IAI
Rapporti transatlantici

Obama tiene l’Europa, ma perde la Turchia

15 Set 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Agli europei, il presidente statunitense Barack Obama continua a piacere (e molto), più di quanto non convincano le sue decisioni di politica estera tema per tema, specie in Afghanistan e sull’Iran. Invece, gli americani danno più credito al loro presidente sui singoli problemi che sull’insieme della politica estera, dove la maggioranza dei consensi è risicata (52%). A quasi due anni dalla sua elezione, Obama continua a godere in Europa d’un sostegno formidabile: quattro europei su cinque, il 78%, ne approvano la politica internazionale, appena un po’ di meno dell’anno scorso, quando erano l’83%. E a neppure due mesi, otto settimane, dal voto di midterm del 2 novembre, con cui gli americani rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato, negli Usa c’è incertezza non sull’arretramento dei democratici rispetto al 2008, ma sulle dimensioni della sconfitta.

Sono alcuni degli elementi che escono dal rapporto Transatlantic Trends 2010, progetto congiunto del German Marshall Fund of the United States e della Compagnia di San Paolo, presentato, oggi, contemporaneamente a Washington, Bruxelles e Roma, dove l’evento è organizzato dallo IAI. Arrivato alla sua nona edizione, il rapporto sonda l’opinione pubblica degli Stati Uniti e di 11 Paesi dell’Unione europea, fra cui l’Italia, oltre che della Turchia.

Diffidenze
Se gli europei avessero voce in capitolo nella consultazione di midterm, Obama e i democratici sarebbero in una botte di ferro e ribadirebbero senza problemi il successo delle presidenziali e politiche 2008. Certo, anche in Europa ci sono sacche di diffidenza verso il presidente statunitense: la Polonia, che all’inizio del XXI Secolo era il più ‘americano’ degli Stati europei, è oggi fredda; e la Turchia, dove il 50% dei consensi nel 2009 s’è ridotto quasi della metà, al 28%, è ostile. Il forte dato turco, però, può essere in parte spiegato con i tempi del sondaggio: la raccolta delle opinioni è, infatti, avvenuta nei giorni del cruento raid israeliano contro la nave turca degli attivisti ‘pro Gaza’ – e le reazioni Usa non furono adeguate alle attese turche.

Eppure, nonostante il plebiscito ‘pro Obama’, una maggioranza di europei non condivide, capitolo per capitolo, scelte cruciali di politica estera del presidente statunitense, come, ad esempio, quelle sull’Afghanistan (49% di sì) e sull’Iran (49% di sì). Gli americani fanno esattamente il contrario degli europei: danno al loro presidente, sui singoli temi, voti non inferiori a quello complessivo (il 52% approva la linea sull’Iran, il 54% quella sull’Afghanistan) o addirittura nettamente superiori: il 56% dice sì alla lotta contro i cambiamenti climatici, nonostante il fiasco ambientale della marea nera del Golfo del Messico, e 61% è soddisfatto delle relazioni Usa-Russia dopo il ‘reset’ dei rapporti deterioratisi nell’ultima parte della presidenza Bush.

Che cosa può spiegare un divario così netto tra americani ed europei nella valutazione dell’operato di Obama? Gli uni e gli altri condividevano, al momento dell’insediamento del primo presidente nero degli Stati Uniti, speranze e aspettative. Ma gli americani, che di pazienza ne hanno meno degli europei, più abituati a essere delusi, quando non traditi, dai propri leader, si sono scoraggiati, o disamorati, più rapidamente. Inoltre, il giudizio degli europei è essenzialmente condizionato dalla politica estera, mentre quello degli americani risente delle difficoltà incontrate dal presidente sul fronte interno: le incertezze e le contraddizioni, almeno iniziali, di Obama alle prese con la crisi economica e finanziaria e, questa primavera, alla marea nera; mentre i successi di politica interna registrati dall’Amministrazione, anche importanti come le riforme della sanità e della finanza, non hanno ancora inciso, né lo faranno nel breve termine, sulle condizioni di vita dei cittadini.

