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Energia

Lo spettro della fine del petrolio

18 Ott 2010 - Giacomo Mangano - Giacomo Mangano

Il petrolio si sta esaurendo e tra qualche anno, se non si adottano tempestivamente nuove politiche energetiche, potremmo ritrovarci in una crisi energetica globale. L’ultimo ente di ricerca a gettare l’allarme sulle tendenze in atto nel settore dell’energia è stato il centro sulle trasformazioni delle forze armate tedesche (Zentrum für Transformation der Bundeswehr) in uno studio pubblicato nel luglio scorso. Il picco della produzione petrolifera, secondo lo studio, è già stato superato e, e se si mantiene una dipendenza energetica così alta dall’oro nero, a partire dal 2025 si entrerà in uno scenario di crisi in cui saranno messi a serio repentaglio benessere e sicurezza delle società e degli individui.

Punto di non ritorno
Altri studi prevedono un più o meno rapido esaurimento del petrolio come fonte energetica. Il Pentagono e l’agenzia internazionale per l’energia (Iea) concordano che il picco della produzione sarà raggiunto nel 2012. Secondo il geologo britannico Colin Campbell, uno degli studiosi più autorevoli in materia, il picco è invece già stato superato e assisteremo ad una diminuzione della produzione di circa il 2,3% l’anno. Altri studi hanno mostrato che il picco è stato già raggiunto da diversi anni.

Tra le stime più pessimistiche sono da segnalare quelle del comando interforze Usa (American Joint Forces Command), che nel suo rapporto annuale prevede che dal 2015 solo il 90% della domanda di petrolio potrà essere soddisfatta. Lo studio dell’esercito americano prevede che nel 2030 la domanda di petrolio sarà aumentata del 50%, e che, per soddisfarla, si dovrà disporre di 1,4 miliardi di barili l’anno: bisognerebbe cioè trovare ogni sette anni risorse petrolifere pari all’attuale disponibilità dell’Arabia Saudita.

Situazioni congiunturali come l’instabilità politica, la crisi economica o energetica, le guerre e le speculazioni economico-finanziarie, influenzano l’andamento della curva reale della produzione, potendo anticipare o posticipare il picco. Ma la tendenza resta quella descritta dal geofisico americano Marion King Huppert che già nel 1956 prevedeva per la produzione del petrolio una curva a campana, con un inevitabile e irreversibile declino un volta raggiunto il picco (donde l’espressione “picco di Huppert”).

Secondo gli analisti, i paesi che dovranno affrontare decisioni più drastiche sono quelli che hanno una dipendenza energetica dal petrolio di oltre il 45%, come Porto-gallo, Irlanda (55%), Italia (46%), Grecia (58%) e Spagna (48%). La media dell’Unione Europea è del 37%, quella mondiale del 35%.

Il consumo mondiale di energia ammonta a 9.179 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), di cui il petrolio rappresenta il 39%, il carbone il 26%, il gas il 23%, il nucleare il 7% e le fonti rinnovabili il 6%. La domanda energetica italiana è di 184 Mtep (49,5% petrolio, 32% gas, 7% carbone, 6,5% energie rinnovabili e 5% nucleare). Il rapporto del World Energy Outlook del 2004 stima che nel 2030 la domanda energetica mondiale sarà pari a 15.265 Mtep, con un aumento del 66% rispetto al 2000, ed una suddivisione tra le diverse fonti primarie non molto diversa dall’attuale.

Paura del picco
Lo scorso marzo il quotidiano britannico The Guardian titolava: “Il ministro dell’energia terrà un summit per calmare la paura del peak oil”. Dopo la pubblicazione di uno studio del Dipartimento per l’energia e il cambiamento climatico sugli approvvigionamenti del Regno Unito, è stata istituita una commissione parlamentare per non creare panico nella City di Londra e per rassicurare gli industriali.

La fine dell’energia a “basso costo” è sorretta dalla crescente fame di energia delle nuove potenze economiche, Cina e India in testa, che per alimentare un Pil a due cifre hanno sempre più bisogno di risorse energetiche, anche se attualmente la Cina copre il proprio fabbisogno energetico per il 70% con il carbone. Nel 1990 circa la metà del petrolio prodotto veniva consumato dai paesi Ocse, quest’anno la percentuale è di circa il 30%, come effetto soprattutto del vertiginoso aumento del consumo dei paesi asiatici.

Lo scenario che si profila è, a dir poco, preoccupante: aumento della domanda di petrolio e contemporaneo calo di nuove scoperte, richieste sempre più pressanti sulla reale consistenza delle riserve per valutare la stabilità energetica, aumento dei prezzi.

L’aumento dei prezzi potrebbe spingere governi e industrie petrolifere a battere nuove strade, come le trivellazioni offshore a profondità sempre maggiori, lo sfruttamento della piattaforma continentale, anche in zone climaticamente difficili, e l’apporto di petrolio “non convenzionale”, ottenibile da scisti e sabbie bituminose.

Allo stato attuale della tecnica nemmeno la produzione alternativa di carburante per i motori a scoppio sembra essere una soluzione convincente. Peraltro, se ci si affidasse sempre più ai biocarburanti, si rischierebbe di provocare un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, provocando forti instabilità sociali in alcuni paesi.

Di certo c’è che la Germania, che ha finanziato lo studio del Bundeswehr, ha rimandato di altri 12 anni la dismissione degli impianti nucleari.

Ma la vera sfida è ridurre la dipendenza dal petrolio. Oggi molte attività umane ruotano direttamente o indirettamente attorno all’oro nero, e solo ricerca e processi tecnologici più avanzati, sommati ad un cambiamento dello stile di vita, potranno consentire di affrontare efficacemente le conseguenze annunciate del picco di Hub-bert.

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