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Vent’anni dopo

Iraq, diario di una guerra dimenticata

24 Ago 2010 - Mario Arpino - Mario Arpino

Il 2 agosto 1990, esattamente vent’anni fa, le forze corazzate irachene, già posizionate da alcuni giorni per un’improbabile esercitazione, invadevano il Kuwait. Erano i prodromi della Guerra del Golfo, la prima ad essere esplicitamente combattuta per il petrolio e di fatto l’ultima – se si esclude quella ancora con troppe ombre per l’abbattimento di Saddam Hussein – ad essere combattuta come vera guerra, secondo dottrina e senza troppe falsificazioni ideologiche. Il pretesto era stato il rifiuto dell’Emirato ad accettare una serie di richieste da parte irachena: cancellazione del debito contratto nei confronti del Kuwait durante la guerra con l’Iran; pagamento di svariati miliardi di dollari come rimborso per una presunta frode di petrolio dai pozzi di frontiera; revisione dei confini tra i due paesi che prevedeva, tra l’altro, la cessione di alcune isole.

Governo, parlamento e forze armate
Immediatamente il Consiglio di Sicurezza approva all’unanimità la risoluzione 660 – ne seguiranno altre undici – che invita l’Iraq a un ritiro immediato, varando anche sanzioni economiche ed embargo militare. La flotta americana muove verso il Golfo, dove il 13 agosto scatta il blocco navale, mentre il presidente Bush inizia consultazioni che porteranno ad una coalizione militare di 35 nazioni, Egitto e Siria comprese. Il 25 agosto un’altra risoluzione autorizza l’eventuale uso della forza per far rispettare l’embargo, e in questo contesto il governo italiano – presieduto da Giulio Andreotti – nel turno di presidenza Cee, a nome dei dodici paesi condanna l’invasione e aderisce alla richiesta Onu di ritiro immediato.

E’ in questo quadro che già il 14 agosto il consiglio dei ministri delibera l’invio della nostra Marina – viene costituito il 20° Gruppo navale – che il successivo 21 agosto fa rotta per il Golfo, dopo che i nove paesi Ueo hanno espresso la determinazione a far rispettare l’embargo anche con l’uso della forza. Mentre le nostre navi sono già in rotta, il Parlamento italiano si esprime a larga maggioranza in favore del coinvolgimento italiano nella crisi. Ma non si parla ancora di guerra. Il 14 settembre il Governo, alla vigilia della visita a Roma del segretario di stato americano James Baker, annuncia il rischieramento nel Golfo di un gruppo di caccia-bombardieri Tornado. Il Consiglio di Sicurezza decreta all’unanimità anche l’embargo aereo e il 25 settembre i Tornado, riconfigurati per il deserto e con la nuova livrea color sabbia, decollano da Gioia del Colle per raggiungere la base di al-Dhafra, negli Eau, che fino alla metà di marzo dell’anno successivo sarà sede del neo-costituito Reparto Autonomo dell’Aeronautica Militare. Ancora non si parla di guerra e ufficialmente i caccia-bombardieri sono là per proteggere il nostro Gruppo navale. Gli equipaggi, comunque, possiedono tutti la qualifica di “pronti al combattimento” secondo standard Nato e, con un ulteriore addestramento congiunto per assimilare nuove procedure operative, sarebbero in grado di integrarsi con celerità nelle forze aeree della Coalizione.

Una svolta verso la guerra
La svolta avviene il 29 novembre, quando il Consiglio di Sicurezza approva la risoluzione 678, che autorizza l’uso della forza se l’Iraq non si ritirasse dal Kuwait entro le 24.00 del 15 gennaio 1991 (06.00 del 16 gennaio, ora di Roma). Anche in Italia si comincia ora a parlare di guerra, ci sono discussioni in Parlamento e proteste nel Paese, dove le frange pacifiste sono assai attive, ma alla fine anche i nostri Tornado vengono autorizzati ad addestrarsi con la coalizione nel ruolo che è loro proprio (Desert Shield). Cessa così un improbabile supporto a una flotta che, comunque, opera fuori dalla portata della minaccia aerea irachena. Il 6 gennaio decolla per la Turchia anche un’aliquota di RF.104 G da ricognizione, per contribuire alla sorveglianza dei confini con l’Iraq.

