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Le centrali della discordia

La lotta per l’energia lacera l’Asia centrale

24 Set 2010 - Alessandro Ronga - Alessandro Ronga

Per la prima volta dal crollo dell’Urss una centrale idroelettrica è stata inaugurata in un territorio ex sovietico: a fine agosto il presidente del Kirghizistan Roza Otunbayeva ha simbolicamente premuto il bottone che ha avviato la prima unità del nuovo impianto idroelettrico Kambarata-2, una struttura costruita sul bacino artificiale del Toktogul che sarà capace di produrre energia fino a 700 milioni di kilowattora annui.

Sviluppo e energia elettrica
Costata 200 milioni di dollari (in buona parte provenienti da un maxiprestito da 300 milioni erogato dalla Russia al Kirghizistan a fine 2006), la nuova centrale è destinata, nelle intenzioni del governo kirghizo, a fare da volano per lo sviluppo di un paese povero e politicamente molto instabile, a cui il nuovo esecutivo, entrato in carica da pochi mesi, ha promesso prosperità e benessere.

Sviluppo e produzione di energia elettrica furono, del resto, l’asse portante delle politiche industriali ed infrastrutturali del Cremlino negli anni venti e trenta del Novecento: parte integrante dei primi Piani Quinquennali, le centrali idroelettriche furono il simbolo della repentina crescita industriale sovietica di quegli anni, su cui Stalin costruì gran parte del suo consenso. Una tradizione che è giunta fino ai giorni nostri: sebbene i lavori di costruzione siano stati avviati nella seconda metà degli anni 2000, la progettazione originale di Kambarata-2 risale proprio all’epoca sovietica, precisamente al 1990, quando il Kirghizistan faceva ancora parte dell’Urss. Ma proprio perché progettata sui vecchi schemi della politica energetica dell’Urss, la nuova centrale idroelettrica rischia di peggiorare le già pessime relazioni di vicinato tra il Kirghizistan e l’Uzbekistan.

Kambarata-2 è infatti stata costruita sul bacino idrico del Toktogul, da dove poi il fiume Naryn si incanala verso l’Uzbekistan e confluisce nel fiume Syr Darya: il governo uzbeko non ha nascosto le proprie preoccupazioni per i possibili contraccolpi che l’infrastruttura idroelettrica potrà avere sulle coltivazioni di cotone nella confinante Valle di Fergana, alimentate dalle acque di numerosi fiumi che nascono in Kirghizistan, incluso appunto il Naryn. Il timore del governo uzbeko è dunque che uno sfruttamento più intensivo delle acque a monte possa provocare siccità a valle, un problema con cui il paese sta già facendo i conti da qualche anno: insieme a fenomeni di salinizzazione, la desertificazione sta rendendo i terreni su cui sorgono le piantagioni cotonifere uzbeke meno produttivi, tanto che per mantenere costanti i livelli di produzione è necessario un sempre maggiore consumo di acqua proveniente dal Kirghizistan. Di fatto, oggi l’Uzbekistan è il paese che consuma la maggior parte dell’acqua del Syr Darya.

Dal Piano al Mercato
Negli anni dell’Urss, i pianificatori sovietici non si erano preoccupati di rendere ogni singola repubblica autosufficiente dal punto di vista energetico, ed avevano di contro percorso la strada della reciproca dipendenza tra i vari territori: in questo modo il Kirghizistan, ricco di acqua, ma povero di energia, era stato dotato di dighe e bacini artificiali (come appunto il Toktogul) in grado di rifornire le preziose piantagioni di cotone del vicino Uzbekistan, che ricambiava la fornitura idrica cedendo gratuitamente alla repubblica kirghiza il proprio gas per soddisfarne così il fabbisogno energetico.

Dopo il collasso dell’Unione sovietica le risorse naturali sono diventate oggetto di accordi commerciali internazionali, dalle condizioni, per la verità, spesso più favorevoli agli uzbeki che ai kirghizi: i primi hanno infatti iniziato a praticare una politica di rincari sui prezzi degli idrocarburi che il Kirghizistan era costretto ad acquistare, perché privo di infrastrutture per generare in casa propria energia, pur disponendo di acqua in abbondanza.

