IAI
XIV Rapporto del Global Outlook IAI

L’Italia e le trasformazioni dell’economia mondiale

23 Nov 2010 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Le divergenze dell’economia mondiale si stanno rafforzando con un pronunciato rallentamento della ripresa nell’area più sviluppata e una crescita dei paesi emergenti in media tre volte superiore a quella dei paesi più ricchi. Le imprese e il sistema produttivo italiani devono rispondere a queste trasformazioni promuovendo nuovi insediamenti nelle aree emergenti e rafforzando la collocazione competitiva nei paesi e mercati più ricchi, che vantano tuttora dimensioni fino a 6-8 volte superiori a quelle, ad esempio, di paesi pur importanti e in rapida ascesa, come Cina e India. Il rischio è, altrimenti, di finire relegati in ruoli marginali e periferici.

Sta qui la complessità della sfida posta dalla transizione in atto a livello mondiale verso nuovi equilibri economici, che è destinata a durare svariati anni.

Sono queste, in estrema sintesi, le principali indicazioni che emergono dal XIV Rapporto del Laboratorio di Economia Politica Internazionale dell’Istituto Affari Internazionali (Global Outlook IAI 2010) che analizza le grandi tendenze geo-economiche a livello mondiale e le politiche economiche dell’Italia, con un approccio disaggregato; ovvero partendo da aree-paesi e/o temi, per ricostruire, attraverso questi casi studio, le evoluzioni di imprese-mercati e le esigenze di strumenti-politiche d’intervento.

Rallenta l’area più sviluppata
Sono passati oltre due anni dall’inizio della più drammatica recessione che l’economia mondiale abbia mai conosciuto dai tempi della Grande Depressione degli anni Trenta, e la ripresa in corso appare tuttora costellata da profonde incertezze, con una diffusa percezione che la crisi sia ben lungi dall’essere stata superata.

L’anno in corso si chiuderà comunque con un risultato positivo per i paesi più sviluppati, anche al di là delle attese (vedi tab. 1). Ciò dipende soprattutto dai forti stimoli monetari e fiscali messi in atto mobilitando enormi quantità di risorse pubbliche, come non era mai più avvenuto dalla seconda guerra mondiale. Allo stesso tempo si sta delineando una netta divaricazione negli andamenti globali: da un lato, l’insieme dei paesi più sviluppati è alle prese con una espansione assai modesta e incapace di modificare l’elevata disoccupazione esistente; dall’altro l’area dei paesi emergenti è tornata rapidamente a crescere con dinamiche in media tre o quattro volte superiori a quelle dei paesi più ricchi.

Il 2011 contribuirà a consolidare queste divergenze, determinando un pronunciato rallentamento della ripresa dell’area più sviluppata e marcando forti differenziazioni nei percorsi dei singoli paesi più avanzati.

Per consolidare un nuovo e sostenibile ciclo espansivo nell’area più sviluppata serve il rinnovato contributo della spesa privata, sotto forma di consistenti incrementi di consumi e investimenti, da sempre veri motori della crescita delle economie di mercato. Nel prossimo anno si vedrà quanto difficili siano ancora tempi e modalità di questa staffetta tra spesa pubblica e privata, anche a causa della frenata che si è profilata negli Stati Uniti.

Tab. 1.

All’origine della gravissima crisi globale, del resto, vi è un enorme accumulo dell’indebitamento privato (vedi fig.1) che dovrà necessariamente essere riassorbito prima che consumatori e investitori possano tornare a spendere come prima dell’inizio della crisi. Ma l’esperienza delle crisi passate insegna che ci vorranno ancora svariati anni.

Pur se riuscirà ad evitare lo scenario peggiore, ovvero una nuova, anche se moderata, fase recessiva (“double dip”) – in particolare in Europa e Giappone -, tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo l’area più sviluppata andrà incontro ad un significativo rallentamento, destinato a trasformarsi nei prossimi anni in una fase più o meno prolungata di crescita molto modesta. Una divaricazione che si manifesterà in particolare in Europa, dove le condizioni dei paesi più indebitati (i famosi Pigs, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e oggi nel mirino dei mercati finanziari internazionali, sono destinate a peggiorare.

Fig. 1.

Più paesi emergenti
Le aree emergenti, pur colpite in modo pesante dalla crisi, secondo tutte le previsioni riusciranno invece a fare molto meglio, con prospettive di crescita nei prossimi anni fino a tre volte più elevate (intorno al 6%), pur se con forti differenze tra i singoli paesi ed aree, come riflesso di strutture e condizioni di base assai diverse (vedi tab.2).

Il successo di paesi come Cina, India e Brasile si estenderà nei prossimi anni anche ad altri paesi emergenti, in primo luogo in Asia, ma con nuovi ingressi, magari meno scontati, di alcune economie in ascesa del continente africano, com’è il caso del Ghana.

