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Il discorso sullo “Stato dell’Unione”

Barroso guarda avanti e prepara il dopo-crisi

9 Set 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

I poteri e la potenza non sono quelli. Ma il rito è lo stesso, o almeno pretende di esserlo: come gli Stati Uniti, anche l’Europa ha ora il discorso ‘sullo stato dell’Unione’, pronunciato nell’emiciclo del Parlamento europeo dal presidente della Commissione europea. Certo, la lista delle priorità 2010/’11 tracciata, martedì mattina, da José Luis Durao Barroso non ha (ancora?) né il fascino né l’autorità del discorso sullo stato dell’Unione che il presidente statunitense fa ogni anno a fine gennaio a Congresso riunito. Ma, contrariamente ai timori, l’emiciclo di Strasburgo s’è riempito a dovere per il ‘primo giorno di scuola’ delle istituzioni comunitarie dopo la pausa estiva, senza il ricorso, come era stato ipotizzato, alla minaccia di multe agli assenti.

Il presidente della Commissione delinea priorità, ma inanella soprattutto slogan: “Agire compatti per il successo”, “O nuotiamo insieme o affondiamo insieme”, “Più scienza e meno burocrazia”, bisogna “lavorare di più”, per l’Ue “è arrivato il momento della verità”. Ma ci sono pure passi concreti, specie verso l’Unione economica a completamento dell’Unione monetaria, e passaggi d’attualità, come l’appello perché Sakineh viva – Sakineh è la donna iraniana, madre di due figli, condannata alla lapidazione (“una barbarie indicibile”), dopo essere stata giudicata colpevole di adulterio e di concorso nell’omicidio del marito.

Messa in guardia contro il populismo
Gli accenti più forti, e più polemici, Barroso li trova contro razzismo e discriminazione: “in Europa – afferma il presidente della Commissione – non c’e’ posto per il razzismo”; e invita tutti “ad agire con sensibilità” su “questioni così delicate” come i diritti degli emigrati, specie quando sono cittadini dell’Unione, senza risvegliare “fantasmi del passato”. Barroso non chiama direttamente in causa la Francia né cita l’Olanda o l’Italia, un tempo campione d’europeismo e di solidarietà, oggi implicitamente sotto accusa per la politica sull’emigrazione e sui rom (tra respingimenti in mare e distruzioni di campi).

Ma i capigruppo che commentano il discorso del presidente sono più espliciti: puntano il dito sulla Francia, che camuffa da partenze volontarie il rimpatrio dei rom verso i Paesi d’origine, e hanno pure in mente l’Italia della Lega o l’Olanda, dove un partito xenofobo è la seconda forza politica nazionale.

Barroso avverte: ogni forma di discriminazione “è puramente inaccettabile”, tutti i cittadini hanno “diritti e doveri” e bisogna trovare un “equilibrio” tra il rispetto della libertà di circolazione e quello della sicurezza, evitando “strumentalizzazioni populiste”. Se “tutti i cittadini devono rispettare la legge”, “tutti i governi devono rispettare i diritti umani, compresi quelli delle minoranze”.

Il capogruppo socialista Martin Schulz, quello che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi un giorno trattò da kapò in aula, include il governo francese fra xenofobi e razzisti di questa Europa. E il capogruppo liberal-democratico, il belga Guy Verhofstadt, uno degli ultimi ‘europeisti’ convinti, definisce “inaccettabile” quello che accade in Francia e aggiunge: “purtroppo non è un caso isolato”, perché “diversi altri governi piombano nelle tentazioni del populismo, della xenofobia e del razzismo … e strumentalizzano le paure e le inquietudini” dei loro cittadini.

Nella scia del dibattito, la Commissione annuncia la creazione di una task force per valutare l’uso che si fa nei vari Paesi dei fondi Ue per l’integrazione dei rom. La task force, composta da esperti dell’Esecutivo, presenterà i primi risultati del proprio lavoro entro fine anno.

