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Dopo le ultime elezioni

I musulmani di Bosnia tra passato e futuro

29 Ott 2010 - Mario Arpino - Mario Arpino

L’esito delle elezioni del 3 ottobre in Bosnia, come ci spiega Andrea Cellino su questa rivista, è stato una gradita sorpresa per tutti coloro che temevano una vistosa conferma dei partiti estremisti. Anche l’ottimo piazzamento dei centristi del Partito d’azione democratica (Sda) di Bakir Izetbegovic, che ha conquistato il seggio presidenziale destinato ai bosgnacchi (musulmani di Bosnia) è visto, in generale, come un fattore ampiamente positivo. Questo può essere senz’altro vero – così almeno tutti auspichiamo – ma ciò non esime da un approfondimento sulla natura e sui precedenti del partito fondato da Aljia, padre dell’attuale leader Bakir, il sindaco di Sarajevo popolarissimo sulle televisioni e presso i governi occidentali durante la guerra del 1992-95.

I musulmani e la guerra 1992-95
Che lo Sda si presenti oggi sotto il vello dell’agnello è fuor di dubbio, come è vero che la maggior parte dei bosgnacchi oggi siano dei moderati. Ma un’analisi storica peraltro mai approfondita né diffusa, potrebbe anche dare indicazioni diverse. Si può poi tenerne conto o meno, ma in tempi di lenta avanzata dell’islamismo “in and around Europe” sarebbe sbagliato trascurarle del tutto. Tanto più che potrebbero sembrare controcorrente rispetto al flusso di informazioni – radio, televisioni e carta stampata – che il pubblico occidentale ha assorbito negli anni cruciali della guerra etnica in Bosnia. Tanto che oggi nessuno dubita che i serbi siano stati all’origine di tutti i mali, i croati anche, ma un po’ meno, e i bosniaci musulmani le vere vittime sacrificali dell’intera vicenda. D’altra parte, sopra tutto le immagini della catastrofe umanitaria di Srebrenica del 1995 hanno lasciato in noi l’impressione di una feroce depravazione dei serbi, la cui causa ci è sempre stata rappresentata come ingiusta e, con tutta evidenza, genocida.

Il tragico assedio di Sarajevo – ricordiamo le immagini del viale dei cecchini – e la guerra senza quartiere che l’intervento della Nato e la mediazione di Holbrooke hanno cercato di risolvere, sono accadimenti atroci che in realtà gli accordi di Dayton sono solo riusciti a congelare. Solo raramente le immagini e le corrispondenze si soffermavano sulle atrocità – non sono state poche – commesse dai musulmani di Bosnia, e dai loro fiancheggiatori stranieri. Lo stesso Alija Izetbegovic ci era stato presentato come un personaggio moderato, schivo, per il quale le anime candide, ignare dei suoi precedenti e delle sue trame, sono state indotte a sentimenti di simpatia e di rispetto. Ricordo che anche il nostro governo aveva raccolto uno dei suoi tanti appelli, trasportandolo fortunosamente a Roma con un aereo militare, per consentirgli di esporre in parlamento le sue verità. Vi sono degli storici (cfr. “Jihad nei Balcani”, di J.R. Schindler – Casa Editrice Goriziana, 2009) che non condividono affatto questo giudizio su Izetbegovic, ritenendolo colpevole di doppio gioco. Sarebbe sotto la sua guida, infatti, che negli anni novanta la Bosnia avrebbe svolto per al-Qaeda lo stesso ruolo di quello svolto dall’Afghanistan negli anni ottanta, offrendo ai propri amicimujaheddin internazionali un campo di battaglia dove continuare esercitarsi alla jihad, la guerra santa. In definitiva, è lui che avrebbe importato e consapevolmente sviluppato, contagiando anche una parte della gioventù bosniaca, l’estremismo integralista musulmano nell’Europa balcanica.

I buoni musulmani di Bosnia
La conoscenza dell’ “impianto” islamico in Bosnia è base indispensabile per la comprensione dei fatti e misfatti che hanno caratterizzato la vita sul territorio fin dai tempi delle prime scorribande dell’Impero ottomano, per giungere all’amore-odio verso la dominazione asburgica prima e all’odio per quella serba poi. L’Islam, come ovunque, all’inizio era stato portato ed imposto a fil di spada, ma solo pochi musulmani – parte rilevante della classe dirigente – erano veri ottomani, importati dalla penisola anatolica. La conversione delle etnie locali, che erano in parte di religione ortodossa ed in parte cattolica per lo più di rito bizantino, in seguito ebbe carattere volontario, spesso per convenienza economica o per affrancarsi dalle discriminazioni operate dalla classe dominante. Fu lentissima e durò secoli, senza mai raggiungere valori superiori al 40 per cento.