I nuovi modelli di crescita stanno spingendo verso una geografia profondamente mutata dell’economia mondiale, con tre aree (Nord America, Europa e Asia del Pacifico) che si dividono quote pressoché uguali (circa un terzo) del prodotto mondiale. La Cina è già salita al secondo posto – dopo gli Stati Uniti – per dimensione del Pil, e nei prossimi anni entreranno stabilmente tra le prime dieci economie mondiali anche l’India, la Corea del Sud e la Russia.

Nei paesi ad elevata crescita, quali innanzi tutto Cina, India, Brasile e altri ancora, stanno così emergendo nuovi mercati di consumo. La quota sui consumi mondiali delle economie emergenti più sviluppate (Cina e India in primo luogo), secondo le previsioni più accreditate arriverà a eguagliare a metà del 2020 il peso dei paesi oggi più avanzati.

Tab. 2.

Una transizione peculiare
Tutto ciò delinea una chiara transizione verso nuovi equilibri economici mondiali destinata a durare diversi anni che presenta una rilevante peculiarità: le attuali dinamiche e tassi di crescita spingono a guardare decisamente verso i paesi emergenti, ma non bisogna dimenticare che le dimensioni in termini assoluti dei mercati dell’area avanzata, in primo luogo americani ed europei, continuano oggi ad essere 6-8 volte superiori a quelle di aree anche importanti e in rapida ascesa, come la Cina e l’India. Tutto ciò innanzi tutto per le forti differenze in termini di reddito pro capite tuttora esistenti tra i due gruppi di paesi.

Fig. 2.

La complessità della sfida posta a imprese ed economie come le nostre dalle trasformazioni dell’economia globale è dunque questa: da un lato è necessario promuovere strategie di penetrazione e insediamento nelle nuove aree emergenti, dall’altro bisogna difendere e rafforzare la propria posizione competitiva nei paesi e mercati più ricchi e avanzati, per evitare di finire relegati in ruoli marginali e periferici.

Sfida per le imprese italiane
Una sfida da raccogliere, naturalmente, ma tutt’altro che facile per le imprese e il sistema produttivo dell’Italia, la cui collocazione internazionale nell’ultimo quindicennio ha subito – come dimostrato da molte evidenze un preoccupante deterioramento. Le imprese italiane hanno incontrato crescenti difficoltà a partecipare ai processi di ristrutturazione della catena del valore a livello internazionale, soprattutto a causa della loro ridotta dimensione, e i territori italiani sono riusciti ad attrarre in misura insufficiente le scelte di localizzazione dell’attività produttiva derivanti dalla nuova divisione internazionale del lavoro.

La crisi del 2008-09 ha riproposto le difficoltà che affliggono una parte rilevante del sistema produttivo italiano. Servono profonde ristrutturazioni in grado di favorire un salto di qualità organizzativo e produttivo di molte nostre imprese, soprattutto piccole e piccolissime. Ristrutturazioni rese ancor più necessarie dalle sfide provenienti dai paesi emergenti.

Perché questi processi si sviluppino con successo sono necessarie sia iniziative che partano dalle imprese sia condizioni di contesto favorevoli.

Le imprese devono soprattutto puntare sulle opportunità che presenta la nuova congiuntura internazionale, disegnando strategie all’altezza dei complessi cambiamenti in corso e investendo risorse finanziarie e reali in nuovi processi di internazionalizzazione in grado di assicurare il necessario mix tra inserimento nelle nuove aree e rafforzamento della presenza nei mercati più sviluppati.

Politiche per l’internazionalizzazione
Un contributo altrettanto determinante deve venire da un intervento pubblico che agisca sulle cause più rilevanti del ristagno della nostra produttività, in particolare sulle dimensioni troppo ridotte delle imprese italiane e sul loro insufficiente livello di specializzazione, dovuto a una debole presenza nelle aree più dinamiche e nelle attività a più elevate opportunità tecnologiche.

Come messo in luce dal XIV Rapporto Global Outlook dello IAI sono dunque necessarie politiche, soprattutto industriali, rivolte alla produzione e alla ricerca che aiutino le imprese italiane ad aggregarsi, a innovare, a internazionalizzarsi. Anche perché nelle nuove aree e mercati emergenti a forte crescita, a favore dei quali si sta modificando la composizione della domanda mondiale, la presenza delle imprese italiane è ancora limitata se confrontata con quella dei nostri maggiori partner.

È dunque necessario un grande sforzo per promuovere nuovi modelli di crescita all’estero e accrescere il grado di internazionalizzazione di imprese e territori italiani, spingendo entrambi verso una maggiore e più qualificata integrazione nella rete globale, onde evitare una loro crescente marginalizzazione. Si tratta di attuare da subito strategie e politiche per le ristrutturazioni e l’internazionalizzazione ,necessarie perché il sistema Italia possa cominciare a recuperare i ritardi accumulati e a sfruttare meglio le opportunità offerte dalla transizione verso i nuovi equilibri dell’economia globale.

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Vedi anche:

P. Guerrieri: Le due facce della ripresa europea