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Immigrazione

L’asse Parigi-Roma sui Rom scuote le fondamenta dell’Ue

19 Set 2010 - Ferruccio Pastore - Ferruccio Pastore

La spaccatura che si è prodotta al Consiglio europeo del 16 settembre è senza precedenti. Non tanto per i toni viscerali, che sono comunque un segnale preoccupante. Quanto perché non si è consumata su nodi materiali o istituzionali, come la modalità di ripartizione di risorse o i diritti di voto. Lo strappo è avvenuto, invece, sull’interpretazione di un principio fondativo, finora mai messo in discussione in forma così diretta e radicale: la cittadinanza europea spetta integralmente anche ai poveri? In particolare, cosa succede quando una fetta di cittadinanza maggioritariamente povera, con ampie fasce di marginalità estrema, è per di più accomunata, agli occhi dell’opinione pubblica e nel discorso politico dominante, da tratti di presunta omogeneità etnica che la rendono fisicamente identificabile? Quali sono i limiti, di forma e di sostanza, a cui deve sottostare la politica nell’affrontare un nodo di questo tipo?

Scontro istituzionale
Sebbene le parti rifuggano dal porla in questi termini, sembra proprio questa la sostanza della frattura politica tra i governi di Francia e Italia (affiancati apertamente solo da un piccolo paese – la Repubblica Ceca – generalmente poco in sintonia con Bruxelles) e le istituzioni comunitarie, dapprima il Parlamento, con la dura risoluzione del 9 settembre scorso, e poi la Commissione, con la lacerazione avvenuta al Vertice del 16 settembre e solo temporaneamente rabberciata dai comunicati finali.

Ogni anno, alcune centinaia di migliaia di cittadini stranieri vengono espulsi dai paesi membri dell’Unione. Solo in minima parte si tratta di delinquenti. Perlopiù, si tratta di immigrati da paesi terzi, colpevoli di non avere sufficienti risorse per acquistare o mantenere il diritto di soggiorno in questa area privilegiata del mondo. Questi allontanamenti si effettuano in genere con modalità ben più dure di quelli attualmente contestate in Francia, dove gli abitanti dei campi non autorizzati vengono rimpatriati senza uso diretto della costrizione fisica e anzi con un incentivo finanziario di qualche centinaia di euro. Ma, mentre i grandi flussi forzati in uscita di “extracomunitari” non attirano l’attenzione mediatica e hanno il sostegno unanime dei governi e delle istituzioni di Bruxelles, questi pochi convogli di cittadini europei, perlopiù romeni, stanno facendo vacillare l’edificio comunitario.

Siamo dunque di fronte a uno psico-dramma innescato da un’inezia e propagato dal combustibile delle idiosincrasie personali tra alcuni leader europei? Evidentemente no. Non siamo neppure solo di fronte a un’importante, ma essenzialmente simbolica, questione di principio che oppone due sovranità, quella della norma europea e quella della volontà politica statuale. Questa dimensione naturalmente esiste, ma ciò che è dirompente è la portata anche pratica, sociale ed economica, della diatriba in corso.

Spettro Rom
Si sente spesso dire, in questi giorni di copertura giornalistica convulsa e stereotipata della questione, che i Rom sono la più grande minoranza europea, la cui consistenza è difficile da stimare con precisione, ma oscillerebbe tra i 10 e i 12 milioni di individui. Questa numerosa minoranza transnazionale è diffusa in tutto il territorio comunitario, ma raggiunge concentrazioni particolarmente elevate nella metà orientale del continente, a cavallo della frontiera dinamica tra nuovi paesi membri e paesi candidati.

In molti dibattiti, lo spettro Rom aleggia con le sembianze di un popolo senza stato e vestito di stracci, di una casta transnazionale di paria, compatta e omogenea. Se le cose stessero davvero in quei termini, la questione Rom sarebbe in effetti un gigantesco detonatore collocato sotto la costruzione europea, proprio in corrispondenza di due pilastri fondamentali, quello della libera circolazione e quello della vocazione a futuri allargamenti, a partire dai Balcani occidentali, anch’essi popolati da importanti comunità Rom.

