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Nuove minacce

Contro il terrorismo non basta il catenaccio

5 Nov 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Come nel Barbiere di Siviglia il venticello della calunnia “si propaga e si raddoppia – e produce un’esplosione” che non lascia scampo al calunniato, così i recenti falliti attentati terroristici provenienti dallo Yemen vanno “ronzando nelle orecchie della gente” e alimentano un’atmosfera di timore e reazioni forse eccessive o comunque mal pianificate, oltre che diverse da paese a paese. Oscilliamo tra chi ha semplicemente deciso di aumentare la sorveglianza sui pacchi provenienti dallo Yemen e chi ha sospeso non solo il flusso delle merci, ma anche quello delle persone. Come se un pacco bomba non potesse essere impostato altrove o se ogni visitatore fosse un potenziale kamikaze.

Di allarme in allarme
Fino a pochi giorni or sono la “minaccia” terroristica più gettonata era quella dei residenti islamici (specie quelli di seconda o terza generazione) caduti sotto l’influsso di predicatori estremisti e/o indottrinati da siti internet criminali. In alcuni casi costoro avevano anche compiuto soggiorni di addestramento in qualche campo gestito da organizzazioni terroristiche in Pakistan o nello stesso Yemen, in altri casi erano dei semplici “fai-da-te”. Alcuni hanno purtroppo fatto delle vittime innocenti, ma la maggioranza ha fortunatamente fallito il suo tentativo. Ora è di moda “spostare l’attenzione” dal conflitto afgano alla confusa situazione yemenita e ad alcune aree meno controllate dell’Arabia Saudita, nonché sulla Somalia e sul deserto del Sahara (in particolare nella regione nord-occidentale dell’Africa). Nello stesso tempo, in realtà, a mietere vittime sono attentatori più “tradizionali”, come ad Istanbul, in Afghanistan, in Pakistan e in Iraq. Ma queste minacce reali sembrano avere meno peso di quelle che fortunatamente si sono rivelate solo virtuali, ma dirette contro i nostri paesi.

La minaccia terroristica contro i paesi europei esiste, ed è stata ampiamente provata, tra l’altro, dalle stragi di Madrid e di Londra, ma è ancora ben lungi dall’essere così alta e diffusa come invece sembra essere percepita, non solo dall’opinione pubblica, ma anche da alcuni governi. La vigilanza e le operazioni di intelligence pagano, ma hanno bisogno di essere sostenute da una strategia complessiva di lungo periodo che non cambi ad ogni brezza mediatica, con il rischio di aggravare la situazione.

Fenomeni terroristici sono endemici, un po’ in tutte le società, e in genere richiedono essenzialmente efficaci operazioni di polizia. Il terrorismo internazionale, facilitato dai mezzi di comunicazione e di trasporto della società globalizzata, è invece un fenomeno diverso e più difficile da combattere perché richiede un livello ancora inesistente (o troppo settoriale) di cooperazione internazionale. In realtà, più una società si chiude in un bozzolo difensivo, intralciando o rallentando la cooperazione tra i servizi informativi e le forze di polizia, più favorisce i terroristi che riescono ad inserirsi in questi spazi di inefficienza. Il problema maggiore però è che, al di là dell’Intelligence, gli interventi internazionali di repressione sono ancora troppo imprecisi ed incerti (e a volte troppo scoordinati tra loro) per essere realmente efficaci.

Ad esempio, il maggior timore del governo dello Yemen, a questo stadio, sembra essere, più che il terrorismo, un eventuale intervento di forza, dall’esterno, sul suo territorio, che lo trasformi in una sorta di nuovo Afghanistan. E non è detto che questa non sia proprio la segreta speranza della dirigenza terrorista che potrebbe cercare così di profittare del caos nello Yemen per destabilizzare l’obiettivo più pagante, e cioè l’Arabia Saudita. Un po’ come già sta avvenendo tra Afghanistan e Pakistan.