Sotto il regime ateo comunista di Tito questa componente restò in sordina, ma alcuni estremisti, che avevano aderito alle Waffen SS durante l’occupazione nazista e, nel dopoguerra, all’organizzazione estremista egiziana dei Fratelli Musulmani, continuavano a coltivare il sogno di fare della Bosnia il luogo di riferimento di tutti i musulmani d’Europa. Tra questi, figura di rilievo era Alija Izetbegovic che, dopo alterne vicende, nel 1989 riunì i suoi amici islamisti radicali in un partito politico che denominò banalmente Partito di Azione democratica, evitando l’utilizzo di terminologia religiosa o nazionalista, vietata dalle leggi federali. Nella sua Dichiarazione Islamica, tuttavia, viene allo scoperto quando afferma che lo scopo era quello di contribuire a “creare una comunità musulmana omogenea dal Marocco all’Indonesia”. Cioè la umma, il califfato globale, che è lo stesso obiettivo dichiarato da Osama Bin Laden per al-Qaeda.

Il dopo-Tito e la guerra
È anche in questa luce, quindi, che andrebbero guardati tutti gli avvenimenti successivi e l’ambiguo comportamento della componente radicale della compagine musulmana di Bosnia, che riuscì a mimetizzarsi assai bene operando sottotraccia, pur soffiando, di nascosto, sul sacro fuoco dell’estremismo islamico. Ciò era noto anche negli Stati Uniti, sebbene sottovalutato in quanto il nemico di allora era il comunismo. Ora finalmente il muro era caduto, l’ex Unione Sovietica era allo sbando, e i Paesi dell’Est europeo avevano già fatto le loro scelte. Nei Balcani Tito era morto da dieci anni, e anche la Repubblica federale si andava sfaldando, come previsto. Ma bisognava combattere e distruggere l’ultimo nucleo duro comunista rimasto in Europa, ovvero il regime di Milosevic a Belgrado.

I musulmani e i croati di Bosnia avrebbero potuto essere assai utili in questo, visto che, pur essendo nemici tra di loro, entrambi odiavano i serbi. Così anch’essi, come già i mujaheddin, furono supportati economicamente e militarmente. Identica cosa fu fatta più tardi con i musulmani kosovari di etnia albanese. Occasione unica per gli estremisti di Izetbegovic e per i suoi amici integralisti arabi, che la colsero al volo e furono prodighi di finanziamenti, aiuti e costruzione di nuove moschee. Per rendersene conto oggi, basta recarsi a Sarajevo e constatare con i propri occhi la differenza di sviluppo tra le tre enclavi cittadine. Al primo posto vi è quella musulmana, segue quella croata e alla distanza – buona ultima – quella serba, che è rimasta la più povera. Ma a metà degli anni novanta l’integralismo islamico stava già preoccupando gli americani, e l’organizzazione di Bin Laden stava sfuggendo da ogni controllo, compreso quello dei sauditi. Tuttavia nei Balcani, con una buona dose di pragmatismo, tutti i musulmani continuavano ad essere utili.

Fu così che venne alimentata sui media l’immagine pacifica di un governo bosniaco prevalentemente composto sì da musulmani, ma moderati, che non poteva essere in alcun modo un pericolo per una democrazia in fase di impianto. Anzi, i musulmani di Bosnia, facendo di ogni erba un fascio, venivano presentati come illuminati e multiculturali, assediati purtroppo da nazionalisti radicali – i serbi, ma anche i croati – decisi ad annientare loro e la loro virtuosa società. Certo, gli assediati non erano dei santi, anche loro avevano le loro colpe, commettevano i loro crimini e alimentavano le loro trame e i loro commerci anche con il nemico. Era noto anche alle forze Nato, comprese quelle italiane, ma ufficialmente non se ne parlava. E questa è l’immagine che, a meno di revisioni profonde, è giunta fino ai giorni nostri e che ancora conserviamo. Oggi, assieme ad Andrea Cellino, ci auguriamo che lo Sda, passando da padre in figlio, sia davvero così. Ma conoscere qualcosa del passato non guasta.

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Vedi anche:

A. Cellino: I due volti della Bosnia

M. Tacconi: Bosnia al voto con l’ipoteca del nazionalismo