IAI
Nomine Ue

Italia surclassata a Bruxelles, ma è solo il primo tempo

21 Set 2010 - Raffaello Matarazzo - Raffaello Matarazzo

Benché sia formalmente scorretto parlare in termini di posti “nazionali” attribuiti a questo o quel paese, la realtà è che, all’interno dell’Ue, vi è una certa competizione tra gli stati membri. Questo vale a maggior ragione per il nuovo Servizio diplomatico europeo (Seae), che vede l’impiego diretto di funzionari “nazionali”. Ed è qui che le posizioni affidate a diplomatici italiani al termine della prima tornata di nomine – 13 posti di capo missione dell’Ue – hanno sollevato alcune perplessità. Poiché entro la fine dell’anno l’Alto rappresentante Lady Ashton nominerà una nuova tornata di personalità ai vertici del Seae, l’analisi sia dell’accaduto che di alcuni aspetti dei rapporti tra Italia e Ue può, forse, aiutare a ottenere risultati più in linea con le aspettative.

Annus horribilis
Non si tratta dell’unico caso in cui l’Italia, dopo aver avanzato sue candidature, anche di rilievo, ai vertici di istituzioni europee o internazionali, ha dovuto adattarsi a risultati non soddisfacenti. Ogni caso fa a sé, ma il loro moltiplicarsi potrebbe configurare un problema complessivo di rapporti tra una parte dell’establishment europeo e la classe dirigente italiana. E non aiutano i recenti contrasti politico-istituzionali: dalla questione dei Rom a quella delle quote latte, fino all’ostentata pretesa che alcuni commissari europei “tacciano” su alcuni dossier. Né aiuta l’attivismo bilaterale italiano verso paesi problematici, come Libia, Bielorussia o Russia.

In diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno le ambizioni dell’Italia sono state frustrate da un lato dal crescente protagonismo di Francia, Gran Bretagna e Germania, dall’altro dall’emergere di paesi entrati solo recentemente nel consesso europeo (come ad esempio la Polonia) o di altri tradizionalmente meno influenti, che si sono però rivelati più abili dell’Italia a sfruttare i margini di manovra a loro disposizione. Lo si è visto in occasione della candidatura di Mario Mauro, nell’estate del 2009, alla presidenza del Parlamento europeo, incarico che nessun italiano ha mai ricoperto da quando il Pe è stato eletto per la prima volta a suffragio universale (1979).

Nonostante l’aperto sostegno alla candidatura di Mauro offerto dal capo del governo italiano (anche in modo un po’ eterodosso rispetto alle dinamiche negoziali interne ai grandi partiti europei), il Partito popolare europeo ha preferito sostenere, su impulso determinante della cancelliera tedesca Merkel, il polacco Jerzey Buzek, che poi è stato eletto. Traiettoria diversa ma con esiti analoghi quella della candidatura di Massimo D’Alema – avanzata prima dal gruppo dei socialisti e democratici nel parlamento europeo e poi sostenuta, anche se non troppo caldamente, dal governo italiano – al posto di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, poi affidato alla britannica Catherine Ashton.

Forza negoziale
Una conferma della difficoltà dell’Italia ad essere adeguatamente rappresentata in ambito Ue è venuta dalla prima tornata di nomine dei capi missione dell’Ue nei paesi terzi compiuta da Lady Ashton, nonché dall’andamento dei negoziati per gli incarichi nella struttura centrale del nuovo Seae. Dei tredici curricola di diplomatici che il Ministero degli esteri italiano ha presentato al Comitato di selezione – costituito da cinque funzionari della Dg Relex della Commissione, più alcuni osservatori esterni – per i 29 posti di capo missione (13 destinati a diplomatici degli stati membri e 16 a funzionari delle istituzioni europee), due soltanto sono stati giudicati idonei ad affrontare il colloquio finale con Lady Ashton. Di questi, solo uno è arrivato in porto: l’ex inviato dell’Ue a Kabul, l’ambasciatore Ettore Sequi, che guiderà la missione Ue in Albania. Il diplomatico italiano che invece non ha superato il colloquio con la Ashton avrebbe dovuto guidare la delegazione dell’Ue in Iraq. L’altro italiano prescelto, Roberto Ridolfi, che sarà a capo della delegazione dell’Ue in Uganda, non proviene infatti dalle fila della diplomazia, bensì della Commissione, ed era già capo della delegazione Ue alle Fiji.

