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Politica Usa

Obama e le insidie delle elezioni di mid-term

2 Ago 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

L’America va in vacanza sulle note della marcia nuziale del matrimonio principesco di quella che, negli Anni Novanta, era una ‘first daughter’ adolescente e impacciata, Chelsea Clinton. Papà Bill, l’ex presidente, pensionato eccellente, sempre pronto al volontariato internazionale, e mamma Hillary, ancora in servizio permanente effettivo come segretario di Stato, avallano una cerimonia tradizionale e fastosa da tre milioni di dollari: non avrebbero probabilmente potuto permettersela, se Hillary avesse centrato nel 2008 l’obiettivo presidenza, per il rischio di offendere con lo sfarzo le vittime della crisi.

Rinascita dell’auto nel segno di Marchionne
Il presidente Barack Obama evita il “matrimonio del decennio”, come lo definisce la stampa, e aggira le polemiche speciose sull’invito mai arrivato: quella era la festa di Chelsea e la presenza d’un presidente in carica avrebbe distratto l’attenzione dalla sposa e dal marito, che già non se lo fila nessuno, oltre che provocare imbarazzi di sicurezza inenarrabili. E poi, pressato dalle domande a un talk show della Abc, Obama taglia corto con una battuta: “Non credo che i Clinton saranno invitati ai matrimoni di Sasha e Malia”, le sue figlie, ancora lontane dal fatidico ‘I do’.

Al bagno di folla in costume da cerimonia all’Astor Court Estate, costruita all’inizio del Novecento sul modello del Grand Trianon di Versailles, il presidente preferisce il bagno di folla in maniche di camicia negli stabilimenti della Chrysler di Jefferson North, a Detroit, dove si fa la Jeep Cherokee. Lì, insieme a Sergio Marchionne, che – afferma Obama – “ha fatto un buon lavoro”, il presidente celebra la rinascita dell’industria dell’auto statunitense (tutti i grandi marchi sono in attivo: non accadeva dal 2004) e incontra le maestranze. Molti neri, alcuni biondi d’origine slava, quelli del film Dear Hunter, tutta gente che ha votato per lui e che ancora voterà per lui e che – si vede – ora ha i lucciconi agli occhi perché può stringergli la mano e ha ancora, o di nuovo, un posto di lavoro.

Verso le elezioni di mid-term
A tre mesi esatti dalle elezioni di ‘midterm’ del 2 novembre, l’America si prende le sue due settimane di ferie: una parte dell’Unione tornerà al lavoro dopo la metà d’agosto – lì, Ferragosto non esiste – quando le scuole riaprono negli Stati delle grandi nevicate, dove d’inverno le lezioni sono a singhiozzo; la politica di Washington riprenderà a pieno ritmo dopo il Labour Day, la Festa del Lavoro, che si celebra il primo lunedì dopo la prima domenica di settembre, quest’anno il 6.

Da quel momento, partirà la fase più intensa della campagna elettorale per il voto che deve rinnovare tutta la Camera e un terzo del Senato, oltre a un buon numero di governatori dei 50 Stati dell’Unione. La maggioranza democratica, pur solida al Congresso, è in pericolo; ed è praticamente certo che Obama non riavrà la ‘maggioranza anti-ostruzionismo’ al Senato (60 seggi su 100) di cui godeva fin quando il 20 gennaio il repubblicano Scott Brown non conquistò il seggio dei Kennedy nel Massachusetts, nelle suppletive dopo la morte di Ted.

Del resto, è raro che gli americani affidino tutto il potere esecutivo e legislativo a un solo partito: accadde anche con Clinton e con Bush, ma mai per più di un biennio. In genere, il presidente deve negoziare con il Congresso; e Obama ha già mostrato un’indole prammatica e capacità di manovra che possono consentirgli di cavarsela bene in questo esercizio, evitando la paralisi.

Fronte interno in movimento
La Casa Bianca si trasferisce per ferie sulle spiagge della Florida lambite dalla marea nera e, poi, alle Hawaii senza che il presidente sia risalito nei sondaggi, che lo hanno visto scivolare al punto più basso del suo mandato: sei americani su dieci non sono soddisfatti del suo operato.

