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Verso il vertice del G20 di Seoul

Finanza globale in cerca di nuove regole

4 Nov 2010 - Franco Bruni - Franco Bruni

Al vertice G20 di Seoul dell’11-12 novembre si misurerà la capacità dei maggiori paesi di prendere decisioni importanti e impegnative e di uscire dalla crisi con una migliore governance economica globale. L’Unione Europea, con il suo potenziale di proposta e mediazione, ha un ruolo cruciale da svolgere: senza una sua azione unitaria nessun accordo di rilievo è possibile. In effetti, l’Ue si è mossa con anticipo sul summit di Seoul e ha cominciato a fare la sua parte sul fronte della riforma del Fondo monetario internazionale (Fmi) dichiarandosi, fra l’altro, disposta a rinunciare a una parte dei suoi diritti di voto a favore delle economie emergenti. Sul fronte del Fmi, Seoul potrebbe, in effetti, registrare qualche successo.

Le risposta di Basilea
L’Ue sembra in linea anche su un altro punto su cui il vertice coreano ha buone probabilità di produrre risultati utili: l’accoglimento delle proposte del Comitato di Basilea per la riforma delle regole sul capitale minimo delle banche, le cosiddette “Basilea III”. Queste proposte sono state criticate da più parti: secondo alcuni, si tratta di misure troppo restrittive, che frenerebbero l’attività bancaria e creditizia, creando difficoltà alla ripresa; secondo altri sono, al contrario, norme poco incisive, la cui permissività rivela l’influenza delle lobby bancarie. Vi sono anche critiche meno radicali e partigiane alle proposte di “Basilea III”, che si appuntano sul loro profilo tecnico, segnalandone difetti e debolezze da correggere. Ma nell’ultimo anno si è fatto a gara nel dissentire da Basilea III, in modo spesso molto sbrigativo. Una gara a cui hanno partecipato persino persone di grande esperienza, prestigio e competenza come Jacques de Larosière (si veda, ad esempio, il suo intervento sul Financial Times del 26 ottobre).

Dal Comitato di Basilea è venuta una risposta certamente perfettibile, ma importante e concreta alla crisi finanziaria internazionale. Ed è probabile e auspicabile che il vertice di Seoul la faccia propria, anche se non è chiaro come si potrà poi ottenerne un’applicazione uniforme e solerte da parte delle normative nazionali e della vigilanza internazionale. Le nuove regole migliorano significativamente la qualità del capitale da detenere a fronte dei rischi finanziari e ne commisurano meglio la quantità all’effettiva consistenza dei rischi e alla fase dei cicli del credito che mirano a stabilizzare, frenando i boom per render meno probabili e gravi le crisi. Ai rischi di insolvenza viene affiancata la considerazione dei rischi di illiquidità. Alla regolazione del rapporto fra capitale e rischi dell’attivo degli intermediari viene unita, anche se in modo per ora leggerissimo, una limitazione del loro grado di indebitamento complessivo. Il Comitato ha inoltre riaffermato, pur senza per ora far proposte in materia, il collegamento fra le nuove regole e il problema degli operatori “troppo grandi per fallire”, nonché quello delle tecniche per gestire le conseguenze sistemiche di eventuali fallimenti di intermediari finanziari.

Il lavoro tecnico attorno alle proposte di riforma delle regole, coordinato dal Financial Stability Board presieduto da Mario Draghi, è dunque alquanto avanzato e ha ora bisogno di essere tradotto in decisioni politiche. Sarà poi essenziale una severa vigilanza sul rispetto dei principi e dei dettagli delle riforme, da parte delle apposite autorità, nazionali e internazionali. Infatti, più ancora che da carenze delle regole, la crisi è stata causata dall’inadeguatezza della vigilanza sulla loro sostanziale applicazione.

Non solo regole
Ma non basta. Non bastano i tecnici che disegnano le regole, né i politici che le decidono, né i vigili che le fanno rispettare. Occorre che i comportamenti delle banche e degli altri intermediari finanziari siano tali da favorire un vero superamento della crisi nella quale siamo caduti. Perché i comportamenti siano adeguati, non basta che cerchino di rispettare le regole: se queste funzionano davvero il loro effetto è costringere a cambiare profondamente diversi aspetti del modello di business degli intermediari, la loro strategia, la loro governance societaria, i loro stili di management e, in molti casi, la loro stessa struttura proprietaria. Senza tutto ciò è impossibile ottenere, insieme, il rifiorire sostenibile dell’attività bancaria e finanziaria e il rispetto sostanziale di buone regole.

Le regole mirano infatti a contenere i rischi e, corrispondentemente, la profittabilità attesa dell’intermediazione bancaria e finanziaria, almeno dove la ricerca di troppi profitti con rischi eccessivi può nuocere alla stabilità del sistema economico e finanziario nel suo complesso. Ma perseguire profitti più contenuti e sicuri richiede modelli di business e strategie adeguati all’obiettivo, controllati da forme robuste di governo societario, interpretati da sistemi di management adatti allo scopo, accettati dagli azionisti che negli intermediari sono invitati a investire più capitali.

Se i banchieri vogliono che tutto cambi perché nulla cambi, se sono intenzionati ad accettare che mutino le regole, ma non la logica di fondo di una finanza che non è entrata in crisi per caso, ma perché era confezionata e gestita in modi insostenibili, allora non funzioneranno a lungo né le nuove regole né le vecchie banche.

Il nodo degli assetti proprietari
Come detto, è in gioco anche la struttura proprietaria degli intermediari finanziari. Per capitalizzarli meglio, accettando rendimenti e rischi più contenuti e rispettando forme di controllo trasparente da parte dei mercati e della vigilanza, ci vuole la disponibilità degli azionisti giusti. La questione si presenta in forme diverse nelle varie aree e paesi, ma si pone più o meno dappertutto: occorreranno fusioni, spin-off, diluizioni, chiusure, ri-articolazioni proprietarie di varia natura. Il mercato dei capitali dovrà inventarle, le autorità accettarle e regolarle. Sarà più facile se rimarranno nitidi i confini fra i compiti, i diritti e i doveri, dei politici, quelli dei banchieri e quelli dei loro clienti, e se la concorrenza tra i fornitori di servizi finanziari apparirà diversa da un’opaca lotta per occupare posizioni di potere.

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Vedi anche:

F. Bruni: Una vigilanza finanziaria europea contro il rischio sistemico

M. Sarcinelli: La faticosa ricostruzione della finanza mondiale