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Africa

Rinnovabili nel Sahara: più politica che energia

3 Ott 2010 - Andrea Bonzanni - Andrea Bonzanni

L’idea di produrre energia solare nel deserto del Sahara, un’area di oltre nove milioni di chilometri quadrati con uno dei più alti tassi di insolazione al mondo, ha sempre suscitato grandi entusiasmi. I primi progetti risalgono addirittura ai primi anni ’30, quando Hassan Kamel al-Sabbah, un ingegnere libanese emigrato negli Stati Uniti, propose al principe druso Chakib Arslan di installare nei paesi arabi pannelli solari da lui ideati. In tempi più recenti, l’aggravarsi dei problemi climatici e la necessità di trovare fonti energia alternative agli idrocarburi fossili ha portato alla nascita di iniziative più concrete.

Piano solare
L’estate appena conclusa ha visto in particolare una netta accelerazione del Piano solare mediterraneo (Psm), uno dei pochi progetti operativi dell’Unione per il Mediterraneo (Upm), voluta fortemente dal presidente francese Nicolas Sarkozy e lanciata su iniziativa di quest’ultimo nel luglio 2008. Il piano si propone di installare pannelli solari per una capacità equivalente a 20 gigawatts entro il 2020 e ha trovato un solido alleato in Desertec, un consorzio di aziende private a guida tedesca.

Nato nel 2008 come fondazione no-profit, Desertec è stato affiancato e integrato nel luglio 2009 da una vera e propria iniziativa industriale (Desertec Industrial Initiative), che ha registrato la rapida adesione di grandi gruppi europei. Attualmente, tra i 17 membri vi sono pesi massimi quali Munich RE, Deutsche Bank, Siemens, Abengoa e l’italiana Enel. L’obiettivo finale è l’installazione in zone desertiche di pannelli solari a concentrazione – attraverso i quali il calore solare viene utilizzato per produrre vapore poi convertito in energia termica o elettrica. I vantaggi di questo tipo di tecnologia rispetto al tradizionale fotovoltaico sono rappresentati dalla possibilità di conservare l’energia prodotta e di trasportarla facilmente. Nel quadro di questa volontà politica si è inserito anche il progetto Transgreen, presentato a luglio proprio durante un meeting dell’Upm da un consorzio guidato dalla francese Edf (ma dove sono rappresentati anche interessi tedeschi e spagnoli). L’iniziativa si propone di costruire una rete di trasmissione che collegherebbe in diversi punti le reti elettriche europee con quelle dei paesi nordafricani, la cui esistenza è una condicio sine qua non che determinerà la fattibilità o meno di Desertec e del Psm.

Tempi lunghi
Tuttavia, le effettive possibilità di realizzazione di questi progetti non dovrebbero lasciare spazio a eccessivi ottimisti. Il commissario europeo per l’energia Günther Oettinger ha dichiarato che nei prossimi cinque anni saranno realizzati soltanto alcuni progetti pilota, per una capacità di poche centinaia di megawatt, mentre progetti come Desertec saranno completati soltanto nei prossimi 20-40 anni e con investimenti per centinaia di miliardi di euro. Inoltre, le incognite cui il Psm dovrà far fronte sono tutt’altro che trascurabili. Sebbene simili installazioni siano state già testate negli Stati Uniti e in Spagna, barriere tecnico-logistiche quali la scarsità di acqua necessaria al funzionamento dei pannelli (superabili con l’utilizzo di meno efficienti meccanismi ad aria o la realizzazione di dispendiosissime centrali di desalinizzazione) comporterebbero un forte aumento dei costi di realizzazione ed operativi. Essendo la costruzione e l’attività degli impianti – come sempre accade nel caso delle fonti rinnovabili – abbondantemente sussidiata da fondi statali, è probabile che tale progetto non riscuoterà grande favore tra l’opinione pubblica, specialmente in un periodo di grande difficoltà economica come quello attuale.

Un altro ostacolo è dovuto alla forte dispersione sul territorio degli impianti. A differenza di grandi installazioni quali trivelle petrolifere o pipeline, i pannelli solari sono di difficile controllo e potrebbero essere oggetto di attacchi e sabotaggi da parte di gruppi terroristici e criminalità organizzata, riducendo la sicurezza energetica del continente o comunque facendo schizzare verso l’alto i costi del progetto. Analogamente, la necessità di distribuire sussidi ad una struttura tanto decentralizzata espone il Psm a rischi di inefficienze burocratiche e frodi (i vari casi riguardanti l’eolico in Italia dovrebbero fare scuola), minando alle fondamenta la fattibilità del piano.

Inoltre, in seguito alla riduzione delle emissioni di CO2 dovuto all’attuale recessione e i difetti di institutional design dello European Trading Scheme (Ets), sono venute a meno le condizioni che avrebbero potuto fornire a governi e compagnie energetiche incentivi alla realizzazione di un tale piano. Realisticamente, l’eventualità che disegni quali il Psm possano vedere la luce sembra essere legata all’instaurazione di un regime globale per la riduzione delle emissioni di gas serra in sede di United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc). I negoziati stanno però attraversando un prolungato periodo di stallo e non si intravedono per ora serie possibilità di uscita.

Il ruolo dell’Ue
La recente accelerazione del progetto e l’ampia pubblicità positiva sono state dunque di matrice prevalentemente politica, legate anche alla priorità che l’uscente presidenza spagnola aveva assegnato in seno all’Ue alla cooperazione euro-mediterranea e alla velata competizione franco-tedesca per la guida delle relazioni europee con il Maghreb. La co-operazione nel campo delle energie rinnovabili rappresenta lo strumento principale con cui l’Europa sta cercando di esercitare il suo “potere normativo” e costruire solidi legami con i paesi nordafricani diffondendo meccanismi di governante rispettosi della rule of law e benefici per gli interessi europei.

Da questo punto di vista, l’iniziativa sta riscuotendo un buon successo: il Psm è stato accolto molto positivamente dalle leadership maghrebine, solitamente molto fiere e sospettose delle iniziative europee nella regione. Alla fine di giugno, i ministri per l’Energia di Algeria, Marocco e Tunisia, durante un incontro ad Algeri con il commissario Oettinger, si sono impegnati a muovere i primi passi per integrare i rispettivi mercati elettrici nazionali – in vista poi di una piena integrazione nel sistema energetico europeo, che ormai si estende ben oltre i confini dei 27 membri. Se sviluppato, l’accordo potrebbe avere portata storica in quanto rappresenterebbe un passo fondamentale verso una tanto attesa integrazione economica e politica del Maghreb e una riappacificazione tra Algeria e Marocco, le cui relazioni sono tese da decenni.

Progetti come il Psm, indipendentemente dai loro risultati in termini di kilowatt prodotti, sono la maggiore speranza che l’Europa possiede per costruire un rapporto di cooperazione mutualmente proficua con i paesi arabi. Visti i dilemmi etici e la scarsa accettazione pubblica suscitati da una più tradizionale cooperazione bilaterale con attori regionali (vedi il recente caso-Libia), la strada del multilateralismo e del “potere normativo” sembra essere la più promettente.

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