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Dopo la scomparsa di Kirchner

America Latina a una svolta

15 Nov 2010 - Manuel Anselmi - Manuel Anselmi

Il 2010 verrà ricordato come un anno decisivo per la storia politica dell’America Latina, e la morte di Nestor Kirchner, presidente dell’Argentina dal 2003 al 2007, un punto di svolta per l’intero subcontinente, tanto sul piano simbolico quanto su quello dei reali equilibri tra i paesi. Se infatti il primo decennio del ventunesimo secolo è stato contraddistinto dall’affermazione di nuove forze progressiste, diverse tra loro, ma tutte volte a spezzare l’immagine di un’America Latina “cortile di casa” degli Usa, per i paesi dell’area si apre oggi una nuova stagione, caratterizzata forse da minore entusiasmo, ma anche da più realistiche ambizioni di affermazione internazionale.

Nuovo scenario
Dalla fase della creazione del consenso per via carismatica e dello sviluppo di movimenti politici democratici di matrice populista si è passati a quella del radicamento e delle alleanze strutturali. Le questioni centrali sono ora la successione al potere, il consolidamento dei movimenti ormai al governo, ma soprattutto la realizzazione di un’unità politica pansudamericana. Quanto accaduto in questi mesi in alcuni dei maggiori stati latino-americani sembra proprio indicare l’inizio di questo nuovo percorso.

In Brasile, la recente elezione di Dilma Rousseff ha mostrato che quantomeno sul piano formale l’avvicendamento può riuscire anche se il candidato è una donna, ex-rivoluzionaria e favorevole all’aborto. Nulla esclude, come molti ipotizzano, che Lula rimarrà a fare da presidente ombra e magari si ripresenterà nel 2014. Ipotesi che, in realtà, non potrà che giovare al Partido dos Trabalhadores, data la grande presa di Lula sull’immaginario del popolo di centro-sinistra brasiliano. La Rousseff, piuttosto, dovrà tenere fede all’impegno di portare avanti la lotta alla povertà e l’azione di inclusione politica e sociale delle classi più svantaggiate, che non poco hanno contributo al 57% dei voti che ha raccolto nelle elezioni presidenziali.

In Venezuela, le elezioni parlamentari del 26 settembre hanno invece lasciato una situazione critica per Chávez, che si trova ora a misurarsi con un’imprevista e non trascurabile opposizione, quella del centro-destra di Mesa de Unidad Democrática, che ha conquistato 64 seggi. Per il movimento bolivariano è il segno di un’inversione di tendenza rispetto allo schiacciante consenso del passato. La sfida per Chávez è di arrivare alle prossime elezioni presidenziali del dicembre 2012 con una ritrovata egemonia. Per riuscirci, il presidente venezuelano non potrà eludere due questioni fondamentali su cui la destra ha insistito per tutta la campagna elettorale: sicurezza sociale e ripresa economica. Solo se riuscirà a produrre risultati tangibili su questi due fronti potrà sperare di rilanciare il bolivarismo rivoluzionario come possibile collante ideologico dei paesi latinoamericani.

Grande vuoto
Ma il paese più critico rimane l’Argentina. Con la scomparsa di Nestor Kirchner, il percorso da lui avviato nel 2003 rischia molto di più che una battuta di arresto. La presenza di Kirchner al fianco della moglie, Cristina Fernandez de Kirchner, attuale presidente dell’Argentina, metteva al riparo dal rischio di brusche soluzioni continuità nella gestione del potere. L’Argentina, pur non senza difficoltà, avrebbe continuato a portare avanti i programmi economici di lunga durata elaborati dopo la crisi del 2001. Allo stesso modo, sarebbe stata garantita la prosecuzione di quel percorso di elaborazione collettiva del passato regime dittatoriale, che Nestor Kirchner aveva avviato con grande successo, promuovendo da un lato una crescente diffusione della cultura dei diritti umani, dall’altro assicurando un corretto svolgimento dei processi contro i responsabili dei crimini politici commessi durante la dittatura di Videla.

Molto probabilmente alle prossime elezioni in Argentina non si sarebbe posto il problema di un ulteriore successore della “Presidenta”, perché Kirchner stesso si sarebbe ripresentato, sancendo così una rassicurante “staffetta coniugale” al vertice dello stato. Ora, invece, Cristina Fernandez dovrà fare i conti con le ambizioni di Daniel Scioli, peronista moderato, ex governatore della provincia di Buenos Aires, ex vicepresidente proprio con Kirchner, ma soprattutto suo compagno di partito. Di un partito che lei stessa ha definito, usando una battuta diffusa, “uno stagno pieno di squali”.

Se una parte della stampa internazionale ha salutato positivamente l’uscita di scena di Kirchner, arrivando addirittura a definirla “un’opportunità”, e i mercati finanziari hanno reagito bene, è perché la figura di Kirchner aveva un peso politico che andava ben oltre i confini nazionali argentini. Ed era ovviamente temuta da Washington, nonostante le annunciate, ma poco realizzate aperture di Obama.

Pochi sembrano ricordare, infatti, che nel giugno scorso Kirchner era stato eletto all’unanimità Segretario Generale dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur). Kirchner, che come presidente aveva contrastato decisamente le politiche del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), avviando programmi di sviluppo che prescindevano dagli aiuti del Fondo, era il leader più adatto a portare avanti gli obiettivi di Unasur e a sottrarre i paesi latinoamericani all’egemonia economica e politica degli Usa.

In pochi mesi, Kirchner aveva dato prova di poter svolgere un fondamentale ruolo di mediazione tra i paesi sudamericani, favorendo, in particolare, la ripresa delle relazioni bilaterali tra Venezuela e Colombia (interrotte in seguito a una crisi di inizio estate) anche grazie alla maggiore apertura del nuovo presidente colombiano Juan Manuel Santos.

Fine di un’era?
A preoccupare i sostenitori dell’egemonia statunitense in America Latina era soprattutto il forte impegno di Kirchner per una crescente autonomia politica ed economica dell’Unasur. Decisiva in questo senso è stata l’azione di Kirchner nella fondazione del Banco del Sur, con il non trascurabile contributo del Venezuela, dopo che come presidente era riuscito ad estinguere il debito dell’Argentina verso il Fmi.

Può sembrare eccessivo caricare di un così grande significato la scomparsa di Kirchner dalla scena politica latinoamericana, anche perché per molti versi era meno alla ribalta di un Chávez o di un Evo Morales. Ma la sua morte potrebbe segnare una battuta di arresto, se non portare a una vera e propria crisi del progetto di un’America Latina politicamente più coesa.

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Vedi anche:

V. Risuglia: La Colombia nella partita tra Obama e Chavez

G. Casa: Miliardari al governo