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Rapporti transatlantici

Terrorismo tra allerte, allarmi e allarmismo

18 Ott 2010 - Francesco Marone - Francesco Marone

Un recente episodio ha riportato l’attenzione sulle finalità e le implicazioni delle comunicazioni emanate ufficialmente dai governi sui rischi di attentati terroristici. Il 3 ottobre il Dipartimento di Stato americano ha lanciato una “allerta di viaggio” (travel alert) per i propri cittadini, mettendoli in guardia contro il rischio di attacchi terroristici in Europa ad opera di “al-Qa’ida e organizzazioni affiliate”. I cittadini Usa in visita o residenti nel Vecchio Continente sono stati pertanto invitati alla massima vigilanza. Gli stati europei non hanno però innalzato il livello di minaccia interno. Il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha definito “realistico” l’allarme di Washington, ma ha aggiunto che “non ci sono obiettivi specifici e non ci sono allarmi speciali riguardanti l’Italia”.

Il travel alert è arrivato pochi giorni dopo la scoperta di presunti piani orchestrati da alcuni gruppi terroristici, attivi in Pakistan e in Nordafrica e collegati ad al-Qa’ida, per eseguire attentati a Londra, Berlino e Parigi, apparentemente con metodi simili a quelli impiegati a Mumbai nel 2008.

Vaghezza deliberata
Il Dipartimento di Stato ha deciso di emanare una “allerta di viaggio” (travel alert), evitando un più impegnativo “allarme di viaggio” (travel warning). Con il primo tipo di avvertimento ci si limita a diffondere informazioni su condizioni di breve periodo che possono mettere a rischio la sicurezza dei cittadini Usa; con il secondo si raccomanda esplicitamente di evitare o perlomeno di considerare il rischio di recarsi in un determinato paese, giudicato pericoloso o instabile (per esempio, dall’inizio di settembre sono finiti su questa lista il Messico, l’Eritrea, il Sudan e da ultimo il Libano). Con la recente ”allerta”, il governo americano non ha sconsigliato i viaggi in Europa, il che avrebbe, peraltro, irritato non poco gli alleati europei; si è di fatto limitato a un generico richiamo alla prudenza.

In effetti, la prima caratteristica del comunicato del 3 ottobre ad attirare l’attenzione è la sua deliberata vaghezza. In primo luogo non vi è, comprensibilmente, alcun cenno alle fonti e alle informazioni che hanno indotto le autorità americane a lanciare questa allerta. Presumibilmente le agenzie di sicurezza e di intelligence degli Stati Uniti e dei paesi alleati hanno identificato una minaccia credibile, ma non specifica. In un briefing tenutosi nella medesima giornata il sottosegretario Patrick F. Kennedy, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, ha evitato qualsiasi riferimento alle modalità con cui si è giunti alla decisione di diramare l’allerta, limitandosi a dichiarare che essa è il risultato di un “processo cumulativo” di raccolta e analisi delle informazioni disponibili, in corso da “almeno numerose settimane”, senza il supporto di un’informazione decisiva (il cosiddetto “eureka moment”). Il tutto può essere ricondotto all’inevitabile tensione tra necessità di segretezza e esigenze di comunicazione che caratterizza le attività di intelligence.

Meno scontata è la vaghezza in merito all’oggetto stesso dell’allerta. Innanzitutto non vi è una chiara delimitazione dell’arco temporale: il travel alert ha soltanto un periodo di validità formale che terminerà il 31 gennaio 2011.

Ancor più, non si menziona nessuno Stato in particolare (al contrario di quanto avviene solitamente), bensì l’intero continente europeo. I riferimenti agli obiettivi fisici sono piuttosto generici: semplicemente si ricorda “ai cittadini statunitensi la possibilità che i terroristi attacchino i sistemi di trasporto pubblico e altre infrastrutture turistiche”, aggiungendo che “I terroristi hanno preso di mira e hanno attaccato i sistemi della rete metropolitana e ferroviaria così come i servizi di aviazione e marittimi”.

Si pone inoltre l’accento sulla natura multiforme, e perciò difficilmente prevedibile, della minaccia: “I terroristi possono decidere di usare una varietà di mezzi e armi per prendere di mira interessi sia pubblici sia privati”. Infine, al posto di suggerimenti pratici ben definiti, si ha un richiamo a non meglio precisate “pratiche di senso comune” (secondo l’espressione del sottosegretario Kennedy): “i cittadini statunitensi dovrebbero assumere qualsiasi precauzione per essere consapevoli dell’ambiente in cui si trovano e adottare appropriate misure di sicurezza per proteggersi quando sono in viaggio”.

Gli obiettivi dell’allerta
Ovviamente il comunicato ha prima di tutto l’obiettivo di mettere in guardia i cittadini statunitensi in viaggio in Europa. Ciononostante questo potrebbe non essere l’unico scopo. È interessante notare che questa comunicazione mette il governo Usa anticipatamente al riparo dalle critiche, o almeno da quelle di chi non è disposto a fargli sconti: se non si verificherà nessun attacco terroristico, l’allarme non avrà comunque procurato gravi danni, visto che il travel alert non è molto impegnativo, come potrebbe essere un travel warning; d’altra parte, se un attacco verrà effettivamente portato a termine, il governo potrà sostenere di aver rispettato il dovere di avvertire i propri cittadini, sulla base delle informazioni a sua disposizione. In questo modo il governo trasferisce, in parte, la responsabilità sui cittadini stessi, che esorta, appunto, ad “assumere qualsiasi precauzione”.

Il travel alert potrebbe peraltro avere anche altre motivazioni. A differenza degli avvisi su rischi riguardanti calamità naturali (per esempio, l’arrivo di un uragano), gli allarmi pubblici relativi a possibili attacchi terroristici possono alterare la natura stessa della minaccia; in questo caso infatti le comunicazioni sul rischio sono, come si usa dire, “riflessive”, poiché intervengono in una situazione di interdipendenza strategica. Non si può infatti escludere che, come suggerito da alcuni esperti, il travel alert abbia avuto (anche) l’obiettivo di modificare il comportamento dei terroristi stessi: inducendoli, per esempio, a cancellare o quantomeno a posticipare un attacco già programmato, oppure provocando intenzionalmente incertezza, sospetti e tensioni all’interno delle loro organizzazioni (il comunicato allude al fatto che si conoscono i loro piani, ma senza chiarire come, perché e fino a che punto si conoscano realmente). Alcuni commentatori hanno addirittura sostenuto che quest’allerta possa essere collegata alle imminenti elezioni di metà mandato (mid-term) negli Usa, che si svolgeranno il 2 novembre, ma è un’interpretazione poco convincente.

Dilemma inevitabile
La diffusione del travel alert, frutto probabilmente di un’intensa discussione all’interno dell’amministrazione Obama, pone un dilemma di non poco conto. Da una parte, il governo non può nascondere informazioni rilevanti per la sicurezza dei propri cittadini. Dall’altra, non può permettersi di creare situazioni di panico diffuso, eventualmente amplificate dai mass media, con il rischio di alimentare proprio quel senso di terrore che è, per definizione, l’obiettivo immediato del terrorismo. Inoltre gli allarmi sul terrorismo, se ripetuti frequentemente, possono perdere credibilità ed efficacia nel corso del tempo. In definitiva, il recente travel alert è un’ulteriore riprova di quanto le comunicazioni sul rischio di azioni terroristiche siano intrinsecamente problematiche e delicate.

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Vedi anche:

G. Gramaglia: La reazione di Obama al terrorismo tra deja vu e nuove strategie