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Sicurezza energetica

Il mercato degli idrocarburi dopo la catastrofe del Golfo del Messico

11 Set 2010 - Simona Presenti - Simona Presenti

Il mercato degli idrocarburi attraversa un delicato momento di transizione: è sempre più complicato raggiungere le risorse petrolifere e i nuovi giacimenti si trovano spesso in aree e paesi problematici. La fuoriuscita di greggio dal pozzo della British Petroleum, riversatosi nelle acque del Golfo del Messico, ha messo in luce le difficoltà di un settore che richiede crescenti investimenti tecnologici ed è ad alto rischio di incidenti.

Il prezzo della sicurezza
Per ridare fiducia agli investitori e all’opinione pubblica è necessario migliorare gli standard di sicurezza degli impianti, ma i costi sono elevati. La BP ha già subito un notevole contraccolpo dall’incidente di quest’estate: ha venduto attività per 30 miliardi di dollari (anche Eni sarebbe interessata a rilevarne alcune in Egitto e Indonesia) e nei prossimi anni sarà impegnata in complesse e costose cause giudiziarie per contenere l’entità dei risarcimenti. Eppure ha da poco concluso un contratto per attività estrattive nelle acque libiche, suscitando stupore e perplessità.

Il fatto è che quello petrolifero rimane un settore dinamico. Se da tempo, ben prima dell’incidente della BP, si avvertiva la necessità di nuove soluzioni tecnologiche e produttive, ora sembra che si stiano creando le condizioni per nuove partnership e per una maggiore penetrazione delle compagnie specializzate nei mercati internazionali. Quali sono dunque le prospettive per le ex- ‘sette sorelle’, oggi semplicemente le grandi majors private, e per le compagnie di dimensioni più ridotte?

Va innanzi tutto sottolineato che la situazione dei giacimenti petroliferi e degli impianti è tale che: 1) i giacimenti più datati (cioè scoperti prima) e più facili da raggiungere sono in esaurimento, perlomeno alle attuali profondità di estrazione; 2) gli impianti più vecchi implicano costi di manutenzione considerevoli sia dal punto di vista della resa produttiva che da quello della sicurezza; 3) per accedere alle risorse presenti nei giacimenti già sfruttati bisogna spingersi a sempre maggiori profondità, incontrando strati rocciosi e sedimenti più difficili da penetrare; 4) il mercato e la crescente domanda dei paesi emergenti, soprattutto dall’area asiatica, hanno bisogno di poter contare su un considerevole incremento della capacità estrattiva; 5) si richiedono indagini geologiche sempre più sofisticate e un’assai maggiore capacità di sfruttare i giacimenti non convenzionali (dalle sabbie bituminose ai giacimenti artici); 6) si tende a intervenire in ambienti sempre più diversificati, talora impegnandosi in imprese al limite delle capacità umane.

La forza dei piccoli
Il know-how tecnologico e l’esperienza umana sono un importante vantaggio comparato, che talora piccole compagnie private indipendenti possiedono più delle grandi majors (BP, ExxonMobil, Shell, Total, Chevron e Conoco-Phillips). Più agili nel gestire il loro capitale e prendere decisioni, le piccole compagnie sono abituate a investire con rapidità in soluzioni innovative. Mostrano spesso una grande capacità di dar vita e poi sfruttare originali soluzioni high-tech. Le grandi compagnie, invece, dispongono di enormi capitali, ma scontano a volte una certa rigidità negli schemi di intervento e una scarsa capacità di adattamento alle nuove sfide.

L’interscambio con la comunità degli esperti del settore è inadeguato: alcune grandi multinazionali diffidano della circolazione di know-how e tendono ad adottare soluzioni prodotte dalle proprie affiliate o dalle società di servizi, a cui si legano tramite contratti sulla cui attuazione hanno poi difficoltà ad esercitare un’efficace supervisione. Le accuse reciproche tra la britannica BP, che utilizzava la piattaforma Deepwater Horizon, e la società proprietaria della stessa e responsabile del funzionamento del dispositivo di sicurezza del pozzo, l’elvetica Transocean, lo dimostrano.

D’altra parte, un incremento degli standard di controllo degli impianti renderà certamente più costosa l’attività estrattiva, specie su fondali oltre i 4.000 metri. Ed è possibile che alcune multinazionali decidano di acquisire i pozzi delle compagnie indipendenti o di spingerle verso joint-ventures. Infatti, data la sofferenza che le majors patiscono nel confronto con le compagnie nazionali, che controllano più del 75% della produzione di greggio, una buona alternativa sarebbe quella di dismettere vecchi impianti o cedere attività appetibili già avviate per concentrarsi su ricerche e giacimenti a rischio elevato.

Ma il vero problema è rappresentato dal cambio di mentalità: le multinazionali sapranno adattarsi ai nuovi sviluppi tecnologici? Quel che è certo è che cresce il valore delle aziende specializzate nelle attività di progettazione e per il rafforzamento della sicurezza degli impianti: dagli studi di fattibilità alle soluzioni di alta ingegneria per la perforazione, fino ai servizi di manutenzione e alle unità meccaniche di intervento mirato in caso di perdite. Per le aziende europee ed italiane, tra l’altro, questo sarebbe un buon momento: tra le più quotate a livello mondiale, figurano l’italiana Saipem e la francese Technip.

Salto di qualità
Il settore degli idrocarburi richiederebbe una maggiore flessibilità da parte degli operatori: siano essi i governi dei paesi produttori, che dovrebbero aprirsi di più al contributo delle società private, o le compagnie private e nazionali, che dovrebbero promuovere maggiormente la ricerca di soluzioni innovative, o gli investitori (pubblici e privati) chiamati a misurarsi con rischi crescenti. Di fronte alle sempre più forti compagnie statali, l’opzione strategica più convincente per le imprese private è di ridurre le dimensioni, aumentando l’esposizione strategica, e collaborare con le aziende più competitive e all’avanguardia per la fornitura di servizi e soluzioni tecniche ad hoc, con l’obiettivo anche di contenere le tendenze più nazionalistiche e aggressive del mercato.

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