Promesse da mantenere
In politica internazionale, vi sono promesse che Obama deve ancora mantenere – ad esempio, l’avvicinamento tra arabi e israeliani e il dialogo tra civiltà al posto dello scontro dei tempi di Bush- e che gli Stati Uniti non possono realizzare da soli. Ma anche quando il presidente ha rispettato l’impegno assunto con i suoi elettori, ad esempio completando entro agosto il ritiro delle unità da combattimento dall’Iraq, non sempre ne ha ricavato un credito politico: agli americani, l’uscita dall’Iraq, così com’è avvenuta, non è suonata ‘’missione compiuta’’, ma ‘’ritirata’’. E gli americani cercano la vittoria in Afghanistan, dove gli europei sono molto più scettici sull’opzione militare, e puntano sulle sanzioni verso l’Iran, mentre gli europei hanno la tendenza a considerare economia, finanza e commercio una carota nelle relazioni fra Stati più che un bastone.

Di qua e di là dell’Atlantico, c’è una domanda incrociata di reciproca leadership. Il 55% degli europei auspica una forte leadership americana nel Mondo, intendendo proprio una presenza, politica, economica, diplomatica e potenzialmente militare, capace di influenzare e di orientare l’andamento planetario; e il 72% degli americani è favorevole a una forte leadership Ue. Il che, però, non comporta l’attesa che gli europei giochino il ruolo della superpotenza, ma piuttosto offrano una presenza solida e affidabile a fianco degli Stati Uniti (e ne condividano gli sforzi, contribuendovi in modo adeguato).

Futuro incerto
C’è la sensazione che gli americani non abbiano ancora avvertito, o non stiano ancora subendo psicologicamente il contraccolpo, della perdita dello statuto di superpotenza unica assunto a cavallo del Millennio, tra le presidenze di Bill Clinton e di George W. Bush. Una perdita che il Financial Times attribuisce alla crisi economico-finanziaria globale esplosa il 15 settembre 2008, con il tracollo della Lehman Brothers: un evento e una data, sostiene sul quotidiano britannico Gideon Rachman, che, dirà la storia, avranno cambiato il Mondo più dell’11 settembre 2001. Gli attacchi terroristici dell’integralismo islamico contro New York e Washington non spostarono gli equilibri di forza politici, militari e diplomatici; lo sfascio di una banca ha invece spostato – è la tesi di Rachman -, a favore della Cina, i rapporti di potere economici e finanziari e “ha davvero segnato la fine dell’era unipolare”. Impegnati a uscire dalla crisi e a ritrovare i livelli di vita perduti due anni or sono, gli americani, per ora, accettano l’atteggiamento multilaterale del loro presidente, il consulto degli alleati e il dialogo con i partner.

Se l’incrocio delle opinioni tra Europa e America sui terreni comuni d’interesse e d’impegno, come l’Afghanistan in primo luogo, è piuttosto prevedibile, emerge, invece, dal Transatlantic Trends 2010, una diversità d’atteggiamento marcata nei confronti del terzo protagonista del potenziale G3 della governance mondiale (Usa, Ue e Cina). Oltre nove americani su 10 sono convinti che la Cina è destinata ad avere e a esercitare una grande influenza a livello mondiale, mentre appena il 68% degli europei lo è. Inoltre, oltre la metà degli americani ritiene che i valori che uniscono Usa e Cina permettano una cooperazione sulle questioni internazionali, mentre quasi i due terzi degli europei, il 63%, la pensano all’opposto, che cioè i valori di Cina ed Europa sono talmente lontani e diversi da renderne impossibile la cooperazione. Pragmatismo contro rimasugli d’ideologismo?, opportunismo contro rigore analitico?, abbaglio statistico o differenze radicate? Difficile giudicare, tanto più che europei ed americani si ritrovano poi allineati nel non giudicare positivo il ruolo fin qui giocato dalla Cina nei conflitti globali, nella lotta alla povertà e contro il riscaldamento globale.

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Vedi anche:

R. Matarazzo: Italiani tifano Obama, ma hanno dubbi

Transatlantic Trends 2010