Eppure,sul fronte interno, i risultati, dopo un anno di rodaggio, stanno arrivando: le riforme della sanità e della finanza sono legge; l’economia cresce da un anno senza ricadute nella crisi, anche se l’Fmi vorrebbe tassi di espansione maggiori, e pure l’occupazione dà segnali di ripresa; sull’emigrazione, l’amministrazione tiene testa agli Stati meno accoglienti, come l’Arizona; la sperimentazione sull’uomo di staminali da embrioni – un punto che differenzia Obama dal suo predecessore – ha appena fatto un passo avanti importante; e persino la fuga di petrolio nel Golfo del Messico pare finalmente contenuta, se non definitivamente arrestata. Con l’effetto, sorprendente, che il Congresso, varando una serie di misure anti-marea, ha però bocciato la moratoria sulle nuove trivellazioni sollecitata dalla Casa Bianca.

Ma qualcosa ancora stride, tra le speranze suscitate dall’elezione del primo presidente nero degli Stati Uniti e i risultati finora conseguiti. La relativa impotenza dimostrata dalla Casa Bianca – ed era inevitabile- sia di fronte alla crisi dell’economia che alla Marea Nera e la tendenza del presidente più ad additare i responsabili delle situazioni difficili che a individuare i rimedi contribuiscono al calo di popolarità di Obama, più che la mancanza di successi in politica estera.

Nodi internazionali
E, dopo l’estate, alcuni nodi internazionali verranno al pettine, specie sui due fronti a rischio che vedono gli Stati Uniti più impegnati e più esposti e dove s’avvicinano scadenze importanti, l’Afghanistan e l’Iraq. Agli elettori americani non importano molto il ‘reset’ riuscito dei rapporti con la Russia, al di là del fuochi d’artificio da 4 luglio della guerra delle spie, né il ‘tira e molla’ con la Cina, né il ‘braccio di ferro’ con l’Iran sui programmi nucleari di Teheran acuito dalla detenzione di tre ‘escursionisti’ americani, né lo stallo in Medio Oriente, dove passi avanti verso la pace non ci sono stati e, anzi, la mancanza di sintonia tra il governo israeliano e l’amministrazione statunitense ha avuto momenti di picco.

Nella politica estera elettorale americana, quello che conta ora sono l’Afghanistan e l’Iraq. Entro fine agosto, gli Stati Uniti devono completare il ritiro dall’Iraq, dove, cinque mesi dopo le elezioni politiche, un governo non è stato formato e il parlamento s’è riunito una sola volta per pochi minuti, mentre la violenza nel Paese, quale che ne sia la matrice, terroristica, integralista o politico-etnico-religiosa, sale. Forse, le truppe americane lasceranno lo stesso il Paese, ma la situazione laggiù non è né stabile né sicura.

Il buco nero dell’Afghanistan
Peggiore, e di molto, il quadro in Afghanistan, dove il ‘surge’, cioè l’invio di rinforzi, sarà completato solo a fine mese, con l’obiettivo dichiarato d’avviare il ritiro fra un anno, nell’estate 2011. Ma, sul terreno, la guerra va male e la fuga di documenti sul sito Wikileaks non ha certo favorito l’ottimismo dell’opinione pubblica: il mese di giugno 2010 è stato il più cruento dall’inizio del conflitto, nell’ottobre 2001, per la coalizione coagulata intorno agli Stati Uniti; il mese di luglio appena trascorso è stato il più micidiale per le truppe Usa; e il 2010 s’avvia a essere di gran lunga l’anno più sanguinoso, dopo che il 2009 era già stato il peggiore di tutti.

Più il tempo passa, più l’insurrezione prende forza e il governo di Kabul pare indebolirsi: l’avvicendamento al comando dell’Isaf del generale Stanley McChrystal, colpevole di eccesso d’insubordinazione, così plateale e ostentata da non poter essere fortuita e casuale, con il generale David Petraeus non ha comportato un cambio di strategia, ma ha coinciso con uno slittamento dell’offensiva di Kandahar annunciata da mesi e mai realizzata.

Obama la farà coincidere con la campagna per le elezioni di ‘midterm’? I militari avvertono che l’intensificarsi delle operazioni avrà come conseguenza un nuovo picco di caduti e vittime: non è certo lo scenario ideale per una competizione elettorale che, magari, seggio per seggio, si gioca su questioni locali, ma che viene comunque letta come un referendum sull’operato del presidente.

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Vedi anche:

S. Silvestri: Obama e l’ipnosi del potere militare

G. Gramaglia: Un anno di Obama alla Casa Bianca: la crisi, le speranze, il terrore