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Conflitto israelo-palestinese

Il miraggio della pace in Medioriente

15 Nov 2010 - Fabio Dani - Fabio Dani

Le trattative in corso tra il governo di Israele e l’Autorità palestinese, “sponsorizzate” da Obama e avviate tra mille difficoltà, vedono ad oggi le due parti arroccate su posizioni che possiamo definire diametralmente opposte; e a un buon avvio del negoziato non contribuisce certo la forte tensione tra le due popolazioni, palpabile e onnipresente sia nei territori occupati della Cisgiordania sia negli insediamenti israeliani a maggioranza araba.

Opposte intransigenze
Lo scorso settembre, dopo l’uccisione di un giovane palestinese da parte di una guardia di un insediamento israeliano, non lontano da Gerusalemme (con l’usuale seguito di reciproche accuse), sono stati ulteriormente rafforzati i controlli di sicurezza all’ingresso del muro e nei quartieri arabi di Gerusalemme e la tensione è ancora aumentata. Esponenti del governo di Israele e della maggioranza parlamentare che lo sostiene, che abbiamo incontrato durante un nostro recente viaggio nell’area, hanno ribadito con forza che vi sono almeno tre punti che gli israeliani considerano irrinunciabili: lo status di Gerusalemme, che si vuole “capitale unica e indivisibile” dello Stato di Israele; la permanenza e la difesa di buona parte degli insediamenti (in particolare quelli ad Est di Gerusalemme, ma non solo), ritenuti di fatto legittimi e opportuni ritorni nelle “terre madri” di Giudea e Samaria; e infine l’impossibilità del ritorno dei circa cinque milioni di profughi palestinesi, poiché questo significherebbe abbandonare l’idea di Israele come Stato degli ebrei. Oltre a questi tre punti, vi sono poi altre questioni estremamente conflittuali, come il rilascio dei “prigionieri politici”, gran parte dei quali considerati da Israele terroristi, il muro in Cisgiordania, il controllo israeliano sui confini con la Giordania e il controllo delle acque.

I punti dichiarati irrinunciabili e non trattabili dagli esponenti del Consiglio legislativo palestinese sono simmetricamente opposti. Gerusalemme Est, affermano i palestinesi, è nostra da secoli e senza una giusta spartizione della città non ci sarà pace; lo stesso vale per i rifugiati, il cui ritorno è considerato pregiudiziale ad ogni accordo; così come è pregiudiziale lo stop all’occupazione e il ritiro dagli insediamenti nei Territori. Ugualmente importanti risultano i problemi relativi al rilascio dei prigionieri palestinesi, la questione dei confini e quella dell’acqua.

Radici d’odio
Certo, si può pensare che si tratti, almeno in parte, di posizioni tattiche – in fondo, siamo solo all’inizio di una dura e lunga trattativa – anche se l’ossessiva ripetizione dei punti “irrinunciabili” crea convinzioni e aspettative che sono poi molto difficile da disattendere. Ma a ciò si aggiunge che esponenti politici di ambo le parti a Gerusalemme, a Tel Aviv, a Ramallah, a Betlemme e in altre città, sia in Israele che nei Territori, evocano fantasmi lontani, odi e rivendicazioni irrisolte, storie passate ma incredibilmente presenti nei sentimenti delle persone, e soprattutto il peso delle convinzioni religiose. Le due parti ci hanno parlato del futuro, ma nessuno tralascia di ricordare i secoli e i millenni passati e, con loro, i simboli, le aspirazioni , le radici, e quindi le sofferenze, le speranze, le invasioni, le guerre e le stragi; tutti mettono avanti i propri sentimenti religiosi, ricordando i rispettivi libri sacri oppure la sacralità di Gerusalemme.

