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Balcani

Estremismo serbo, l’Europa non cade nel tranello

5 Nov 2010 - Edoardo Monti, Alessandro Spaventa - Edoardo Monti, Alessandro Spaventa

A fine ottobre il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea (Ue) ha scongelato il processo di avvicinamento della Serbia all’Europa e ha trasmesso alla Commissione la sua richiesta di adesione alla Ue. Questa decisione è un compromesso tra i paesi che maggiormente sostenevano la posizione serba, tra cui l’Italia, e i paesi più intransigenti, primo tra tutti l’Olanda: su pressione di quest’ultima, infatti, ogni passo in avanti nel processo di negoziato tra la Ue e la Serbia sarà condizionato ai progressi nella cooperazione di Belgrado con il Tribunale internazionale dell’Aja per arrivare all’arresto di tutti i criminali di guerra e in particolare di Ratko Mladic, il famigerato boia di Srebrenica. La Serbia ha così una possibilità concreta di uscire dal lungo periodo di isolamento internazionale nel quale era precipitata dopo le feroci guerre balcaniche.

Risultato non scontato
Le conclusioni del Consiglio premiano gli sforzi compiuti dal presidente Boris Tadic, eletto per la prima volta nel 2004 e riconfermato nel 2008, per far voltare pagina al suo paese. Sforzi peraltro fortemente e violentemente contrastati dagli apparati legati al passato regime e da una parte significativa della società civile serba, profondamente tradizionalista e nazionalista, che non accetta la perdita del Kosovo e che in nome del panslavismo preferisce ancora guardare a Mosca, piuttosto che ad Occidente.

A pesare sulle decisioni del Consiglio erano fattori ed episodi sia positivi che negativi. Tra i primi sicuramente il nuovo corso della politica serba, guidata da un governo riformista ed europeista che si pone come obiettivo quello di far uscire il proprio paese dall’angolo in cui si è cacciato, e la significativa, anche se parziale apertura compiuta sulla questione del Kosovo. Tra i secondi la perdurante latitanza del criminale di guerra Ratko Mladic, possibile solo grazie a connivenze e solidarietà di una parte dell’apparato di sicurezza serbo ed i violenti e spesso spettacolari attacchi al governo e all’Occidente compiuti dal blocco formato dall’apparato più legato al passato regime, dalle componenti tradizionaliste e nazionaliste della società serba, dalle frange nazionaliste violente e dal crimine organizzato.

Avrebbero potuto pesare negativamente anche gli scontri avvenuti in occasione dell’ultimo Gay Pride di Belgrado. Invece, in questo caso l’Ue ha preferito darne una lettura moderatamente positiva. Il fatto che la manifestazione a sostegno dei diritti degli omosessuali si sia potuta finalmente tenere anche a Belgrado, nonostante che i violenti scontri ne abbiano limitato la durata effettiva a solo un quarto d’ora, è stato comunque importante. Per la Ue il Gay Pride di Belgrado rappresentava un test della volontà del governo di garantire e tutelare le minoranze e più in generale il diritto alla libera espressione dell’individuo: test regolarmente fallito a partire dal 2001, quando, nella totale indifferenza delle forze dell’ordine, nelle strade della capitale serba si scatenò una vera e propria caccia all’uomo. Ancora lo scorso anno il governo Tadic fu costretto a piegarsi alle fortissime pressioni della destra e dei nazionalisti e a cancellare la manifestazione.

Il braccio violento del blocco nazionalista
Quella del Gay Pride è solo una delle ultime occasioni in cui il blocco nazional-tradizionalista ha operato per cercare di frenare l’apertura della società serba. Ancora più eclatante è stato l’omicidio il 12 marzo 2003 dell’allora primo ministro serbo Zoran Djindjic. Per quell’omicidio nel 2007 sono stati condannati a 40 anni di reclusione Milorad Ulemek Legija, ex comandante dell’unità per le operazioni speciali (Jso) e Zvezdan Jovanovic, ex vice comandante della stessa unità, e a 35 anni quattro appartenenti al clan criminale di Zemun. Significativo e spettacolare fu anche l’assalto all’ambasciata degli Stati Uniti del febbraio 2008, dopo il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte delle Nazioni Unite.