In Italia parlare di guerra ovviamente è difficile, e così la nostra Unità di coordinamento aereo (Ucaereo Riyadh), a pochi giorni dalla scadenza dell’ultimatum dell’Onu, non dispone ancora dell’autorizzazione nazionale ad entrare nella pianificazione reale della Coalizione. Ciò provoca difficoltà al Reparto e disappunto nel comando alleato, che vorrebbe sapere quale sarà il nostro ruolo in caso di ordine di attacco, ritenuto imminente. L’addestramento viene in ogni caso completato, anche se la nostra singolare posizione non ci consente ancora pieno accesso a tutta l’intelligence operativa. Siamo in buona compagnia, perché anche i colleghi francesi si trovano nella medesima situazione. Il 16 gennaio, come previsto, scade l’ultimatum e la Coalizione si prepara al primo attacco. Noi non abbiamo ancora alcuna autorizzazione e, tra i sorrisetti degli alleati, stiamo a guardare. Nella stessa giornata, tuttavia, il Consiglio dei ministri decide la piena ottemperanza alla risoluzione 678 ed in Senato inizia il dibattito parlamentare per recepire la linea del governo. In patria, anche l’Esercito viene mobilitato, a presidio delle installazioni contro atti di terrorismo interno. Nella notte del 17 gennaio 2.200 velivoli della Coalizione iniziano l’operazione Desert Storm, attaccando obiettivi militari e siti strategici in Baghdad. Noi siamo fermi a terra, ancora senza autorizzazione. Questa, dopo l’approvazione parlamentare, arriva il giorno successivo, appena in tempo per essere frettolosamente inseriti nel programma della seconda ondata.

Una missione sfortunata
Come noto, l’esito di questa nostra prima missione è sfortunato. Nella notte, decollano da al-Dhafra otto Tornado, armati con cinque bombe da 1.000 libbre ciascuno. Gli obiettivi sono una serie di depositi di munizioni, da colpire volando a bassissima quota. I nostri fanno parte di un pacchetto di una quarantina di velivoli, che devono agganciare i velivoli cisterna per rifornirsi in un’area al largo di Kuwait City. La zona è temporalesca, in un fronte di nubi cumuliformi con forte turbolenza. Nessuno dei velivoli nazionali e alleati, nella notte, riesce ad agganciare il rifornitore e tutti, meno uno, ritornano alla base. Solo il maggiore Bellini, che aveva il capitano Cocciolone come navigatore, dopo vari tentativi riesce fortunosamente a rifornire. Prosegue isolato la sua missione, attacca e distrugge il deposito di munizioni volando, di notte, a mille chilometri all’ora a sessanta metri da terra – a questo i nostri piloti erano perfettamente addestrati – ma incappa in un nutrito fuoco di contraerea e viene abbattuto. Il resto, è storia nota. Tutte le successive 225 sortite di attacco proseguono con successo, fino alla conclusione della campagna aerea il 24 febbraio, data in cui iniziano i quattro giorni di campagna terrestre che conducono alla vittoria finale con la liberazione del Kuwait. L’epilogo è l’incontro tecnico per la cessazione del fuoco tra gli esponenti delle forze contrapposte sotto la tenda di Safwan, località irachena al confine col il Kuwait. E’ il 3 marzo 1991. L’11 marzo rientrano a Villafranca dalla Turchia gli RF.104, ed il 15 marzo atterrano a Gioia del Colle anche i Tornado. Desert Storm è terminata.

Guerra vera, guerra dimenticata
Questa è stata una guerra vera, senza troppe alterazioni semantiche, e forse per questo oggi è difficile leggerla negli innumerevoli elenchi di “operazioni di pace”. Guerra da “dimenticare”, scomoda, forse già dimenticata. Si, perché gli equipaggi decollavano ogni giorno da al-Dhafra con l’ordine di attaccare e distruggere le forze nemiche in territorio ostile, di giorno e di notte, a 1.500 chilometri di distanza. Non c’erano mezzi termini né caveat, tutto era chiaro, questa era la missione, e così è stata disciplinatamente eseguita. Per la Storia, dopo oltre 45 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, è stata la prima volta in cui l’Italia ha deliberatamente deciso di coinvolgere in un conflitto le proprie forze armate. Tra di esse, è stata l’Aeronautica Militare ad avere il privilegio di affrontare per prima la prova del fuoco.