Passi verso l’Unione economica
Il superamento della crisi dell’economia e la ricerca di ricette di crescita sono il fulcro del discorso sullo stato dell’Unione, che contiene, qui, indicazioni precise: Barroso rilancia l’idea degli eurobond per finanziare le grandi infrastrutture europee; vuole tassare le transazioni finanziarie e “mettere fuorilegge le vendite allo scoperto”. Si delineano subito conflitti con e fra i governi dei 27. Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, a Bruxelles per l’Ecofin, dice: “Sono idee che, lontano da qui, appaiono un po’ irrealistiche”. Ma il suo collega italiano Giulio Tremonti, invece, gongola: “Bene gli eurobond: c’è il copyright italiano, su quell’idea”. Sullo sfondo, si profila una riedizione del ‘problema britannico’ sul bilancio Ue che, all’inizio degli anni Ottanta, paralizzò l’allora Comunità, mentre la Francia affronta, tra contrasti sociali e politici, una riforma delle pensioni sostenuta da Bruxelles, ma contestatissima in patria.

Nonostante divisioni a venire su tasse e banche, l’Ecofin, riunito a Bruxelles proprio mentre Barroso parla a Strasburgo, dà il via libera al semestre europeo per coordinare le finanziarie nazionali e fa progressi verso quella riforma della vigilanza finanziaria destinata a trasferire all’Unione una parte dei poteri delle banche centrali dei singoli Stati.

Sono segnali di passaggio dai timori di friabilità dell’Unione monetaria alla speranza di progressi verso l’Unione economica. La crisi greca e l’indebolimento dell’euro avevano quasi monopolizzato la primavera dell’Ue, frenando l’attuazione del Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre, e i processi d’integrazione, perché quando le cose vanno male è davvero difficile mettere le risorse in comune.

Il ‘colpo di reni’ dell’intesa franco-tedesca al Consiglio europeo del 17 giugno ha però ridato coesione e ottimismo all’Ue e ai 27. E l’autunno dell’Unione è ora carico d’attese: oltre alla ripresa della dinamica dell’allargamento, ravvivata dal parere della Corte di Giustizia dell’Onu che il 22 luglio ha valutato legittima la dichiarazione d’indipendenza unilaterale del Kosovo, l’integrazione dell’Unione monetaria con ulteriori elementi di Unione economica; l’avvio del Servizio europeo d’azione esterna, una vera e propria diplomazia continentale, strumento indispensabile d’una futura politica estera comune; e, più lontana, sullo sfondo, la ‘nuova utopia’ d’una difesa europea.

La sorpresa Barroso
Il discorso sullo stato dell’Unione è stato un primo momento di analisi e di verifica: Barroso e il presidente stabile del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, sono state le ‘rivelazioni’ di questa prima fase di attuazione del Trattato di Lisbona: Barroso, dopo una prima presidenza di basso profilo, non ha più l’ansia della conferma e si muove con maggiore coraggio e scioltezza; Van Rompuy ha mostrato doti di equilibrio e capacità di mediazione fra i leader Ue.

L’agenda Ue d’autunno resta peraltro caratterizzata dai seguiti e dalle conseguenze della crisi economica dell’autunno 2008. Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore, rappresentante dell’Italia presso l’Ue, ha idee molto chiare su quanto è stato finora fatto e su quanto resta da fare: “La risposta dell’Unione alla crisi è stata essenzialmente il coordinamento per eliminare le distorsioni legate a iniziative nazionali”. È stato creato un Fondo di Stabilizzazione, sono stati avviati controlli sulle banche e si va pure delineando una governance economica a 27 con maggiori responsabilità per i Paesi fuori dall’Eurozona. “Ora, però, ci attendono decisioni non facili, ma da adottare rapidamente”, avverte Nelli Feroci parlando al direttivo dell’Istituto Affari Internazionali.

Primo obiettivo, la riforma del Patto di Stabilità, lungo ipotesi che prevedono un coordinamento ex ante delle finanziarie nazionali, nuovi meccanismi sanzionatori, una diversa considerazione del debito e pure delle performance dei paesi. Secondo obiettivo, la riforma del bilancio dell’Ue, che comporta la riforma di alcune politiche, come quella agricola e quella di coesione, in modo da liberare risorse per finanziare altre politiche di crescente importanza. Terzo obiettivo, l’attuazione dell’agenda Europa 2020 proposta dalla Commissione, dove, se gli elementi di continuità prevalgono su quelli di novità, l’accento è sul coordinamento delle politiche economiche.

L’idea che un’Unione monetaria debba essere integrata e consolidata da un’Unione economica è ormai acquisita, anche se i progressi saranno lenti. E c’è già, fra gli eurodeputati, chi sostiene che, per dar vita a un vero e proprio governo economico europeo, non si può fare a meno di rimettere mano ai trattati.

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