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Sudamerica

La Colombia nella partita tra Obama e Chavez

7 Set 2010 - Valeria Risuglia - Valeria Risuglia

A metà agosto la Corte Costituzionale della Colombia ha sospeso la validità di un Accordo in materia di difesa e sicurezza siglato tra Bogotà e Washington che prevede l’uso di sette basi militari colombiane da parte delle forze armate Usa. Con sei voti a favore e tre contrari, i giudici della Suprema Corte hanno sostenuto che l’accordo ha natura di trattato internazionale e pertanto, per entrare in vigore, deve essere sottoposto alla valutazione e approvazione del Parlamento. Il presidente della Corte Mauricio Gonzales ha precisato che la sospensione avrà efficacia fino a quando il Congresso non si sarà espresso.

Disputa costituzionale
L’accordo, di durata decennale, era stato siglato nell’ottobre del 2009 dall’allora presidente colombiano Alvaro Uribe, e da quello statunitense Barack Obama, con l’obiettivo dichiarato di combattere il narcotraffico, il crimine organizzato e il terrorismo nella regione latinoamericana. A tale scopo, Bogotà aveva concesso a Washington la possibilità di ospitare nelle proprie basi militari aerei e navi americane (il Pacifico è la principale via d’ingresso della cocaina). In cambio, la Casa Bianca ha garantito assistenza all’esercito colombiano nelle operazioni contro il terrorismo e il traffico di droga.

Uno degli aspetti più controversi dell’accordo, su cui ha posto l’accento il Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo, l’organizzazione per i diritti umani che ha presentato ricorso alla Corte costituzionale, è che il governo colombiano non ha seguito la prassi prevista per i trattati internazionali, violando gli articoli 150 (comma 16) e 241 (comma 10) della Costituzione relativi alle prerogative del Congresso e della Corte. Si voleva evidentemente evitare un aperto dibattito politico sul nuovo accordo. In effetti, nella Costituzione non esiste una norma che autorizzi il dispiegamento, la permanenza e l’azione di truppe straniere nel territorio colombiano: l’articolo 173 consente solo il transito di truppe straniere sul territorio nazionale, previa approvazione del Senato. Il governo colombiano ha sostenuto che non era necessario che l’intesa passasse al vaglio del Congresso, trattandosi di un accordo semplificato che estendeva e potenziava impegni già assunti in precedenza.

Immunità
Ad infuocare ancor più il dibattito si è aggiunto un altro elemento: l’immunità per i militari statunitensi che operano nelle basi colombiane. Il governo di Bogotà sostiene però che il documento contiene disposizioni precise: i militari statunitensi avranno solo il compito di fornire un appoggio tecnico e non potranno partecipare ad azioni di combattimento. Saranno la polizia e le truppe colombiane ad affrontare i gruppi armati illegali e i narcotrafficanti.

L’accordo è stato fortemente criticato nella regione per due motivi principali. In primo luogo, perché il contenuto ufficiale del documento non è stato mai completamente divulgato, nonostante le richieste dei paesi latinoamericani. In secondo luogo, perché le concessioni ottenute da Washington sono state viste come un tentativo di stabilire un controllo sulla regione. Bogotà ha tuttavia reso noto che verrà autorizzata la presenza sul territorio nazionale di un massimo di 800 militari statunitensi, che non potranno superare le frontiere colombiane. L’accordo prevede che i militari Usa potranno utilizzare sette basi militari, tra cui Palanquero, la più importante della Colombia, perché possiede la pista d’atterraggio più lunga e le migliori infrastrutture di appoggio.

L’ira di Chavez
Tra i maggiori oppositori regionali all’intesa colombiana-statunitense spicca il presidente venezuelano Hugo Chávez che ha denunciato la presenza statunitense in Colombia come un’ingerenza e una violazione della sovranità territoriale, ma teme anche che possa costituire un trampolino di lancio per un’invasione contro il proprio paese. Chàvez ha reagito all’accordo sospendendo le importazioni dalla Colombia e cancellando alcuni programmi bilaterali di cooperazione nel campo dell’energia. Ma l’accordo è stato aspramente criticato anche dai presidenti dell’Ecuador, Rafael Correa, della Bolivia, Evo Morales, e del Brasile, Lula Inacio da Silva. Anch’essi credono che gli Stati Uniti, al di là del’obiettivo dichiarato di dare continuità alle operazioni di vigilanza e interdizione del narcotraffico, miri a insediarsi stabilmente nella regione.

La partita sembra ancora aperta. L’ago della bilancia è il nuovo presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, in carica dal 7 agosto scorso. Dopo aver negoziato l’accordo durante il governo di Uribe in qualità di ministro della Difesa, Santos deve adesso scegliere se dare priorità alle relazioni con la Casa Bianca, sottoponendo l’accordo al Congresso, oppure, accantonarlo per non danneggiare i rapporti con i vicini, e in particolare con il Venezuela

Le fragili relazioni tra Colombia e Venezuela, del resto, sono state ristabilite solo di recente: dopo settimane in cui la tensione tra i due paesi, in atto da oltre cinque anni, aveva raggiunto livelli preoccupanti, facendo persino temere un confronto militare, ad agosto i Capi di Stato dei due paesi si sono incontrati nel nord della Colombia per sancire una tregua.

Santos sceglierà probabilmente di salvaguardare le relazioni con Washington. D’altronde, la decisione della Corte Costituzionale colombiana non inficia, come detto, i trattati bilaterali in vigore, come il Plan Colombia para la Paz del 1998 volto a rafforzare la lotta contro il traffico di droga attraverso il coordinamento delle forze armate e della polizia. Non è facile prevedere quando si troverà una soluzione al contenzioso sul nuovo accordo, poiché le Camere non hanno una scadenza per pronunciarsi. Tuttavia, qualora il presidente Santos decidesse di sottoporre l’accordo al Parlamento, la otterrebbe facilmente dato che il suo partito, il Partito della U (Partito di Uribe), vi detiene la maggioranza.

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Vedi anche:

G. Casa: La scommessa di Uribe