Per fortuna, le cose non stanno così. Quelli che chiamiamo Rom, e che molti politici nazionali, anche in posizioni di elevata responsabilità, continuano a chiamare tendenziosamente “nomadi”, non sono in realtà che una componente, per quanto importante, di una galassia più ampia e molto poco coesa, che comprende per esempio i Sinti italiani, i Gitani spagnoli e i Travellers delle isole britanniche. Gruppi che parlano idiomi diversi e hanno tradizioni culturali e religiose non omogenee.

Non è neppure omogenea la loro collocazione sociale ed economica: una maggioranza dei Rom cittadini dei paesi dell’Europa centro-orientale è non solo sedentaria, ma abita dispersa in contesti urbani non particolarmente connotati. La realtà dei campi è una triste, ma per fortuna marginale, specificità italiana e di pochi altri tra i paesi più ricchi dell’Unione.

È addirittura controverso se, con la abolizione dell’obbligo di visto per i cittadini romeni e bulgari (2002) e poi con l’adesione di questi due paesi nel 2007, si sia davvero prodotto quel boom di insediamenti abusivi che viene indicato quale causa della escalation attuale nelle risposte politiche. Le caratteristiche e le dimensioni di questa emergenza abitativa e sociale sono in realtà poco conosciute. Il giro di vite francese attuale, come quello avviato in Italia tra la fine del 2007 e l’estate del 2008, sono basati su una conoscenza empirica scarsa e approssimativa del “problema” che si intende risolvere.

Vicolo cieco
Questo vuoto di conoscenza – che dipende in parte da cattiva volontà e in parte da ostacoli reali (come la difficoltà di censire su base etnica, per motivi tanto etici quanto concettuali) – è parte del problema, ne è anzi un aspetto essenziale. Perché lascia spazio a rappresentazioni distorte e strumentali, ma anche perché impedisce di elaborare strategie mirate il cui impatto possa essere in alcun modo misurato a posteriori.

Certamente bisogna fare di più. Bisogna investire di più. Anche, dove e quando necessario, in misure di controllo e law enforcement. Ma la linea varata dall’Italia tre anni fa e adesso rilanciata in grande stile dalla Francia, non conduce da nessuna parte. Su Le Monde il grande vignettista Plantu ha riassunto il vicolo cieco in cui si è cacciato Sarkozy disegnando un percorso blindato, ma circolare, che dall’Esagono conduce a est, e ritorno, con un omino nell’angolo che osserva disincantato: «Ah, c’est ça les Gens du voyage?» : “è questa la Gente del viaggio?”, come vengono chiamati i nomadi nel gergo politically correct d’Oltralpe.

I primi risultati di una ricerca etnografica che il centro di ricerca FIeri, sotto la direzione di Pietro Cingolani, sta conducendo in Romania e a Torino confermano l’intuizione del disegnatore: diverse famiglie rientrate dalla Francia si sono già rimesse in cammino. D’altronde, come stupirsi, poiché stiamo parlando di alcune tra le aree più depresse d’Europa, da dove emigrano tutti, non solo i Rom.

Il roboante asse Parigi-Roma appare oggi come una precaria alleanza tra due leader in crisi. In parte è davvero così. La decisa reazione del Parlamento europeo e della Commissione, netta anch’essa, per quanto indebolita dalla brutta gaffe del Commissario Viviane Reding, sono prove importanti della capacità dell’Europa di mantenere la testa sul collo. Ma non bisogna sottovalutare il potenziale di contagio insito nella situazione attuale. La crepa che si è aperta interessa le fondamenta stesse dell’edificio comunitario. Va riparata in fretta e con materiali di qualità, altrimenti si riaprirà presto, con esiti peggiori.

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Vedi anche:

F. Caffio: L’emergenza immigrazione riaccende la tensione tra Italia e Malta

F. Pastore: Immigrazione: cosa vogliono davvero le opinioni pubbliche

B. Nascimbene: I respingimenti e i rapporti Italia-Ue