Pesano anche le continue, diffuse e reciproche accuse, fuori e dentro l’ufficialità; all’Autorità palestinese, ad esempio, viene imputato di utilizzare in modo improprio il denaro ricevuto dai donatori internazionali; agli israeliani invece di ostacolare perfino il libero ingresso dei medicinali nei territori. Sul piano delle valutazioni del terrorismo e su quello dei rapporti internazionali restano infine le ombre di sempre. Per i palestinesi che si riconoscono in Fatah, Hamas è stato creato, di fatto, dall’ex-premier israeliano Arel Sharon per indebolire l’Autorità nazionale palestinese (Anp); e nonostante non abbiano rapporti con loro, i palestinesi appaiono restii a chiamare risolutamente terroristi gli uomini di Hamas; sull’Iran, poi, c’é un silenzio nient’affatto tranquillizzante.

Né è possibile sperare troppo in un ruolo di pace e sicurezza da affidare ad un intervento esterno, di garanzia. Ad una domanda sul ruolo che potrebbero svolgere Onu, Unione Europea o Nato riguardo alla sicurezza del Paese, un deputato del partito Kadima, che sostiene la maggioranza, ci ha risposto esplicitamente: “per gestire la sicurezza di Israele ci fidiamo solo di Israele”.

Nonostante tutto ciò, il processo di pace appare sempre più urgente: è impossibile per tutti vivere in una terra in cui gli uni e gli altri si sentono assediati oppure oppressi. È impossibile per gli arabi di Israele e per quelli dei Territori, che si sentono minoranza negletta o popolo prigioniero. È impossibile per i coloni, ormai insediati in vere e proprie cittadine piacevoli e ben gestite, ma sempre sul piede di guerra, pronti a difendersi e a difendere l’insediamento da qualsiasi intromissione. È impossibile per gli ebrei di Israele, che sanno di vivere sotto la minaccia di terrorismi o guerre.

Non vi sono praticabili alternative ad una pace giusta, per quanto difficilissima da raggiungere. È vero che i legami politici e militari tra Stati Uniti e Israele sono talmente forti da poter costituire una chiave di volta per la soluzione del problema: Israele avrebbe grosse difficoltà ad ignorare una risoluta indicazione dell’alleato americano, tanto più che il pericolo iraniano incombe e il supporto degli Stati Uniti in quel contesto è fondamentale. Altrettanto si potrebbe dire, peraltro, per quanto riguarda i rapporti tra Stati Uniti e alcuni determinanti Paesi arabi.

Tre ostacoli
Tuttavia vi sono almeno tre fattori che inducono al pessimismo. Il primo riguarda proprio Israele, dove le tradizionali simpatie per gli Stati Uniti sono molto scemate con l’amministrazione Obama: sulla stampa israeliana vicina alla destra, ma non solo, si leggono sempre più spesso attacchi anche violenti e insultanti al Presidente americano. Ciò non diminuisce l’importanza dell’alleato, ma rende comunque più complessi i rapporti.

Il secondo fattore è la posizione negli Usa di una parte consistente dell’apparato politico (e anche militare, malgrado alcuni mutamenti nella sensibilità degli alti gradi) da sempre molto attenta a non sostenere posizioni ritenute, a torto o a ragione, penalizzanti nei confronti di Israele.

Il terzo fattore riguarda lo stesso Obama, sia per l’impressione che ha dato finora di non volere o potere costruire e conseguentemente sostenere posizioni ben definite, sia per il suo indebolimento interno, sanzionato dal risultato delle elezioni di mid-term.

Per far avanzare il processo di pace, occorrerebbe invece che l’impegno di tutti gli attori coinvolti nello scacchiere internazionale, a partire dagli europei, fosse molto più forte, determinato e unitario di quanto non lo sia oggi.

Vedi anche:

A. Marzano: Il negoziato israelo-palestinese riparte in salita

R. Iannuzzi: La proposta Lieberman, il futuro di Gaza e il ruolo dell’Ue

R. Aliboni: L’illuminismo di Obama e la Realpolitik mediorientale