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Disputa giuridica o culturale?

La moschea della discordia e la Costituzione americana

25 Ago 2010 - Giuliana Canè - Giuliana Canè

Il 13 agosto scorso, in occasione della cena di apertura del Ramadam alla Casa Bianca, il Presidente Obama ha apertamente approvato il progetto di edificare un centro culturale islamico a due isolati da Ground Zero. Si tratta di una delle questioni più dibattute negli ultimi mesi sui media americani. Obama ha peraltro aspettato a lungo prima di pronunciarsi, in nome della neutralità sulle decisioni di pertinenza delle amministrazioni locali. Il progetto ha polarizzato l’opinione pubblica americana: da una parte chi vi vede un affronto alle famiglie delle vittime dell’attentato dell’11 settembre, dall’altro i sostenitori della libertà religiosa e di quella di espressione.

Un progetto ambizioso e controverso
Il progetto prevede la costruzione di un centro culturale islamico (con piscina, auditorium, ristorante, moschea e biblioteca) chiamato Park51 o Cordoba House, nella parte sud di Manhattan. Il sito web del progetto spiega che i musulmani di New York hanno deciso di creare un struttura all’avanguardia quale segno di riconoscimento verso la città che li ha accolti e ospitati per secoli.

Elemento non trascurabile in epoca di crisi, il sito sottolinea che il progetto richiederà un investimento di oltre 100 millioni di dollari e creerà almeno 150 posti di lavoro a tempo pieno. Il Park51 è stato ribattezzato dai media e dai suoi oppositori “la moschea di Ground Zero”: un modo per avvalorare l’ipotesi che il centro sarà principalmente una moschea, più che un centro culturale, ma anche per sottolineare la sua vicinanza al luogo dell’attentato dell’11 settembre, che è vista da molti come una palese provocazione nei confronti delle famiglie delle vittime.

Il nome del progetto era inizialmente “Cordoba House”, ma è poi è stato cambiato in Park51, più neutro e trendy, per porre l’accento più sulla sua dimensione culturale che su quella religiosa. Ai critici non è infatti sfuggito la valenza simbolica del nome originario, il suo richiamo a un’epoca caratterizzata da un Islam vittorioso e in espansione.

La disputa sulle moschee
Più o meno nello stesso sito un centro di preghiera islamico era già presente sin dal 1850, ma è stato danneggiato proprio dall’attacco alle torri gemelle. Negli Usa ci sono moschee in ognuno dei cinquanta stati. Sono, in totale, oltre 1.200. Nella sola New York vivono piú di mezzo milione di musulmani, inclusi il 10% dei bambini iscritti nelle scuole pubbliche. La polizia della città conta circa 1000 musulmani.

Non è la prima volta che il progetto di un centro religioso islamico suscita reazioni forti e populistiche. Di recente il governatore del Tennessee Ron Ramsey, intervenendo nel dibattito sull’edificazione di una moschea a Murfreesboro, ha sostenuto che il Primo emendamento non si applicherebbe all’Islam in quanto esso non è propriamente una religione, ma piuttosto una dottrina per la promozione della legge coranica. Contenendo principi non democratici, non potrebbe in quanto tale essere protetta dalla Costituzione americana. La sua non è un’idea isolata. In tutte le maggiori proteste contro la creazione di nuove moschee (per citare i casi più recenti: a Temecula, California, a Sheboygan, Wisconsin e appunto a Murfreesboro, Tennessee) gli oppositori, citando vari passaggi del Corano, sostengono che l’Islam è intrinsecamente violento e incompatibile con i valori e le leggi americane, e che, con la creazione di questi centri, i musulmani americani mirano a sostituire la Costituzione con la sharia. Il repubblicano Newt Gingrich, ex-presidente della Camera, si è dichiarato contrario al Park51 finché l’Arabia Saudita non permetterà la costruzione di chiese e sinagoghe.

Tiro alla fune sulla Costituzione
Sono reazioni estreme, ma tutt’altro che isolate. Dal punto di vista giuridico la questione non lascia dubbi interpretativi: si tratta di applicare il Primo articolo del Bill of Rights (Primo emendamento della Costituzione) che garantisce cinque libertà fondamentali variamente connesse tra loro: libertà di espressione, stampa, religione, petizione e di assemblea. Al caso di specie si applica la seconda delle clausole della libertà di religione del Primo emendamento, ovvero la “clausola del libero esercizio”, in base alla quale il governo non può né controllare né proibire il libero esercizio della religione da parte dei suoi cittadini. Una delle sue manifestazioni si interseca con il diritto alla proprietà privata e il combinato disposto fa sì che il governo non possa discriminare entità giuridiche in base alla loro denominazione religiosa.

