IAI
Economia Ue

Le due facce della ripresa europea

10 Set 2010 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Sulla ripresa in corso dell’economia europea si possono leggere da un lato i dati confortanti dell’Eurostat, che segnalano un’accelerazione della crescita nel secondo trimestre di quest’anno al di là di ogni attesa, specie in Germania, dall’altro le molte analisi che sottolineano una serie di fragilità e incertezze che incombono, a breve e medio termine, sulla ripresa. Potrebbero sembrare elementi in aperta contraddizione, ma non lo sono, se letti alla luce di alcune tendenze in atto a livello europeo e internazionale.

Fragilità del modello export-led
In Europa, come avviene ormai da decenni, la fase di ripresa è partita anche questa volta con ritardo ed è stata trainata in misura predominante dalla crescita della domanda mondiale – alimentata dall’Asia del Pacifico e dagli Stati Uniti – e dalle esportazioni di alcuni paesi europei che ne hanno tratto beneficio, in primo luogo la Germania.

Alla poderosa crescita tedesca hanno contribuito soprattutto le esportazioni nette (l’avanzo commerciale tedesco nei primi cinque mesi dell’anno è stato di 60 miliardi di euro) favorite dagli acquisti delle aree emergenti – la Cina innanzi tutto. Anche le esportazioni hanno peraltro registrato in Germania un aumento significativo, stimolato soprattutto dalla ripresa dell’export.

È un dato, quest’ultimo, che sottolinea l’elevato grado di internazionalizzazione raggiunto dalle imprese tedesche in questi anni grazie a massicce delocalizzazioni di componenti e/o di intere fasi della produzione verso paesi meno sviluppati e a basso costo, soprattutto dell’est europeo. Più che una sorprendente ripresa della domanda interna, come sostenuto da alcuni osservatori, la ripresa dell’import tedesco segnala dunque questo nuovo modello di riorganizzazione e frammentazione internazionale della produzione realizzato dalla grandi imprese tedesche.

La domanda privata interna (soprattutto i consumi) si è mantenuta in realtà stagnante in Germania (in termini reali è solo del 3% più elevata rispetto ai livelli del 2000), come nel resto d’Europa, come confermano le statistiche pubblicate da Eurostat. Ciò aiuta a comprendere, unitamente alle evoluzioni previste dell’economia mondiale nei prossimi due semestri, i timori sul futuro della ripresa in Europa espressi da più parti, a dispetto dei positivi trend in corso. Le previsioni più diffuse a livello internazionale sono in effetti di un significativo rallentamento della domanda e della produzione mondiali tra fine anno e inizio del prossimo a causa della brusca frenata in corso nell’economia americana.

Il rallentamento e l’eventuale stagnazione dell’economia americana è prevedibile che si estendano rapidamente anche alle altre maggiori aree del mondo, in primo luogo all’Europa, penalizzandone fortemente l’export, l’unico vero motore della fase di ripresa in corso. Se si tiene poi conto dell’impatto restrittivo che produrranno nella seconda parte dell’anno i tagli fiscali introdotti pressoché da tutti i paesi europei per correggere i forti deficit di bilancio, si comprende la preoccupazione, espressa da più parti, che la ripresa in Europa possa trasformarsi (più o meno rapidamente) in una nuova fase di ristagno.

Possibili misure di sostegno
In questo momento si potrebbe cercare, in realtà, di sostenere la dinamica di espansione europea con misure per stimolare la domanda interna e, di qui, la crescita dell’Europa, rispettando la tenuta dei conti pubblici. Potrebbero essere sia misure decise a livello europeo per integrare il mercato interno sul piano dei servizi – come proposto dal recente Rapporto Monti – sia interventi per realizzare investimenti europei in infrastrutture, necessari a promuovere la competitività dell’intera area europea, da finanziare con gli eurobond, come proposto dal Presidente Barroso nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione. L’adozione di queste misure presuppone tuttavia il coraggioso intervento in settori, come quello dei servizi e dei titoli obbligazionari: cosa mai avvenuta finora, se non in misura del tutto insufficiente.

A questo riguardo le scelte sulla nuova governance economica europea in discussione in questi giorni a Bruxelles saranno decisive (vedi lo Speciale “Crisi economica” su questa rivista). Per ora è stato varato il ‘semestre europeo’, che prevede una verifica delle politiche di bilancio dei singoli paesi membri non solo consuntiva, com’è oggi, ma anche preventiva, a partire da marzo 2011.

Ma sul contenuto di queste politiche e sulle sanzioni da applicare per chi non si conforma alle regole, l’accordo è ancora lontano e le divergenze tra paesi rimangono molto forti. Se non si raggiungerà un accordo o se questo assumerà contenuti di basso profilo, si dovrà continuare a puntare su un modello di crescita come l’attuale, che sostiene la domanda della Germania e dell’Europa soprattutto attraverso le esportazioni e quindi attraverso le domande interne e le importazioni degli altri paesi. È un modello che non garantisce adeguate dinamiche complessive di crescita dell’area europea e che, alla lunga, è insostenibile. Se esteso a tutti i membri dell’Ue, questo modello presuppone persistenti e crescenti disavanzi commerciali del resto del mondo, con effetti destabilizzanti destinati ad aggravare gli squilibri economici mondiali.

