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Olanda

L’ascesa della destra xenofoba

4 Ott 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Per la prima volta nella storia olandese, un partito d’estrema destra è parte di un’intesa di governo; e, per la prima volta da oltre 70 anni, dal lugubre 1939 pre-bellico, nei Paesi Bassi va al potere una coalizione di minoranza di destra. L’Olanda si scopre laboratorio di compromessi nell’Europa battuta dal vento della xenofobia, del razzismo e dell’anti-islamismo e infrange quello che era finora rimasto un tabù, nonostante la diffidenza e persino l’ostilità crescente verso gli immigrati, specie musulmani, nell’opinione pubblica: i grandi partiti politici tradizionali, d’ispirazione cristiana o liberale o socialista, non avevano mai formato coalizioni con partiti di estrema destra.

Sostegno determinante
Dentro il nocciolo duro dell’integrazione europea, il Benelux; proprio in quell’Olanda che esplorò l’integrazione nel calcio con antillesi e molucchesi nella nazionale oranje; lì, ora, nasce un governo di minoranza di centro-destra con l’appoggio esterno, determinante, del partito xenofobo anti-Islam, il Pvv. Geert Wilders, il suo leader, detta le condizioni, accettate, per sostenere la coalizione senza farne parte: il divieto di indossare il burqa e restrizioni al’utilizzo del velo da parte di alcuni settori del pubblico impiego; misure per dare un giro di vite all’immigrazione; e un pacchetto d’altre azioni ‘libertarie’, come l’allentamento del divieto di fumo nei locali pubblici o dei limiti di velocità sulle autostrade.

Una volta insediato il governo – questione di giorni – l’Olanda si disporrà a impedire l’ingresso ai leader religiosi islamici integralisti, ad accelerare le procedure di espulsione degli immigrati condannati e a togliere il permesso di residenza temporaneo agli immigrati che non superano dei test d’integrazione.

Ci sono voluti quasi quattro mesi, 112 giorni esatti, per concordare, dopo le elezioni di giugno, composizione e programma del nuovo esecutivo olandese. Mark Rutte, leader dei liberali del Vvd, il maggiore partito, 31 seggi (su 150), e Maxime Verhagen, negoziatore dei cristiano-democratici del Cda, il partito sconfitto, 21 seggi (dimezzati, rispetto ai 41 nel precedente Parlamento), hanno minuziosamente concordato con Wilders il sostegno esterno del Pvv, 23 seggi. C’è, però, un ma: liberali, cristiano-democratici e anti-Islam insieme hanno una maggioranza risicata, un solo seggio: il governo nasce instabile e molti pensano che, nella primavera prossima, o al massimo fra un anno, si tornerà a votare.

Scelta sofferta
Fuori dall’inciucio xenofobo-conservatore, restano i socialisti, la seconda forza politica olandese, con 30 seggi: l’accordo con loro avrebbe reso superfluo l’appoggio dell’estrema destra e più robusta la coalizione, ma la distanza tra il rigore dei liberale e la politica della spesa socialista era troppo grande per essere colmata. Del resto, in questi giorni impresa e finanza si sono mostrati più interessati alla stabilità delle scelte economiche che al prezzo politico di tale stabilità.

Wilders gongola (“ci saranno grandi cambiamenti: faremo sentire il nostro peso perché abbiamo molto da dire”); Rutte prevede “un’Olanda più forte”; i cristiano-democratici sono perplessi: il 2 ottobre, sabato scorso, in un congresso molto animato ad Arnhem, la città dell’ ‘ultimo ponte’, il partito è stato sull’orlo della spaccatura, anche se alla fine il risultato pro-coalizione è stato netto (68% a favore, 32% contro).

L’indicazione del congresso non vincola i parlamentari del Cda, due dei quali avevano dichiarato di non condividere la linea di Verhagen (ma poi uno s’è adeguato all’ampia maggioranza). Gli interventi in assemblea, un minuto l’uno, sono stati numerosissimi e quasi tutti contro l’accordo: “Non sarà un governo bianco o verde, ma bruno. E ciò suscita ricordi funesti di 70 anni fa”; o “Diamo a Wilders una tribuna, gli diamo la possibilità di dire tutto quello che vuole”; o ancora “Non fate questo alla gente che vive qui, non fatelo al nostro partito, al nostro Paese” – parole dell’ex ministro della giuistizia Hirsch Ballin. Ballin ha aggiunto: “Il Pvv ha scavato un solco nella società olandese, facendo di un milione di nostri concittadini un capro espiatorio e rendendoli cittadini di seconda classe. Il riconoscimento di Wilders come partner politico deve essere fermato, meglio tardi che mai, prima che ogni ulteriore divisione conduca più esclusione e disagio”.

Verhagen ha replicato spiegando la sua scelta: “Un milione e mezzo di olandesi hanno votato Pvv. Tenerli fuori dai giochi, non ridurrà la portata del problema”. C’è infatti chi pensa che coinvolgere gli xenofobi permetta di moderarli e persino neutralizzarli. Per ora, l’accordo dà loro potere e visibilità.

Rischio ineleggibilità
Wilders, che vuole cacciare gli immigrati e chiudere le moschee, e che proclama di volere condurre una crociata contro l’islamizzazione dell’Olanda, deve attualmente difendersi in tribunale dall’accusa di incitazione all’odio razziale e alla discriminazione. La sentenza del processo sarà pronunciata il 4 novembre: era inizialmente prevista il 2 novembre, ma è stata spostata fors’anche per evitare la coincidenza con l’anniversario dell’omicidio di Theo Van Gogh, il regista del film Submission sulla violenza contro le donne nell’Islam, ucciso a colpi di pistola ad Amsterdam nel 2004 da un integralista islamico.

Rinviato a giudizio il 21 gennaio 2009, quand’era già parlamentare, ma era noto soprattutto per il documentario anti-islam Fitna, Wilders deve rispondere, in particolare, di avere definito l’Islam “fascista” e d’avere paragonato il Corano a Mein Kampf di Adolf Hitler. Il procedimento è controverso e gli avvocati di Wilders invocano il rispetto della libertà d’espressione, per affermare il diritto del loro cliente a esprimere le proprie opinioni, fin quando non incita alla violenza. Se riconosciuto colpevole, Wilders potrebbe essere dichiarato ineleggibile dal tribunale di Amsterdam, ma l’ipotesi non ha precedenti nella giurisprudenza olandese.

L’ascesa di Wilders desta preoccupazioni per l’immagine dell’Olanda all’estero: il leader xenofobo insulta i leader di altri paesi e chiede che l’Olanda lasci l’Ue se la Turchia vi entra. Rutte, che sarà premier, riconosce che ci vorrà “destrezza” per gestire gli esteri col sostegno del Pvv, senza urtare né gli interlocutori né gli xenofobi.

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