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La disputa sul brevetto europeo

Lingue Ue, Roma e Bruxelles ai ferri corti

27 Ago 2010 - Stephanie Locatelli - Stephanie Locatelli

Il ministro delle politiche comunitarie Andrea Ronchi l’ha messo nero su bianco in una lettera al presidente della Commissione europea Barroso: l’Italia è pronta a mettere il veto sul progetto di brevetto europeo, se il regime linguistico proposto dall’esecutivo europeo non verrà modificato. Secondo il governo italiano, la proposta della Commissione, se adottata, consacrerebbe di fatto il primato di inglese, francese e tedesco in ambito Ue poiché prevede che i brevetti siano esaminati e concessi solo in una di queste tre lingue. Una soluzione inaccettabile, secondo Ronchi, che vi vede “una discriminazione geografica e culturale che va contro il sistema Italia”. Anche il ministro degli Esteri Franco Frattini ha più volte ripetuto che il governo intende dare battaglia. Al momento non sembra ci siano grandi margini di compromesso. C’è dunque il rischio di un prolungato muro contro muro. Con possibili riflessi a più ampio raggio nei rapporti tra Roma e Bruxelles.

Progetto strategico
Il brevetto comunitario è un obiettivo perseguito da decenni. Rientra tra quelli considerati strategici per l’integrazione economica. Nel suo recente rapporto sul completamento del mercato unico, l’ex-commissario europeo Mario Monti ha posto l’accento sull’importanza di un regime brevettuale comune per stimolare l’innovazione e rendere l’Ue più competitiva.

Lo scorso dicembre il Consiglio Ue ha approvato alcune norme per la creazione del brevetto europeo, ma ha lasciato aperta la questione del regime linguistico, non essendovi accordo tra i paesi membri sull’argomento. La Commissione europea ha poi proposto un regolamento che prevede che le domande di brevetto possano essere presentate in tutte le 23 lingue ufficiali dell’Unione, ma che i brevetti siano poi concessi e pubblicati solo in inglese, francese o tedesco. È questa l’unica versione che avrebbe valore legale (non, per esempio, la domanda presentata in italiano). Inglese, francese e tedesco sono le tre lingue di lavoro dell’Organizzazione europea dei brevetti, attiva dal 1977, che non è però un organo dell’Ue e non rilascia brevetti validi per tutta Europa.

In Italia le reazioni negative alla proposta della Commissione sono state pressoché unanimi. Secondo il governo si tratta di un progetto discriminante per la lingua e la cultura italiana e penalizzante per il suo sistema imprenditoriale. Una tesi largamente condivisa e che anche in Parlamento ha raccolto un inconsueto consenso bipartisan. Gli europarlamentari italiani, dal canto loro, hanno subito protestato duramente contro l’esclusione della lingua italiana. Confindustria, che sin dall’inizio ha seguito da vicino l’iter legislativo del brevetto europeo, ha bocciato senza mezzi temini il progetto della Commissione, denunciando il danno che subirebbero le aziende italiane.

Opzione inglese lingua unica
Ma esistono altre opzioni? Ci sarebbe il “modello Alicante”, chiamato così perché utilizzato dall’agenzia Ue per i marchi, che ha sede ad Alicante in Spagna. Contempla cinque lingue: oltre all’inglese, al francese e al tedesco, anche l’italiano e lo spagnolo. All’Italia andrebbe ovviamente bene, ma è considerato troppo costoso. Per questo sia il governo italiano che Confindustria hanno proposto che per la concessione dei brevetti sia usato solo l’inglese. Secondo Ronchi, questa opzione “rappresenterebbe una semplificazione e risulterebbe comprensibile, accettabile politicamente e benvenuta dalle imprese”. A luglio anche la commissione Affari europei della Camera ha espresso un consenso unanime per il ricorso all’inglese come unica lingua.

Se dunque il trilinguismo è considerato discriminatorio, il primato dell’inglese come lingua veicolare, sia a livello europeo che globale, non è contestato. Fuori dal coro il commissario europeo Antonio Tajani: ha spiegato di aver votato a favore del trilinguismo in sede di Commissione per “allontanare il rischio dell’inglese lingua unica, che potrebbe generare in futuro il predominio del diritto britannico nelle decisioni della Corte europea di giustizia”.

Respingendo l’accusa di discriminazione geografica o culturale contro l’Italia, la Commissione europea ha fin qui tenuto ferma la sua proposta (con l’unica concessione, giudicata del tutto insufficiente dal governo italiano, di consentire agli inventori di presentare la domanda nella loro lingua). Ronchi ha annunciato, dal canto suo, che il governo italiano, che spera di poter contare sul sostegno della Spagna, si opporrà “sia a livello politico che giurisdizionale”.

