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Politica energetica

Il sofferto ritorno dell’Italia al nucleare

29 Nov 2010 - Alberto Clò - Alberto Clò

Da nuclearista (non pentito) condivido la scelta del nostro paese di ricreare le condizioni normative e istituzionali per l’uso della tecnologia nucleare per fini civili, a distanza di circa un quarto di secolo dalla scellerata scelta, tramite referendum, di rinunciarvi. Da nuclearista non fazioso, tuttavia, sono consapevole delle enormi difficoltà che è necessario superare affinché questa scelta non si traduca, come in passato, in un enorme dispersione di risorse.

Incompatibilità tra nucleare e mercato
Dal passato dovremmo trarre insegnamento per evitare di ripetere i medesimi errori. Quel che non sembra stia accadendo. Ho espresso queste riflessioni in un libretto recentemente uscito per i tipi de il Mulino, “Si fa presto a dire nucleare”, iniziando con l’analizzare le difficoltà che il nucleare va incontrando nei paesi ad economia di mercato. Nucleare e mercato, questa è la tesi, sono incompatibili. Elevatissimi investimenti, associati ad alta incertezza e ad alti rischi di mercato, sono insostenibili in un contesto concorrenziale e privatistico dominato da logiche finanziarie e da aspettative di ritorno di breve periodo. Lo dimostra la scarsità dei cantieri aperti, le difficoltà in cui si dibattono governi pur favorevoli all’uso di questa tecnologia, le magre prospettive di sviluppo anche nella patria per eccellenza del nucleare: la Francia. A metà 2010, appena 8 centrali erano in costruzione nel mondo industrializzato sulle 326 in esercizio (2,4%).

Il nucleare cresce di molto, per contro, nei paesi emergenti, ove dirigismo e intervento pubblico prevalgono su logiche e assetti di mercato. Lo attestano i dati sull’andamento delle centrali nucleari attivate a livello mondiale: tra 1970 e 1990 sono entrate mediamente in esercizio circa 17 centrali ogni anno; dal 1990 ad oggi meno di due. La svolta pro-nucleare del presidente americano Barack Obama, ma anche i provvedimenti di legge adottati nella stessa direzione dal suo predecessore, George W. Bush, non hanno sortito gli effetti desiderati. A non crederci è lo stesso Dipartimento dell’energia dell’amministrazione Usa, che prevede una sostanziale stagnazione della potenza nucleare contro un forte aumento di quella a metano, il cui contributo alla copertura della domanda elettrica è destinato a divenire maggioritario.

La ‘prova del nove’ dell’impasse del nucleare nel mondo industrializzato la si ha nel paese più nuclearizzato: la Francia. Secondo gli scenari governativi, la potenza nucleare registrerà in futuro solo una marginale crescita a fronte di un fortissimo aumento di quella alimentata a metano e di quella eolica. Chi oggi si scopre tardivamente nuclearista, dopo aver magari contributo alla sua cancellazione nel nostro paese, dovrebbe spiegare le ragioni di questo impasse e come superarle. La propaganda non premia.

Nodi complessi
Le ragioni sono economiche ancor prima che socio-ambientali, e dipendono dal venir meno delle tre condizioni che in passato avevano incentivato la costruzione di centrali nucleari: gli aiuti di Stato; la certezza della domanda, consentita dagli assetti monopolistici un tempo dominanti; le tariffe che assicuravano agli investitori una piena e certa redditività sulla base dei costi a piè di lista.

Il corso della storia ha assegnato a questa fonte di energia un ruolo largamente inferiore a quello che un tempo ci si illudeva potesse arrivare a svolgere: dal nucleare deriva oggi circa il 6% dell’offerta primaria di energia (una quota in graduale declino da un decennio), mentre le previsioni erano che potesse giungere a coprire sino alla metà dell’offerta complessiva.

Aspettative e realtà si sono divaricate anche sul contributo che si pensava questa tecnologia potesse apportare al processo di pacificazione tra i popoli. Se è pur vero, infatti, che la biunivoca relazione tra atomo civile e atomo militare si è attenuata dopo il crollo del Muro di Berlino, è altrettanto vero che i timori/rischi di un ritorno alla “nera camera dell’orrore” – dalle parole del celebre discorso “Atoms for Peace” tenuto (dal Presidente americano Dwight D. Eisenhower) all’Assemblea delle Nazioni Unite l’8 dicembre 1953 – hanno ripreso a diffondersi dopo la tragica mattina di New York dell’11 settembre 2001.

