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Balcani

Bosnia al voto con l’ipoteca del nazionalismo

27 Set 2010 - Matteo Tacconi - Matteo Tacconi

La Bosnia torna alle urne, a quattro anni dalle ultime elezioni. Il 3 ottobre gli elettori saranno chiamati a votare i tre rappresentati della presidenza collegiale, il parlamento dello stato centrale e le istituzioni delle due entità etniche che compongono il paese: quella serba (Republika Srpska, Rs) e quella croato-musulmana (Federazione di Bosnia e Erzegovina, FBiH). Anche stavolta, come nelle precedenti tornate, il voto è percepito come decisivo per il futuro del paese. Decisivo in chiave interna, per le riforme e il superamento degli steccati che tengono i tre popoli della Bosnia ancora divisi, a quindici anni dalla firma della pace di Dayton. E decisivo dal punto di vista del processo di integrazione euro-atlantico, dove la Bosnia, rispetto agli altri stati dei Balcani occidentali, fatta eccezione per il Kosovo, sconta un evidente ritardo.

Fermi al palo
A fronte delle aspettative l’impressione è che la Bosnia difficilmente si schioderà dallo stato di torpore che la contraddistingue e che, negli ultimi anni, si è aggravato. Il punto è che il voto del 3 ottobre, così dicono i sondaggi, premierà i partiti etno-nazionalisti che già s’affermarono nel 2006 e che con il loro verbo massimalista hanno contribuito alla radicalizzazione dei rapporti tra le etnie, generando uno stallo totale e facendo sprofondare la Bosnia nella più grave crisi politica vissuta dai tempi di Dayton.

Non che prima i rapporti fossero distesi. Però i rappresentanti dei tre “popoli costituenti” della Bosnia – così li definisce il trattato di Dayton – erano riusciti comunque, tra mille diffidenze, a combinare qualcosa di buono, come ad esempio l’unificazione delle forze armate, prima divise su basi etniche, raggiunta tra il 2004 e il 2005. Nella legislatura che sta per terminare il gioco dei veti incrociati ha soffocato sul nascere ogni riforma.

Voto serbo, musulmano e croato
L’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) avrà gioco facile nell’entità serba e il suo numero uno, Milorad Dodik, otterrà agevolmente la presidenza della Rs, alla quale si candida dopo quattro anni di premierato. Nonostante la carica di presidente dell’entità serbo-bosniaca sia notarile, Dodik continuerà a dettare tempi e ritmi della politica nella Rs. Così come continuerà, come ha fatto periodicamente in questi ultimi anni, a minacciare la convocazione di un referendum per secedere dalla Bosnia, condito dal solito ritornello: meglio stare da soli piuttosto che convivere sotto lo stesso tetto traballante con bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) e croati. Ultimamente il presidente in pectore della Rs ha peraltro sostenuto che l’opinione della Corte internazionale di giustizia sulla legittimità dell’indipendenza del Kosovo, fornita lo scorso 22 luglio, rafforza i propositi indipendentisti serbo-bosniaci.

Sul fronte bosgnacco Haris Silajdzic, capo del Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH), dovrebbe riconquistare il seggio musulmano nella presidenza tripartita, tenendo a bada l’assalto di Bakir Izetbegovic, candidato del Partito d’azione democratica (Sda), fondato dal padre Alija, fautore dell’indipendenza bosniaca e capo carismatico della comunità musulmana ai tempi dell’assedio di Sarajevo. Silajdzic, che di Alija Izetbegovic fu il ministro degli esteri, ha fondato l’SBiH nel 2006, uscendo dall’Sda e promuovendo una piattaforma radicale. In cima all’agenda figurano il rafforzamento dei poteri dello stato centrale e l’abolizione delle entità. Cosa che permetterebbe ai bosgnacchi, sulla base della loro predominanza demografica, di controllare politicamente la Bosnia. Il corpo a corpo con Dodik è stato inevitabile e il muro contro muro tra i due è stata la principale causa dell’impantanamento bosniaco.

L’esasperato duello serbo-musulmano ha estremizzato anche l’orientamento dei croati, che frustrati dal ridotto peso demografico (la loro è la componente minore) e dalla complessa convivenza con i musulmani all’interno della FBiH, hanno ripreso a rivendicare la nascita di una terza entità e il controllo della loro roccaforte, Mostar, che ai sensi dell’attuale ordinamento devono governare insieme ai musulmani, lì minoranza, sulla base dei principi dell’alternanza.

