si sono rassegnati a vivere in un condominio sino-americano. Per diversi anni la Francia ha criticato l’Agenzia europea di difesa, attribuendone il mancato decollo all’azione di freno esercitata da molti stati membri. Qualcuno ha evocato persino la possibilità che Parigi esca dall’Agenzia. È un’eventualità remota, ma è chiaro che, se Parigi ha finito col rivolgersi all’unico partner europeo che considera credibile, è perché è frustrata di come stanno andando le cose a livello Ue.

Tuttavia, gli accordi di Londra si prestano anche a un’altra interpretazione, più ottimistica. Possono essere visti come uno sprone ai partner europei a ristrutturare i bilanci militari e, almeno nel più lungo termine, ad aumentarne l’entità. Non a caso, nella dichiarazione ufficiale sui nuovi accordi, l’Eliseo ha posto l’accento su una serie di dati che evidenziano il divario che divide Londra e Parigi dagli altri membri dell’Ue: la spesa militare di Gran Bretagna e Francia corrisponde alla metà di quella dell’Unione; i due paesi spendono in ricerca e sviluppo per la difesa i 2/3 delle spese totali europee; e sono gli unici in grado di lanciare missioni ad alta intensità in teatri pericolosi e lontani. A buon intenditor poche parole…

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Vedi anche:

F. Santopinto: La Cooperazione strutturata permanente e il futuro della difesa europea

N. Sartori: Difesa e sicurezza dopo Lisbona