È un copione ormai consolidato e sperimentato. All’interno dell’amministrazione si mobilitano i funzionari legati al passato regime o comunque contrari ad ogni concessione o apertura, mentre i finanziamenti arrivano in parte dal crimine organizzato, e a scatenare la violenza nelle strade pensano gli ultras e le bande nazionaliste.

Quanto contino i segnali lanciati dalle violenze delle tifoserie, e in particolar modo quella belgradese, e quanto sia forte il loro legame con alcuni settori degli apparati di sicurezza è storia antica. Essa ha avuto il suo battesimo ufficiale il 13 maggio del 1990, all’alba dei conflitti che avrebbero insanguinato l’ex-Jugoslavia, quando, una settimana dopo le elezioni croate che avevano visto la vittoria dell’Unione Democratica (Hdz) di Franjo Tudjman, in occasione della partita tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado, lo stadio Maksimir di Zagabria divenne terreno di violentissimi scontri. A guidare gli ultranazionalisti serbi era Zeljko Raznatovic – un delinquente comune ricercato anche all’estero per diversi reati – poi divenuto capo, con il nome di Arkan, di una delle più feroci bande di paramilitari serbi, i cui appartenenti erano spesso criminali provenienti dalle tifoserie serbe più estremiste, responsabile di orrendi massacri in Bosnia-Erzegovina. Le stesse bande opereranno in Kosovo e dopo la guerra del 1999, ormai messo nel cassetto il sogno della Grande Serbia, verranno usate all’interno del paese. Non è casuale che a guidare l’assalto all’ambasciata americana nel 2008 fosse Ivan Bogdanov, il capo ultras protagonista degli scontri di Genova, pochi giorni or sono.

L’escalation violenta verificatosi quest’autunno deriva in larga parte da questa situazione, che vede le tifoserie estremiste di Belgrado legate al blocco nazionalista serbo, anche se il legame con il mondo calcistico rende a volte difficile comprendere quanto vi sia di politico e quanto di teppistico-criminale nelle azioni degli ultras. L’episodio più grave è stato quello dello scorso 17 settembre quando venne ucciso un tifoso francese, in pieno centro di Belgrado, prima della partita Partizan Belgrado-Tolosa; seguito dalla notte da incubo vissuta dalla capitale serba dopo la sconfitta della nazionale contro l’Estonia lo scorso 9 ottobre. Il giorno dopo è stata la volta del Gay Pride e il 12 ottobre abbiamo avuto gli scontri a Genova in occasione della partita Italia-Serbia.

Un mese di scontri al quale fa da contraltare un periodo particolarmente delicato e importante per la politica estera ed interna serba. Il 13 ottobre, il giorno dopo gli scontri di Genova, è arrivata a Belgrado in visita ufficiale il segretario di stato americano Hillary Clinton: un passo importante nel processo di riavvicinamento del paese balcanico con gli Stati Uniti e la Nato. Lo stesso giorno avrebbe dovuto tenersi l’intergovernativa tra la stessa Serbia e l’Italia, ma fortunatamente il vertice era stato già rimandato, prima degli scontri di Genova. Il 25 ottobre, infine, si è tenuto il Consiglio europeo che ha esaminato la posizione serba. Un calendario serrato di incontri internazionali il cui esito era di non poca importanza per l’attuale esecutivo serbo. La scommessa europeista, infatti, è uno degli elementi chiave della presidenza Tadic: il suo fallimento, ovvero un diniego europeo provocato magari dalle ennesime violenze, avrebbe potuto avere ripercussioni profonde e favorire una svolta indietro e a destra del governo, rimettendo in auge il blocco nazionalista-conservatore e relegando in posizione defilata i riformisti.

La decisione europea, con il sostegno motivato dell’Italia, ha eliminato, almeno per ora, tale rischio e, instradando la Serbia sulla via dell’adesione all’Ue, contribuisce a sostenere una progressiva apertura (e si spera anche modernizzazione) dello stato balcanico. È una linea che nel resto dei Balcani ha pagato, aiutando a smorzare la follia nazionalista.

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Vedi anche:

G. Merlicco: Lo scoglio del Kosovo tra Bruxelles e Belgrado