Il risultato è stato che a metà degli anni duemila il Kirghizistan si è ritrovato indebitato pesantemente con l’Uzbekistan, e nell’inverno 2008 il governo di Bishkek ha dovuto affrontare una vera emergenza energetica: la riduzione (e addirittura il taglio) delle forniture imposto dal governo uzbeko per via del mancato pagamento dei debiti pregressi (ma è più probabile che si sia trattato di una ritorsione contro la costruzione di Kambarata-2, da poco ripresa) lasciò varie zone del paese senza elettricità.

Un nervo scoperto
Da qui si comprende la decisione del governo del Kirghizistan di “rispolverare” il progetto di autonomia energetica legato a Kambarata-2, fin da subito osteggiato dall’Uzbekistan, che è arrivato negli anni scorsi perfino a minacciare la guerra se l’impianto fosse stato completato.

Kambarata-2, del resto, ha toccato il nervo scoperto della gestione delle risorse naturali idriche in Asia centrale. Una questione la cui risoluzione richiederebbe la massima cooperazione tra gli stati a monte (Kirghizistan e Tagikistan), e quelli a valle (Uzbekistan, Kazakhstan e Turkmenistan), ma che invece resta irrisolta a causa dei numerosi punti di disaccordo. Due in particolare: la richiesta dell’Uzbekistan di conferire al Syr Darya lo status di bacino “transfrontaliero”, avversata dal Kirghizistan, e quella, opposta, del Kirghizistan di far pagare agli stati a valle i servizi legati all’utilizzo delle sue acque, proposta su cui Tashkent si è sempre detta contraria.

Già nel 2008 l’allora presidente kirghizo Kurmanbek Bakiev chiese agli stati a valle di pagare l’utilizzo dell’acqua del Syr Darya, con un dazio per finanziare parte del progetto Kambarata-2: la nuova centrale, secondo Bakiev, avrebbe permesso all’intera regione centroasiatica, e non solo al Kirghizistan, di beneficiare di un surplus di energia senza penalizzare alcun popolo, e per questo chiedeva una condivisione delle spese. Il presidente uzbeko Islam Karimov, tuttavia, respinse senza appello la proposta: proprio perché in possesso di ampie risorse energetiche, l’Uzbekistan si oppose a qualsiasi pagamento per l’utilizzo dell’acqua dei fiumi che transitavano per il suo territorio, perché non riteneva una priorità per la regione una nuova centrale idroelettrica, ma soprattutto perché la considerava pericolosa per la propria economia.

Nell’aprile 2009, il summit dei Capi di Stato dell’Asia centrale fu dedicato proprio alla questione acqua, ma fallì per l’inconciliabilità delle posizioni del Kirghizistan e dell’Uzbekistan: Bakiev chiese esplicitamente che la fornitura d’acqua del Syr Darya e dell’Amu Darya, usata da Uzbekistan, Kazakhstan e Turkmenistan per l’irrigazione, venisse da questi pagata per contribuire a realizzare le centrali idroelettriche che avrebbero consentito al Tagikistan ed al Kirghizstan di risolvere il loro deficit di energia. Bakiev motivò la sua proposta con l’impossibilità del suo paese e del Tagikistan di far fronte all’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche importate da Uzbekistan e Kazakhstan. La risposta di Karimov, che di fatto fece subito saltare il vertice, fu che l’acqua del Syr Darya era un bene comune, e tale doveva restare.

Acqua ed energia per la pace
Nonostante le numerose difficoltà incontrate durante i lavori di realizzazione, la centrale di Kambarata-2 è ora finalmente in funzione, e rappresenta un traguardo importante per il martoriato Kirghizistan: “L’oro e l’elettricità sono le ali della nostra economia – ha commentato il presidente Roza Otunbajeva all’inaugurazione – adesso potremo vivere meglio sia d’estate che d’inverno, e migliorare il nostro export”.

L’immediato futuro della politica energetica del Kirghizistan ha le sembianze della seconda unità di Kambarata-2 (che costerà altri 200 milioni di dollari), a cui se ne aggiungerà in seguito una terza, la cui costruzione procederà in contemporanea con la realizzazione dell’ancor più potente centrale Kambarata-1: la Otunbajeva ha sottolineato l’impatto positivo che le due centrali, una volta ultimate, potranno avere sul fabbisogno idrico ed energetico di tutte le nazioni dell’Asia centrale, con conseguenti riflessi sul processo di pacificazione della regione.

E forse proprio per questo motivo il presidente ha, a sorpresa, offerto un ramoscello d’ulivo all’Uzbekistan, annunciando la sua intenzione di coinvolgere il governo di Tashkent nel progetto per la realizzazione di Kambarata-1.

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