Le ragioni del trilinguismo
È un fatto che tradurre i brevetti è particolarmente costoso: tra i 75 e gli 85 euro, si calcola, per una singola pagina. E oggi, secondo una stima della Commissione, un brevetto europeo è dieci volte più costoso di uno americano. In base alle norme della succitata Organizzazione europea dei brevetti, questi ultimi devono infatti essere convalidati – e quindi tradotti – in ogni paese in cui il titolare del brevetto desideri essere protetto. Questo porta la maggior parte degli inventori a cercare protezione in un numero limitato di paesi. Ma già un brevetto valido in solo 13 paesi costa circa 20.000 euro, di cui 14.000 per le traduzioni. La proposta della Commissione prevede invece che un brevetto valido in tutti i paesi Ue costi 6.000 euro, di cui solo il 10% per le traduzioni.

Secondo la Commissione sarebbe peraltro troppo complicato abbandonare il trilinguismo, dato che è rimasto in vigore, nell’ambito del regime previsto dall’Organizzazione europea dei brevetti, per oltre trent’anni. Inoltre l’uso del francese e del tedesco sarebbe giustificato dal numero di domande per la concessione di brevetti presentate in queste lingue, di molte volte superiore a quelle presentate in italiano. C’è poi chi non ha mancato di sottolineare che circa un 30% dei cittadini europei parla tedesco – tra madrelingua e chi lo appreso come seconda lingua – contro un 15% che parla italiano.

Un difficile equilibrio
In ballo però, è chiaro, ci sono questioni e interessi più generali. L’Ue è tenuta a proteggere la diversità culturale degli stati membri, nonché il massimo di trasparenza e accessibilità. Il multilinguismo è la via maestra per realizzare entrambi gli obiettivi. Ma, d’altra parte, operare in 23 lingue – tante sono quelle ufficiali dell’Ue – è tutt’altro che facile e l’Unione deve anche garantire che il multilinguismo non incida negativamente sull’efficienza. Il brevetto europeo è un classico esempio di quanto arduo sia spesso conciliare queste due esigenze.

La proposta della Commissione è un tentativo di trovare un giusto equilibrio. Ma per il governo italiano essa legittima di fatto una divisione in lingue di serie A e di serie B, in contrasto con quanto previsto dai trattati. Inoltre, secondo il governo, si sta adottando, almeno nel caso del tedesco, un criterio inaccettabile, poiché si fa valere più il peso demografico ed economico del paese, che la natura veicolare della lingua.

D’altra parte il trilinguismo ha sempre più preso piede in ambito Ue. All’interno della Commissione, inglese, francese e tedesco si sono da tempo affermate come lingue di lavoro. Lo stesso dicasi per altri organismi o attività Ue, comprese le riunioni amministrative al Parlamento europeo.

Non che l’Italia non abbia provato a reagire. Si è fatta sentire, in particolare, sui concorsi Ue, ottenendo che i bandi siano anche in italiano e che a partire dal prossimo anno le preselezioni siano fatte in tutte le 23 lingue dell’Ue. Ma rispetto ad altri paesi, non c’è dubbio che si sia fatto poco per la promozione e la difesa della lingua italiana. Di recente, ad esempio, l’Accademia della Crusca, che ha la missione di promuovere e valorizzare la lingua italiana, ha pubblicato un appello per denunciare “l’assoluta precarietà economico-finanziaria” in cui versa.

Insistendo sull’impegno dell’Ue a garantire pari dignità a tutte le lingue, il governo italiano ne fa una questione di principio, ma in gioco è chiaramente anche l’orgoglio nazionale, il prestigio e il potere politico all’interno dell’Ue. Il rischio di una crescente marginalizzazione di fronte a un gruppo di testa sempre più stabile – l’Ue3 composto dalla Germania, dalla Francia e dal Regno Unito – è sempre più avvertito. Anche per questo la questione del trilinguismo è diventata una sorta di cartina di tornasole per l’Italia. Ma allora sarebbe opportuno che si facesse un serio esame anche dei ritardi e delle insufficienze del sistema paese, che in questo, come in altri settori, rendono particolarmente impervia la difesa degli interessi nazionali.

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Vedi anche:

S. Locatelli: Balancing Diversity and Efficiency in the EU’s Language Regime: e Pluribus Tres for the EU Patent?

G. Chevallard: Parte con slancio il servizio diplomatico Ue

E. De Capitani: I poteri dell’Ue sui dossier top secret