Spettro nucleare
Il recente riaccrescersi della paura per le tecnologie nucleari è legato a tre motivi principali. In primo luogo all’aumento dei rischi di atti terroristici e di sabotaggi alle centrali esistenti, che hanno portato ad un inasprimento delle normative di sicurezza (e, contestualmente, ad un fortissimo aumento dei costi di investimento delle centrali). In secondo luogo all’aumento dei traffici illeciti di materiali nucleari, specie dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la dispersione dei suoi arsenali militari. In terzo ma non ultimo luogo, all’avvenuta o temuta acquisizione della tecnologia nucleare a fini militari da parte di paesi che, incuranti di ogni ammonimento della comunità internazionale, si sono rifiutati o si rifiutano di sottoscrivere il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).

Alla riduzione degli ordigni atomici successiva alla fine della “guerra fredda”, si è andato così contrapponendo un sempre più elevato numero di paesi potenzialmente in grado di produrre la bomba atomica: più di una quarantina, secondo le stime illustrate dall’ex-Direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Mohamed El Baradei. Da scelta prettamente autarchica, finalizzata a ridurre la dipendenza energetica dall’estero, il nucleare è divenuto così questione globale – secondo l’efficace aforisma “un incidente nucleare da qualche parte è un incidente ovunque” – per i rischi di proliferazione militare e di attentati alle centrali.

Altra criticità che non ha ancora trovato adeguata risposta sia nei singoli paesi che a livello di cooperazione internazionale è lo smaltimento delle scorie. La mancanza di consenso sul “che fare”, ma anche lo scarso impegno a fare, sono i principali ostacoli ad un rilancio del nucleare. Ciò favorisce, del resto, l’opposta strumentalizzazione tra chi, da un lato, banalizza la questione, evitando di affrontarla o sostenendone l’imminente soluzione, e chi, dall’altro, la enfatizza oltremodo, come se non vi fosse alcuna soluzione possibile.

Una storia italiana
Il secondo obiettivo del volume è di ripercorrere la travagliata storia del nucleare in Italia, non già per individuare colpe e responsabilità (come sempre eluse) della decisione di uscire da un’esperienza che pur tra molte contraddizioni ci vedeva in posizioni talora di eccellenza, ma per trarne insegnamenti proprio nel momento in cui si propone un ritorno del paese all’uso di quella tecnologia.

La vicenda nucleare italiana è stata caratterizzata da quattro fasi: quella pionieristica (sino al 1963) che ci vide tra i primi paesi al mondo a costruire reattori nucleari; quella segnata dall’affaire Ippolito, uno dei primi eclatanti casi di malagiustizia in Italia, che interruppe per un decennio ogni esperienza industriale di quel tipo; quella della grande illusione (1973-1987) che vide, all’indomani della prima crisi petrolifera del 1973, l’approvazione (quasi plebiscitaria) di faraonici piani nucleari che si risolsero in un immane spreco di risorse senza la costruzione di un solo impianto (l’ultima centrale realizzata, quella di Caorso, fu deliberata prima del 1973); la fase finale dell’uscita a seguito del referendum del 1987.

Un colossale fallimento da avere ben presente nel momento in cui il governo va proponendo un rientro molto ambizioso nel nucleare e con la prospettiva, fermamente sostenuta, di poter costruire 8-12 centrali nel giro di pochissimi anni. Molto di più e molto prima di quanto vadano progettando gli altri principali paesi nuclearizzati. I problemi da superare perché tale prospettiva possa concretizzarsi sono numerosi, al punto che, allo stato delle cose, essa non appare – nei tempi stretti in cui la si delinea – realistica, possibile e neanche conveniente.

Una prospettiva più credibile infatti richiede un lungo tempo, forse un’intera generazione. Perché possa tradursi in un’effettiva scelta energetica e industriale è necessario pervenire alla definizione di una chiara, determinata, coerente strategia di lungo periodo, che indichi anche gli obiettivi che si intendono raggiungere, gli organismi, pubblici e privati, attraverso cui farlo, le risorse finanziarie che lo Stato è disposto ad impegnare, e le politiche e li strumenti di regolazione con cui si pensa di superare il trade-off tra nucleare e mercato.

Una strategia che dovrebbe essere condivisa dagli opposti schieramenti politici onde evitare che ciò che una parte progetta ed avvia sia destinata ad essere distrutta dall’altra parte, come ammonisce la stucchevole vicenda del Ponte sullo Stretto di Messina. Senza nessuna illusione, comunque, di poter rimediare in breve tempo agli errori del passato. Di illusioni nel nucleare ne abbiamo già coltivate troppe in passato, al prezzo di immani dispersioni di risorse. È necessario essere molto cauti prima di alimentarne di nuove per il futuro.

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Vedi anche:

C. Trezza: L’Italia e il ‘rinascimento’ nucleare