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Unione europea

I dilemmi del nuovo Patto di stabilità

23 Ott 2010 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

La riforma del Patto di stabilità messa a punto a Lussemburgo sulla base di un accordo franco-tedesco ha finito per scontentare molti, anche se per motivi opposti. C’è chi teme – come il Presidente della Bce Trichet – un compromesso eccessivamente al ribasso sulla severità delle nuove regole e nel complesso inadeguato a tranquillizzare i mercati finanziari e scongiurare il ripetersi di crisi debitorie come quella della Grecia. Per contro, c’è chi paventa che un governo economico europeo rafforzato nella direzione della nuova bozza di accordo possa contribuire a rendere l’Europa un’area sempre più caratterizzata da debole domanda interna e cronica bassa crescita.

La bozza del nuovo patto
Sono prospettive particolarmente negative e che renderebbero arduo – nel caso della nostra economia ad esempio – la possibilità di coniugare nei prossimi anni rigore fiscale e rilancio del potenziale di crescita.

Dal momento che i contenuti delle nuove proposte sono in larga parte da definire – con prossimi appuntamenti quali il consiglio europeo del 28-29 ottobre e i regolamenti che dovranno essere approvati anche dal Parlamento europeo – ci si augura da parte dei più che ci siano tempi e modi per apportare ampie e profonde modifiche alla bozza del nuovo patto.

Il dato certamente positivo emerso dall’accordo quadro per il nuovo Patto di stabilità, è l’aver – per ora – scongiurato l’uso di automatismi davvero eccessivi per l’applicazione di regole e sanzioni alle politiche di bilancio nazionali, che erano contenuti nella proposta avanzata qualche settimana fa dalla Commissione. Nella sua nuova versione il Patto di stabilità si presenta meno rigido e meno automatico, con maggiori gradi di libertà concessi alle istituzioni europee nella gestione degli strumenti di monitoraggio delle politiche di bilancio nazionali.

Il problema però è se questa flessibilità non sia ora diventata davvero eccessiva e che le concessioni guadagnate dalla Francia nell’accordo siglato un po’ di giorni fa non abbiano indebolito oltremisura i meccanismi di sanzione previsti, in un primo tempo, nei confronti dei paesi con deficit eccessivo.

Nella riforma messa a punto a Lussemburgo si prevede che l’applicazione delle sanzioni avvenga con una procedura divisa in due fasi: la prima porta all’individuazione di una lista di paesi a cui applicare le sanzioni sulla base di una autorizzazione del Consiglio decisa con votazione a maggioranza qualificata; solo dopo sei mesi, di fronte al perseverare delle violazioni, scatterebbe la seconda fase con ratifica automatica delle sanzioni, da poter bloccare solo con una nuova votazione a maggioranza qualificata dello stesso Consiglio.

Timore di scarso rigore
Si tornerebbe dunque a una imposizione delle sanzioni basata in misura predominante su una decisione politica dei paesi con procedure solo lievemente diverse da quelle oggi esistenti e che sono miseramente naufragate prima e, ancor più, durante la recente crisi. Di qui le preoccupazioni di molti, e della stessa Banca centrale europea, per la scarsa credibilità delle nuove regole. Soprattutto, si ritiene poco probabile che i paesi membri arrivino a decidere di punire loro partner dal momento che – come già avvenuto in passato – possono temere di trovarsi quanto prima loro stessi sul medesimo banco degli imputati.

L’altra possibilità – anche questa vista negativamente per la coesione dell’Europa – è che alla fine vengano puniti solo alcuni paesi, i più piccoli e più deboli, proprio come avvenne nel caso del Portogallo, allorché qualche mese dopo Francia e Germania, registrando deficit eccessivi, evitarono l’applicazione delle stesse regole modificandole.

Resta la novità importante che le sanzioni scatteranno non solo per il superamento della soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil da parte di un paese membro, ma anche per la mancata riduzione di uno stock di debiti eccessivo. Anche in questo caso, tuttavia, è stata accantonata ogni formula automatica di riduzione annua del debito complessivo – proposta all’inizio dalla Commissione, per cui ai paesi il cui debito pubblico superasse il 60% del Pil veniva richiesto una riduzione della parte eccedente di un ventesimo all’anno. Nella nuova versione è stata introdotta una formula più flessibile e generica che sottolinea della necessità di rispettare una ragionevole velocità di riduzione dell’ammontare dell’indebitamento, rinviando a una fase successiva l’indicazione quantitativa di tali tempi di rientro.