Vari giudici della Corte Suprema hanno tentato di dichiarare assolute le libertà tutelate dal Primo emendamento, ma la Corte nelle sue espressioni collegiali, le uniche vincolanti, ha sostenuto che la loro tutela può essere limitata per proteggere altri diritti quali quello alla privacy o a non essere diffamati. Nessuna delle eccezioni al Primo emendamento sino ad ora identificate si applica però al caso di specie. Il governo non può quindi negare un permesso edilizio a seconda del tipo di libertà di espressione che il gruppo vuole portare avanti, né può usare le leggi urbanistiche per rifiutare un permesso edilizio ad un particolare gruppo religioso. Addirittura in alcuni casi gli obiettori di coscienza religiosi possono far valere il diritto ad essere esclusi dall’applicazione di determinate leggi che, sebbene di applicazione generale, collidono con il loro credo o lo rendono estremamente difficile da praticare (possibilità prevista dal Religious Freedom Restoration Act del 1993 e soggetta a complicati oneri della prova della “misura meno restrittiva per servire un essenziale interesse pubblico”).

Finanziatori occulti?
C’è però un’altra questione su cui chi si oppone al Park51 sta facendo leva: la mancanza di trasparenza – almeno per ora – sulla fonte di finanziamento del progetto. Non si sa ancora chi stanzierà la sostanziale cifra di 100 milioni di dollari necessaria per la realizzazione del progetto. In un’intervista rilasciata lo scorso maggio l’imam Feisal Abdul Rauf, fondatore e direttore esecutivo della Iniziativa Cordoba, la fondazione promotrice del progetto Park51, ha dichiarato che il centro islamico sarà finanziato da donazioni provenienti sia da musulmani statunitensi che da paesi arabi e musulmani. Il sito del Park51 precisa che la campagna di fund-raising non è stata ancora lanciata, ma garantisce che si creerà un ente senza fine di lucro e esente da tassazione federale (cosiddetto 501c(3)); ci sará uno stretto monitoraggio della provenienza dei soldi e in nessun modo si accetterà il sostegno di persone con opinioni e obiettivi antiamericani.

Secondo il sindaco di New York Michael Bloomberg, che è favorevole al progetto del centro islamico, la provenienza dei soldi non è una questione che dovrebbe interessare il governo, a patto che i promotori rispettino le leggi in vigore. Ma il progetto potrebbe proprio incappare nella legislazione sulla trasparenza dei finanziamenti. Da una parte infatti il Bipartisan Campaign Reform Act del 2002 (McCain–Feingold Act), che disciplina le regole sulla trasparenza dei finanziamenti elettorali, è stato dichiarato parzialmente incostituzionale da una sentenza della Corte Suprema dello scorso gennaio nella parte in cui limitava i tipi di contributi che le persone giuridiche potevano fornire alle campagne elettorali. Lo stesso Presidente ha criticato la sentenza, sottolineando che ciò avrebbe impedito un controllo efficace sui contributi versati in campagna elettorale da gruppi di interessi specifici, inclusi quelli stranieri. Dall’altra, invece, le norme sui finanziamenti ai gruppi di volontariato islamici sono estremamente restrittive. Il governo federale ha infatti reso più stretta la vigilanza sui possibili finanziamenti al terrorismo islamico, spesso veicolati tramite le associazioni di beneficienza (charities). Lo stesso presidente Obama, nel discorso del 4 giugno dell’anno scorso al Cairo, ha lamentato che questa stretta ha reso molto difficile per i praticanti adempiere allo zakat, che obbliga i musulmani a contribuire alla attività caritatevoli.

Questi due sviluppi legali, all’apparenza agli antipodi, potrebbero giocare un ruolo fondamentale nella vicenda del Park51. Dipenderà, in sostanza, da come sarà catalogato il soggetto finanziatore: se come charity, si potrebbe arrivare a bloccare il progetto.

Tra principi giuridici e preferenze culturali
Il dibattito tra favorevoli e contrari si concentra quindi su temi legali: Primo emendamento e trasparenza dei flussi finanziari. Ma proprio per essersi espresso a favorevole del progetto basandosi solo su argomenti legali il Presidente è divenuto bersaglio degli strali dei repubblicani. Tant’è che il giorno dopo il discorso di apertura del ramadam si é sentito in dovere di rettificare, specificando che stava parlando di diritto alla libertà religiosa e non della scelta del luogo.

La questione andrebbe affrontata proprio dal punto di vista dell’opportunità e tenendo conto delle diverse sensibilità in gioco. I musulmani moderati sostengono che la scelta poteva essere evitata in nome del precario dialogo tra musulmani e cittadini di altre fedi. Sul Washington Post, Charles Krauthammer ha sostenuto che la sacralità di un luogo ci obbliga a tutelarne la dignità per rispetto a chi vi ha sofferto o vi é stato sacrificato. Per lo stesso motivo, nel 1993, il progetto di Disney di costruire un parco divertimenti tematico sulla storia americana vicino ai resti del campo di battaglia di Manassas fu respinto per evitare la volgarizzazione della Guerra civile. Analogamente, Giovanni Paolo II ordinò alle suore carmelitane di allontanarsi da Auschwitz, per non offendere la sensibilità dei titolari morali di quei luoghi.

E’ questo continuo scollamento tra diritto e cultura, di cui si trova eco anche nel discorso di Obama, che complica, negli Stati Uniti come in Europa, la sfida della convivenza e del dialogo interreligioso.

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