Un’altra ragione a monte dell’irrigidimento è da ricondurre a quanto avvenuto nel 2006: il seggio croato nella presidenza tripartita andò a Zeljko Komsic, candidato sotto le insegne del Partito socialdemocratico (Sdp), formazione etnicamente mista, anche se prevalentemente musulmana. I partiti croati “puri” protestarono vigorosamente, sostenendo che il membro croato della presidenza sarebbe dovuto provenire dai loro ranghi. Il 3 ottobre, con ogni probabilità, Komsic verrà rieletto e c’è da credere che le formazioni croate rialzeranno la voce.

Il ruolo dell’Ue
La crisi bosniaca dipende anche da fattori esterni. Il punto è che negli ultimi anni l’Alto rappresentante (Ohr), il proconsole della comunità internazionale a Sarajevo, non ha saputo più esercitare quei poteri di controllo e indirizzo previsti dal suo mandato. Dunque non è stato capace di orientare i processi di dialogo e le riforme, né di arginare i rigurgiti nazionalisti.

Ciò è dipeso da una parte dalle divergenze presenti in seno al Peace Implementation Council (Pic), l’organismo, formato da 55 soggetti tra Stati sovrani, organizzazioni regionali e istituzioni finanziarie, deputato a fornire all’Alto rappresentante le linee di governance per la Bosnia. Dall’altra, ha inciso anche il carisma non così lampante degli ultimi proconsoli: il tedesco Christian Schwarz-Schilling, lo slovacco Miroslav Lajcak e l’attuale, l’austriaco Valentin Inzko. Personalità sicuramente competenti, ma prive della statura dei predecessori, su tutti l’austriaco Wolfgang Petritsch e il britannico Paddy Ashdown.

L’erosione di prestigio e autorità dell’Alto rappresentante, unita al fatto che la sua presenza è avvertita con crescente fastidio dai bosniaci, stanchi del protettorato, ha accelerato l’idea di chiudere l’ufficio proconsolare e di rendere pienamente operativa l’altra carica di cui l’Ohr si fregia, più che altro nominalmente: quella di Rappresentante speciale dell’Ue (Eusr).

I tempi, pare, sono maturi. Prossimamente, forse già nei prossimi mesi, l’Eusr rimarrà l’unico “guardiano” a Sarajevo. Il suo mandato sarà meno intrusivo di quello proconsolare – così da favorire l’alleggerimento del protettorato – e la mission iniziale sarà quella di pilotare la discussione tra le forze politiche sui temi dell’integrazione europea, piuttosto che sulle grandi riforme e sulla revisione dell’ormai anacronistica impalcatura istituzionale, marcata da pesi, contrappesi, meccanismi e paletti di natura etnica, ereditata da Dayton.

Su questo terreno, d’altronde, la convergenza è al momento impossibile. Meglio dunque una politica dei piccoli passi, mirata a soddisfare i requisiti per l’entrata in vigore degli Accordi di associazione e stabilizzazione con l’Ue (firmati nel 2008), del pacchetto sulla liberalizzazione dei visti turistici – schema dal quale la Bosnia è rimasta fuori, contrariamente a Serbia, Montenegro e Macedonia – e del Membership Action Plan, generosamente offerto dalla Nato lo scorso aprile.

Politici e oligarchi
Le riforme e il grande compromesso – rafforzamento delle pallide istituzioni centrali e trasferimento di alcune delle ampie prerogative della Rs allo stato, senza che tuttavia ciò mini l’esistenza dell’entità serba – verranno in un secondo momento, quando i benefici del processo di integrazione sortiranno i loro effetti e i bosniaci comprenderanno che più si sta lontani dall’Europa, peggio è.

Questa dinamica, secondo gli auspici, dovrebbe influenzare positivamente anche i comportamenti della classe politica, smussando i toni radicali e favorendo il necessario ricambio. Gli attuali interlocutori, infatti, oltre a infiammare il nazionalismo e a cestinare ogni tentativo di riforma, sono anche poco raccomandabili dal punto di vista etico. Sfruttando le rispettive posizioni di potere Milorad Dodik, Haris Silajdzic e Dragan Covic, numero uno dell’Hdz, il partito croato tradizionalmente più influente, hanno costruito con metodi poco trasparenti – per usare un eufemismo – veri e propri imperi economici, come sottolinea l’International Institute for Middle East and Balkan Studies di Ljubljana in una recente analisi dedicata al voto bosniaco, dal titolo eloquente: The Vicious Circle of Politics, Mafia and Crime.

Ma il ricambio è prematuro. I trionfatori di ieri trionferanno anche domani. Per vedere la svolta in Bosnia bisognerà armarsi di pazienza e procedere un passo alla volta.

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Vedi anche:

N. Ronzitti: Kosovo in mezzo al guado