Una improbabile revisione dei Trattati
A fronte di questi timori di un compromesso eccessivamente al ribasso sulle nuove regole, si potrebbe ribattere che l’accordo franco tedesco, alla base della bozza di riforma, prevede anche una revisione dei Trattati Ue. La revisione andrebbe realizzata entro il 2013 e sarebbe finalizzata a aumentare i poteri del Consiglio e la severità e gli automatismi delle regole e delle relative sanzioni (fino alla sospensione del diritto di voto ai paesi recidivi). L’idea di fondo – anche se tutta ancora da esplicitare – è di arrivare a creare un meccanismo stabile ed efficace di gestione rigorosa delle crisi che eviti il ripetersi in futuro di casi drammatici quale quello della Grecia.

Si potrebbe arrivare a uno scambio del tipo: meno rigidità oggi per un aumento dei meccanismi punitivi fra tre anni. Ma a guardar bene questo secondo passaggio è ben lungi dall’essere assicurato, dal momento che richiede necessariamente una riforma dei Trattati Ue e, quindi, il consenso e l’accordo unanime di tutti i 27 paesi membri. Se si guarda all’ultima esperienza vissuta in occasione dell’approvazione del Trattato di Lisbona non si può che convenire con chi dubita fortemente che si possa arrivare a questa seconda fase e teme quindi di rimanere con un nuovo Patto indebolito e inadeguato a fronteggiare mercati finanziari internazionali non certo ben disposti nei confronti di molti paesi europei.

Un Patto che non serve alla crescita
Nel Rapporto sull’Europa reso pubblico solo qualche giorno fa, il Fondo monetario internazionale ha scritto che la ripresa europea procederà a rilento nei prossimi due anni (intorno all’1,6% nell’area euro) e rimarrà assai fragile perché esposta a shock di varia natura che potrebbero rapidamente trasformarla in una nuova recessione (double dip).

Il problema numero uno che l’Europa deve curare si chiama dunque bassa capacità di crescita. Anche a questo riguardo, tuttavia, la bozza del nuovo Patto presenta manifeste carenze. Si potrebbe sintetizzarle affermando che l’accordo offre una sponda piena all’approccio sostenuto da tempo dalla Germania, con riforme della governance dell’area euro incentrate in misura predominante sulle politiche fiscali e di bilancio, confinando tutto il resto in un’area opzionale lasciata alle autonome scelte e buona volontà dei singoli paesi membri. La strategia di crescita europea (“Europa 2020”) e i piani di sviluppo nazionali verranno esaminati a parte e rischiano di fare la stessa fine – non certo positiva – di quelli redatti nel quadro della strategia di Lisbona.

Austerità e rigore dei bilanci, tuttavia, per quanto necessari, non saranno sufficienti. Servono in realtà, come è stato sostenuto da più parti, meccanismi di coordinamento delle politiche fiscali e economiche dei singoli paesi così da ripartire simmetricamente gli oneri di aggiustamento sui partner europei in disavanzo e su quelli in avanzo di bilancia corrente. Gli squilibri tra i paesi membri non possono essere semplicemente ignorati, come si è fatto fin qui, o riversati per l’aggiustamento sui soli paesi in deficit – in particolare in assenza di una comune politica fiscale europea in grado di effettuare trasferimenti verso i paesi indebitati e più in difficoltà.

Il passaggio obbligato
I paesi che vantano consistenti avanzi commerciali e correnti – e la Germania è tra questi – non hanno naturalmente alcuna voglia di trasformare gli squilibri in un tema centrale dell’agenda negoziale europea. Ma è questo un passaggio obbligato per un effettivo rafforzamento della capacità di governo economico dell’Ue in direzione di un rilancio della crescita attraverso l’attuazione della strategia di ‘Europa 2020’. Altrimenti, tanto vale rassegnarsi da subito ad una Europa cenerentola dell’area sviluppata per quanto attiene alle dinamiche di crescita e occupazione. Con tutte le conseguenze che ciò rischia di comportare per la coesione in futuro dell’Europa e dell’area euro in particolare.

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Vedi anche:

P. Guerrieri: Le due facce della ripresa europea