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Mercati globali

L’ascesa silente dei Fondi sovrani e l’Italia

12 Set 2010 - Celeste Cecilia Moles Lo Turco - Celeste Cecilia Moles Lo Turco

Tra i nuovi attori dei mercati internazionali assumono sempre maggiore importanza i Fondi sovrani di investimento (FoS). Veicoli finanziari appartenenti, tra gli altri, agli Stati emergenti tra i più ricchi al mondo, i 55 FoS – tanti se ne contano – sono dotati di un capitale che si aggira attorno ai 4.000 miliardi di dollari, destinato, secondo le stime più recenti, a raggiungere i 12.000 miliardi di dollari entro il 2020. Sono, per grandezza, la sesta entità finanziaria mondiale, dopo banche, borse, fondi pensione e assicurazioni. Hanno sede in vari tipi di Stati – dalla Cina al Canada dagli Emirati al Cile – e, in ragione di ciò, presentano caratteristiche molto diverse fra loro.

Realtà opaca
Cosa esattamente siano e cosa facciano i Fondi sovrani di investimento non è cosa facile a dirsi, poiché sono molto poco inclini a divulgare dati e informazioni sulle proprie attività e strategie di investimento e seguono perciò una politica di grande riservatezza. Quel che è certo è che non sempre sono guidati dalla logica del puro rendimento economico: talora perseguono un ritorno di immagine, l’acquisizione di uno specifico know-how da importare nel proprio paese, o finalità politico-strategiche, come il rafforzamento dei legami con un altro paese. Gli investimenti possono avere anche motivi religiosi: nel 2008 il Qatar investì, attraverso il suo Fondo sovrano (Qatar Investment Authority), un miliardo di dollari per la costruzione di infrastrutture a Mindanao, nelle Filippine, dove è forte la presenza musulmana.

Il punto è che i FoS non si prestano a facili e univoche interpretazioni. Sono molti infatti gli elementi da prendere in considerazione: per quanto riguarda il Paese ricevente, l’importanza, più o meno strategica, del settore di investimento e la legislazione sugli investimenti esteri; per quanto riguarda il Fondo investitore, la trasparenza e l’origine del capitale, nonché il regime interno del Paese che lo detiene. Tutti elementi di fondamentale importanza per valutare i rischi connessi agli investimenti dei Fondi sovrani e mettere a punto le strategie, anche legislative, per renderli un’effettiva opportunità di crescita e sviluppo.

Inversione di tendenza
Prima dell’esplosione della bolla finanziaria nel 2008 i Fondi sovrani erano considerati perlopiù una minaccia da cui difendersi, tanto che Stati come Francia, Germania e Stati Uniti si sono dotati di legislazioni atte a tutelare i settori maggiormente esposti e sensibili, come la difesa e le telecomunicazioni. In seguito vi è stata una netta inversione di tendenza: hanno cominciato ad essere percepiti come possibili fonti di capitali preziosi, in una situazione di scarsa liquidità, per il sostegno alla ripresa economica e all’occupazione.

Recentemente, però, e specialmente in Italia, complici la recente visita del leader libico, Muammar Gheddafi, e l’innalzamento della quota azionaria della Libia in Unicredit, si è avuto un nuovo cambio di prospettiva e si è tornati a riconsiderare le implicazioni di alcune partecipazioni dei Fondi sovrani in aziende di interesse strategico per il nostro Paese.

A suscitare l’attenzione dei media, sia nazionali che internazionali, sono state le recenti acquisizioni di partecipazioni in Unicredit Group: a giugno il Fondo emiratino Ipic ha acquisito una quota del 4,99% attraverso la controllata Aabar; più di recente, la Lybian Investment Authority, il Fondo sovrano libico, ne ha acquisito una del 2%, che si è venuta ad aggiungere a quella del 4,99% già posseduta dalla Banca centrale libica, portando così Tripoli a controllare il 7% dell’istituto di credito italiano. Nel complesso – tra Libia ed Emirati – la partecipazione araba è salita al 12%. Del caso si stanno occupando sia Consob che Banca d’Italia, in quanto autorità di vigilanza.

Ed è proprio sul valore aggiunto dei FoS per le società partecipate o controllate che il dibattito si è andato intensificando. Recenti studi hanno evidenziato che, dopo un primo momento di crescita della durata media di tre anni, le società controllate dai Fondi sovrani registrano spesso significativi rallentamenti o battute d’arresto.

Presenza in Italia
In realtà, la presenza dei Fondi Sovrani in Italia non è cosa nuova. Già nel 1976 la Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico), oggi una delle principali controllate del Fondo sovrano libico, acquista il 15% di Fiat, ne esce dieci anni dopo con una plusvalenza pari a 2,6 miliardi di dollari per poi rientrarvi nuovamente nel 2000 con l’acquisto del 2%. Segue poi, l’acquisizione, nell’aprile del 1996, dell’1,7% (per un valore di 124 miliardi di lire) della holding televisiva Mediaset da parte del Fondo sovrano più grande al mondo, l’emiratino Abu Dhabi Investment Authority (Adia), che ne detiene ancora il 2%.

Se inizialmente i Fondi Sovrani investivano principalmente nel settore finanziario, a seguito delle perdite subite nel 2008 e della conseguente necessità di differenziazione del rischio e di una maggiore internazionalizzazione, oggi iniziano ad esplorare altri settori. Ritroviamo una loro presenza, tra gli altri, nel settore automobilistico, energetico, delle infrastrutture, degli immobili, e del lusso. Si registra, infatti, la partecipazione del 5% di Mubadala in Ferrari per un valore di 114 milioni di euro, quella del 2% di Bulgari da parte di Adia, l’acquisto dell’Hotel Gallia a Milano da parte della controllata del Fondo sovrano qatarino, Qatari Diar, e quello dell’Hotel Principe di Savoia da parte del Fondo sovrano del Brunei. Nell’ambito sportivo, si registra l’acquisto del 7,5% della Juventus e del 33% della Triestina da parte del Fondo sovrano libico.

In prospettiva, i Fondi sovrani potrebbero avere un ruolo di rilievo nell’economia internazionale ed europea, compresa quella italiana. Servono però interventi politici e legislativi per far sì che quella che continua ad apparire come una possibile minaccia divenga un’effettiva opportunità di crescita e cooperazione economica.

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