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America Latina

L’Iran sbarca in Bolivia in cerca di uranio

28 Set 2010 - Valeria Risuglia - Valeria Risuglia

Il ministro dell’industria e delle miniere iraniano, Ali Akbar Mehrabian, e il presidente boliviano, Evo Morales, il 10 settembre scorso hanno siglato un accordo di cooperazione in materia di idrocarburi, miniere e agricoltura. Nella stessa occasione è stata annunciata l’apertura di una linea di credito di 254 milioni di dollari per finanziare vari progetti in Bolivia. Il nuovo accordo avrà effetti non indifferenti per La Paz: il credito iraniano sarà infatti specificamente diretto all’installazione di industrie, al supporto finanziario per le miniere statali, all’esplorazione geologica operata da esperti iraniani, al trasferimento di tecnologia e, infine, all’espansione delle fabbriche tessili e dei lattifici.

El Dorado boliviano
La nuova alleanza boliviano-iraniana può esser letta in una duplice chiave per la Repubblica Islamica: da un lato, vi è l’interesse per i giacimenti di litio e uranio in Bolivia, su cui nei proossimi mesi è prevista la firma di specifici accordi; dall’altro, l’Iran cerca di ridurre le opposizioni internazionali al suo controverso programma nucleare.

Prima era il litio adesso è l’uranio: la Bolivia continua a essere sotto i riflettori per la sua ricchezza di risorse minerarie, che negli ultimi anni ha provocato una vera e propria corsa alla loro estrazione e commercializzazione.

Da un anno a questa parte è aumentato l’interesse nei confronti del carbonato di litio, prodotto sempre più ricercato a livello internazionale e presentato come il petrolio del futuro, fino al punto da far proclamare la Bolivia “l’Arabia Saudita del litio”. Il litio, il più leggero tra i metalli, presente in molti dispositivi di uso quotidiano, come batterie di cellulari e di computer portatili, possiede notevoli capacità perché ha il triplo dell’energia e il doppio della potenza del nichel. Il costo di questo materiale, che in passato è stato adoperato per la produzione di farmaci, è triplicato tra 2004 e 2009, fino a raggiungere i sei mila dollari per tonnellata. Oltre alle applicazioni in campo tecnologico, in futuro il litio sarà fondamentale nell’industria automobilistica per la realizzazione di batterie per le auto elettriche, e tenderà ad assumere maggior importanza per effetto della (probabile) crescente scarsità di combustibili, dell’aumento del prezzo del petrolio e degli alti livelli di inquinamento atmosferico.

Stando alle stime dell’Istituto americano di ricerca geologica, la quantità di litio presente nel territorio boliviano ammonta a circa 5.4 milioni di tonnellate, pari al 50% di tutto il materiale disponibile sulla terra. Il Salar de Uyuni, un deserto di sale di 12.000 chilometri quadrati sulla Cordigliera delle Ande, è la più grande riserva di carbonato di litio al mondo. Considerando che riserve di litio sono presenti anche in Cile (20%) e in Argentina (13%), i paesi dell’America Latina potrebbero controllare circa l’80% delle riserve mondiali, e solo il rimanente 20%, rimarrebbe invece sotto il controllo di Australia, Cina e Stati Uniti.

Sinergie d’oltreoceano
La Bolivia e l’Iran hanno instaurato legami politici ed economici dall’arrivo al potere del presidente Evo Morales, nel gennaio del 2006. Alla fine del settembre 2007 Morales e il suo omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad hanno firmato accordi di cooperazione in materia di idrocarburi, energia, agricoltura e industria per 1.100 milioni di dollari.

Il presidente Morales ha difeso la presunta vocazione pacifista del suo omologo iraniano, che invece a livello internazionale continua a essere fortemente criticato sia per la linea dura adottata contro Israele, sia per il suo controverso programma nucleare, per il quale è soggetto a sanzioni internazionali.

A ciò si aggiunga che la Bolivia ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel gennaio 2009 a seguito dell’offensiva israeliana contro Hamas nella striscia di Gaza, in linea con la strategia adottata anche da altri paesi dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), l’organizzazione regionale nata per impulso del presidente venezuelano Hugo Chávez.

L’opposizione politica boliviana ha aspramente criticato l’intesa tra Morales e Ahmadinejad, denunciando il rischio che quest’ultimo possa usare l’uranio boliviano per il suo programma nucleare.

Al di là delle polemiche che possono nascere sul rafforzamento delle relazioni tra i due paesi, le maggiori perplessità riguardano i preziosi giacimenti di uranio presenti in territorio boliviano. In particolare, la maggiore quantità di uranio si trova nel dipartimento andino di Potosì e Coroma, dove, sulla base di accordi finanziari per un valore di 115 milioni di dollari, Venezuela e Iran costruiranno una fabbrica di cemento.

Strategie convergenti
Soprattutto negli ultimi mesi, si è assistito a una diversificazione della strategia iraniana per l’approvvigionamento dell’uranio, in risposta al pacchetto di sanzioni approvate lo scorso giugno dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Bolivia mira invece soprattutto a ottenere finanziamenti: lo scorso agosto il presidente Morales e il suo omonimo sudcoreano Lee Myung-bak hanno firmato un memorandum di intenti per lo sfruttamento delle riserve di litio, elemento indispensabile per le nuove batterie e per le industrie elettroniche sudcoreane quali Samsung e LG. Seul, inoltre, ha concesso a La Paz un credito di 250 milioni di dollari per vari progetti da realizzare nel periodo 2010-2014, compresi alcuni per la costruzione di infrastrutture.

In conclusione, La Paz ha fame di capitali per sfruttare al meglio le proprie risorse minerarie, mentre Teheran è alla ricerca di sostegno e risorse per la realizzazione del proprio programma nucleare. Su questa base potrebbe instaurarsi una cooperazione duratura, grazie anche ai nuovi accordi che sono in vista, ma se cambia il quadro politico in Bolivia le cose potrebbero cambiare rapidamente: con un nuovo presidente, probabilmente i legami con l’Iran verrebbero rimessi in discussione. La popolazione boliviana è infatti tendenzialmente ostile all’ingerenza di presenze straniere sul territorio nazionale, in particolare di uno stato problematico e controverso come l’Iran.

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Vedi anche:

R. Alcaro: Servono le nuove sanzioni contro l’Iran?