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Elezioni di mid-term

Obama, un’anatra quasi zoppa?

29 Ott 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Molti prevedono che il Presidente Obama dovrà presto vedersela con una maggioranza repubblicana alla Camera e una situazione pressoché di parità al Senato. Di più, anche se le perdite democratiche dovessero essere più contenute, in ogni caso i nuovi eletti democratici sarebbero più critici della politica del Presidente, meno allineati con la Casa Bianca, sia quelli della sinistra liberal che quelli del nuovo centro moderato. Gran parte delle differenze riguardano la politica economica e gli affari interni, ma vi saranno conseguenze anche in politica estera, se non altro perché un Presidente indebolito elettoralmente ha meno autorità sul Congresso. Ma ci sono anche questioni specifiche.

Problema Mosca
Per l’Europa la prima questione riguarda la Russia. È possibile che il prossimo Vertice della Nato, a metà novembre, approvi il piano di dotare l’Europa di difese anti-missile. Sappiamo tutti quanto Mosca abbia avversato questa ipotesi. Benché nei programmi della Nato ci sia anche l’idea di un’apertura alla Russia per sviluppare assieme un singolo sistema di difesa contro i missili balistici, ciò non sarà né facile né evidente. E sarà tanto più difficile se nel frattempo il Senato americano non volesse ratificare il nuovo trattato Start, di controllo e riduzione degli armamenti nucleari strategici, firmato da Obama e Medvedev. Eppure l’ipotesi su cui lavora uno dei leader della destra repubblicana al Senato, il sen. dell’Arizona John Kyl, è quella di rinviare il voto sul trattato, almeno sino alle nuove elezioni presidenziali americane, fra due anni.

Complicazioni si annunciano anche sul fronte delle guerre in corso, in particolare l’Afghanistan. Qui alcuni temono persino una sorta di diabolica convergenza tra i democratici di sinistra e una parte della nuova destra repubblicana emersa dal movimento del Tea Party, perché ambedue favorevoli, per diverse ragioni, ad un immediato ritiro dal conflitto o comunque ad un forte ridimensionamento dell’impegno militare americano. Ma più probabilmente Obama incontrerà maggiori difficoltà a controllare le posizioni dei militari e quindi a garantire la continuità della sua linea di impegno forte, ma limitato nel tempo. In ogni caso rischia di crescere la confusione sugli obiettivi strategici e la condotta delle operazioni. Diventa in questo quadro cruciale la scelta del nuovo Segretario alla Difesa che dovrà a breve sostituire il Repubblicano moderato Gates. Una scelta troppo esposta politicamente potrebbe dare inizio ad una vera e propria guerriglia parlamentare, mentre una scelta più centrista diminuirebbe il controllo della Casa Bianca sul Pentagono.

Anche se è comunque difficile immaginare scelte troppo drastiche, in un senso o nell’altro, per quel che riguarda gli aspetti militari del conflitto, completamente diversa è la prospettiva per quel che riguarda i suoi aspetti politici, in particolari gli aiuti economici da erogare per consolidare la situazione in Afghanistan e aiutare (e in qualche modo “comprare”) il Pakistan. Qui è probabile che una maggioranza repubblicana interverrebbe a fondo, togliendo al Presidente la possibilità di usare appieno questa essenziale leva economica.

È infine anche probabile che un Presidente più debole non riesca ad esercitare quella leadership politica che sarebbe necessaria per evitare il completo fallimento dei negoziati tra Israele e i palestinesi e per mantenere aperto il difficile dialogo con la Siria, mentre si ridurrebbero le opzioni nei confronti dell’Iran e delle posizioni da assumere nel Golfo.

Ombre cinesi
Ma il vero nodo del contendere sarà la Cina. Qui si gioca il futuro dei nuovi grandi accordi di governance mondiale. Qui gli Stati Uniti debbono riuscire a graduare il mantenimento delle loro alleanze tradizionali (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) e l’apertura nei confronti di Pechino. Ma la posizione repubblicana oggi è molto meno flessibile di quella ricercata dalla Casa Bianca e potrebbe facilmente portare a scontri con Pechino, sul piano commerciale in primo luogo, ma anche su quello politico. Questi repubblicani, o almeno gran parte di essi, non credono nell’utilità di un sistema multilaterale più aperto e bilanciato e guardano con sospetto all’affacciarsi della Cina tra i grandi. Le loro posizioni di maggiore chiusura potrebbero quindi impoverire il dialogo tra Washington e Pechino e rendere molto più difficile lo sviluppo di un sistema più stabile di governance internazionale.

Ora alla Casa Bianca ci si affanna a dire che la priorità assoluta del Presidente è quella di evitare di essere troppo condizionato dalla politica interna sulle grandi questioni internazionali. Non vuole insomma divenire una “anatra zoppa”. Comprensibile e lodevole aspirazione. Ma molto dipenderà da come andranno queste elezioni.

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