Nello stesso tempo, il diplomatico tedesco Markus Ederer si è aggiudicato la guida dell’ambitissima delegazione di Pechino e un diplomatico austriaco è riuscito a strappare la rappresentanza di Tokyo. La nazionalità più rappresentata in questo primo pacchetto di nomine è quella spagnola, con ben cinque posti: il vice di Pechino, più la guida degli uffici di Argentina, Angola, Namibia e Guinea Bissau. Tre sono i francesi (Filippine, Ciad e Zambia), tre gli irlandesi (Bangladesh, Botswana e Mozambico), due gli olandesi (Sudafrica e Libano), due i belgi (Burundi e Senegal), due i lussemburghesi (Singapore e Haiti), due i polacchi (Corea del Sud e Giordania).

Francesi, tedeschi e polacchi possono trarre motivo di soddisfazione anche dall’andamento dei negoziati sugli incarichi della struttura centrale del nuovo Servizio, per i quali la diplomazia italiana ha avanzato candidature di calibro che però, ancora una volta, non hanno incontrato i favori dell’Alto rappresentante. L’influente incarico di Segretario generale del Seae sembra ormai certo che verrà assegnato all’attuale ambasciatore francese a Washington, Pierre Vimont, che avrà come vice la tedesca Helga Schmid e un polacco (sono in lizza il ministro Mikolaj Dowgielewicz e il diplomatico Maciej Popowski). È previsto anche un “super” direttore generale, che, ormai è quasi certo, sarà l’irlandese David O’Sullivan, capo della DG commercio della Commissione e già capo di Gabinetto di Romano Prodi durante la sua presidenza dell’Ue.

Due lezioni
Entro la fine dell’anno Lady Ashton nominerà una nuova tornata di personalità ai vertici del Seae, probabilmente seguendo le nuove procedure di selezione, previste per il servizio, invece di quelle vecchie (ovvero della Dg relazioni esterne) attualemte in vigore.

Dall’esperienza che si è appena conclusa la diplomazia italiana può trarre due lezioni utili: la prima è di operare ex ante un vaglio dei curricula più in conformità con i criteri di selezione che adotterà il Seae; la seconda, anche alla luce del comportamento delle altre diplomazie, è di seguire ogni candidatura con attenzione e costanza sia a livello diplomatico che politico, non rinunciando, se necessario, anche a puntare i piedi. L’argomentazione utilizzata anche dal ministro Frattini per giustificare l’esito deludente di questa prima selezione, secondo cui i diplomatici italiani con i cv più competitivi hanno preferito incarichi nella diplomazia nazionale, non sembra infatti convincente: non si può escludere che alcuni abbiano optato per sedi italiane all’estero proprio perché consapevoli di avere poche possibilità a livello Ue.

Stile e sostanza
Ma, soprattutto, anche senza rinunciare alla difesa di iniziative diplomatiche proprie, come del resto fanno anche gli altri paesi, sarebbe opportuno evitare che esse vengano presentate retoricamente come una sorta di “strappo” o di rivalsa nei confronti delle istituzioni europee. È in larga misura una questione di stile, prima ancora che di contenuto. Si tratta in effetti di un aspetto troppo spesso sottovalutato, ma che finisce per indebolire le posizioni italiane e per essere usato, magari ad arte, per suggerire sottovoce una nostra scarsa affidabilità e lealtà istituzionale. Conta poco se questo sia vero o meno (in genere non lo è): ciò finisce comunque per essere sfruttato dai concorrenti quando, ad esempio, si tratta di fare le scelte per gli incarichi chiave. Posizioni negoziali meno “clamorose” in pubblico e, se necessario, più ferme nelle sedi opportune (cui l’Italia non ha mai rinunciato anche nei decenni passati) sono in genere molto più efficaci.

Più che lamentare una conventio ad excludendum verso l’Italia, bisogna dunque riflettere con maggiore attenzione sulle conseguenze indirette di comportamenti che, enfatizzando eccessivamente alcuni rapporti bilaterali, fanno perdere il senso della strategia complessiva e, quindi, anche del posizionamento internazionale. Questa incertezza strategica viene presentata in molti (forse troppi) ambienti come una prova di inaffidabilità, il che non può che determinare forme di marginalizzazione sulla scena europea.

Non ci sono vantaggi economici o imprenditoriali, questo è il punto di fondo, che potranno compensare gli effetti negativi, di medio e lungo periodo, di una debolezza di linea strategica. La vicenda delle nomine ne è peraltro solo una delle manifestazioni minori e più periferiche.

.

Vedi anche:

G. Gramaglia: Quote latte e “made in Italy”, rispunta l’Italietta

S. Locatelli: Lingue Ue, Roma e Bruxelles ai ferri corti

R. Matarazzo: Ministero degli esteri, i nervi scoperti della riforma