Divari crescenti
Al di là del dato positivo sulla crescita dell’economia europea nel secondo semestre e della Germania in particolare (che è il più elevato dai tempi della riunificazione tedesca e spiega per oltre due terzi l’incremento medio registrato dal Pil dell’area euro nello stesso periodo), si stanno acuendo in modo preoccupante le divergenze di performance e gli squilibri all’interno dell’area euro, come evidenziato dalla severa contrazione della Grecia (-1,5), e dai risultati deludenti della Spagna e del Portogallo (+0,2) registratisi nel secondo trimestre rispetto al precedente.

La crescita della Germania non sta in effetti aiutando il gruppo dei paesi del Sud Europa più in difficoltà. L’avanzo commerciale tedesco nei confronti del resto dell’Ue è addirittura aumentato in questa prima parte dell’anno rispetto al primo semestre del 2009.

Si sta delineando una polarizzazione nelle dinamiche di crescita all’interno dell’area euro a causa sia degli andamenti macroeconomici prima illustrati (modello export-led) sia delle differenze fra i singoli paesi per quanto riguarda la produttività, dovute a determinanti di tipo strutturale. La positiva performance tedesca è in effetti attribuibile non solo a una dinamica contenuta dei salari, ma anche a un elevato aumento della produttività dei fattori, che testimonia il profondo processo di ristrutturazione realizzato dalle imprese e dal sistema produttivo tedeschi. Non si può dire altrettanto dei paesi del Sud europeo, che hanno riorganizzato poco e male la loro struttura produttiva e ancor meno hanno ammodernato comparti fondamentali quali i servizi e la pubblica amministrazione.

Il modello export-led che sta attualmente trainando la crescita europea è così associato a una divergenza nelle posizioni competitive e negli andamenti della produttività che, per essere affrontati seriamente, richiedono interventi di tipo strutturale nei singoli paesi. Valga per tutti il caso dell’Italia e della sua economia, che continua a crescere poco e, anche in questa prima parte dell’anno, molto meno della media europea.

Ritardi dell’Italia
Le cause sono molte e di antica data, ma si possono riassumere nel deludente andamento della produttività italiana, in preoccupante arretramento nell’ultimo decennio. È un fenomeno che si è ulteriormente aggravato nel periodo più recente. Ed è il comparto industriale, in particolare, ad aver accusato l’arretramento più vistoso.

Sono tendenze di per sé preoccupanti dal momento che la produttività è l’ingrediente primo della crescita di un paese. Nell’ultimo decennio la Germania ha fatto registrare una crescita della produttività (sia del lavoro che totale) nettamente superiore – anche di due o tre volte – a quella del nostro paese.

Sarebbe urgente, dunque, seguire l’esempio tedesco e intervenire sulle cause più rilevanti del ristagno della produttività italiana, a partire dalle dimensioni troppo limitate delle imprese e specializzazioni inadeguate a causa di una debole presenza nelle attività a più elevate opportunità tecnologiche e nelle aree geografiche più dinamiche.

Servono quindi politiche d’intervento, anche industriali, rivolte alla produzione e alla ricerca, che aiutino le nostre imprese ad aggregarsi, a innovare e a internazionalizzarsi. Bisognerebbe promuovere, allo stesso tempo, le riforme e i cambiamenti strutturali necessari per affrontare con successo le sfide della concorrenza globale. Vanno avviati subito, anche se avranno effetti inevitabilmente differiti nel tempo. Tutto ciò indipendentemente da ciò che avviene a livello europeo. E le raccomandazioni rivolte all’Italia si possono oggi estendere a gran parte delle economie del Sud dell’Europa.

Compiti europei
Per riassumere, l’Europa deve far aumentare la crescita aggregata orientando maggiormente il suo modello verso la domanda e il mercato interni attraverso una rinnovata governance economica. Ma deve anche colmare i gap di produttività e di competitività tra i paesi membri, favorendo nei paesi del Sud misure di riforma e di liberalizzazione volte a favorire gli investimenti e a innalzare la produttività e, quindi, il tasso di crescita potenziale dell’economia. Ciò richiede a sua volta che, in questi paesi, misure di finanza pubblica siano accompagnate da profonde ristrutturazioni del sistema economico e produttivo.

Tutto ciò è necessario per la tenuta dell’euro e del quadro macroeconomico europeo. La disciplina fiscale verrà rispettata in effetti solo se la crescita del reddito e della produttività si innalzeranno in misura significativa, mentre attenuare le divergenze nelle posizioni competitive sarà essenziale per la sostenibilità a medio e lungo termine dell’euro.

Paolo Guerrieri è professore ordinario alla ‘Sapienza’ Università di Roma e Vice-presidente dello Iai.

Vedi anche:

Speciale di su Crisi economica