È possibile immaginare un diverso modello di “gestione delle crisi” che appaia meno traumatico per i paesi dove si interviene e di maggiore successo per la sicurezza internazionale? L’ampio, anche se a volte un po’ confuso, dibattito in corso tra gli analisti sulla cosiddetta “human security” va in questa direzione, così come l’attenzione crescente che gli europei in particolare dedicano alla condotta di operazioni integrate “civili-militari”, ma siamo ancora lontani dalla formulazione di dottrine e strategie pienamente convincenti. Troppo spesso le varie componenti oscillano a favore dell’uno o dell’altro corno del dilemma, propugnando la “superiorità” di una componente sull’altra e finendo per ricadere nel vecchio modello della separazione tra logica militare e logica civile o tra operazioni belliche ed operazioni di salvaguardia dei diritti umani.

Arroccamento autolesionista
Può così avvenire che, visti gli alti costi umani e finanziari che hanno caratterizzato gli interventi in Iraq e in Afghanistan, nonché i tempi lunghi e i risultati quanto meno incerti che sono stati sinora conseguiti, si delinei una strategia più difensiva che offensiva, volta a limitare i danni e se possibile ad erigere barriere, più che a sconfiggere gli avversari. In tal modo però si rischia di alimentare una crescente frammentazione politica della globalizzazione, in contrasto con la sua forte interconnessione economica e tecnologica, che potrebbe avere effetti sistemici molto negativi e pericolosi, oltre a lasciare ai terroristi il vantaggio dell’iniziativa.

Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di uscire dallo schema della “guerra di civiltà”, teoricamente respinto da tutti (per le sue evidenti contraddizioni interne, oltre che per il fatto di essere politicamente controproducente), ma di fatto riproposto in modo ambiguo quando si parla di costruire “nuove” realtà statuali e sociali più o meno ispirate al modello democratico occidentale. Non perché questo sia un cattivo modello, ma perché la sua esportazione, quando è accompagnata dall’uso della forza, provoca facilmente nuovi disastri e genera nuove opposizioni.

La garanzia della “human security” deve andare di pari passo con il rispetto dei modi e dei tempi propri delle società in cui si interviene, anche se non si può certo escludere la normale “contaminazione” culturale che è sempre parte di ogni conflitto (e che, nel più lungo termine, contribuisce a superare antiche contrapposizioni).

Una strategia globale
Accettare il fatto che siamo tutti “sulla stessa barca” significa anche riconoscere che il più alto livello della minaccia terroristica non riguarda i nostri paesi, bensì proprio i paesi islamici e le aree dei nostri interventi esterni. Al di là di un necessario principio di precauzione, che deve mantenere alta l’attenzione contro possibili azioni terroristiche nei nostri paesi, il centro di una strategia offensiva deve essere interventista e tradursi in una gestione mirata delle crisi, avendo però come primo obiettivo il consolidarsi di sistemi efficaci e quanto più inclusivi possibile di governo su base locale. Ciò implica la necessità di conoscere molto meglio le situazioni locali e di accelerare ed approfondire lo studio delle esperienze fatte sino ad oggi per elaborare su quella base dottrine e strategie civili-militari più credibili e possibilmente più efficaci.

Il secondo obiettivo è quello di intensificare molto di più la cooperazione internazionale sia nel settore dell’intelligence che in quello delle contromisure difensive e delle reazioni agli allarmi. Siamo già incamminati su questa strada (come si è visto ad esempio nella collaborazione realizzata contro la minaccia dei pacchi-bomba), ma essa va molto più sviluppata e soprattutto organizzata sulla base di più cogenti accordi internazionali e, ove possibile, di responsabilità multilaterali o sopranazionali. E’ quello che, ancora confusamente, si cerca di fare nel trasporto aereo, ma andrà progressivamente esteso anche ad altri settori.

Tutto ciò non ci libererà del terrorismo internazionale in tempi brevi, ma può servire a limitarne le opzioni e soprattutto a diffondere nei nostri paesi la convinzione che stiamo andando nella direzione giusta e non stiamo facendoci trasportare dal “venticello” della calunnia, o della paura.

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Vedi anche:

F. Marone: Terrorismo tra allerte, allarmi e allarmismo