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Governance economica dell’Ue

Europa in bilico tra ripresa e nuova crisi

2 Ago 2010 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Temporaneo rallentamento della crescita o nuova recessione a ravvicinata distanza di tempo da quella da cui siamo appena usciti? È un interrogativo sul futuro dell’economia mondiale che si intreccia con i fattori di rischio che continuano a gravare sull’area euro. Lo scenario ad oggi più plausibile è una contenuta frenata della ripresa internazionale. Maggiori incertezze pesano sul processo di integrazione europea dopo la crisi dei mesi scorsi. Tornare a crescere resta fondamentale per assicurare una più forte disciplina fiscale in Europa.

Rischio double dip

Sono sostanzialmente due gli scenari di previsione più accreditati sul futuro a breve e medio termine dell’economia mondiale. Il primo sconta un rallentamento della crescita nella seconda parte dell’anno, ma di entità modesta, tanto che già entro la prima metà del 2011 prenderebbe corpo una rinnovata fase di ripresa internazionale.

Il secondo scenario prevede un’analoga frenata nell’autunno-inverno di quest’anno, ma più intensa e soprattutto destinata ad avvitarsi verso il basso, col rischio concreto di innescare – in particolare in Europa e Giappone – una nuova pur se moderata fase recessiva (double dip).

L’incertezza è dovuta al fatto che ancora poco si sa sul rilancio in corso della domanda privata per consumi e investimenti nell’area più sviluppata e su quanto sia in grado di sostituire i due motori (stimoli fiscali e ciclo delle scorte) che hanno tenuto in piedi finora la ripresa, ma che stanno rapidamente esaurendo la loro spinta.

La maggioranza degli osservatori ritiene oggi che il settore privato abbia già avviato un nuovo consistente ciclo di spese e investimenti. Pertanto, il primo scenario, ovvero un rallentamento temporaneo seguito da un consolidamento della ripresa internazionale nel corso del prossimo anno, raccoglie i maggiori consensi. Si prevede così una sostenuta dinamica di crescita dell’economia mondiale nel 2010 (3,3% il tasso medio di incremento del Pil), al di là delle aspettative, anche le più positive, e un risultato meno buono, ma comunque di tenuta per il 2011 (Pil +2,6%) segnato da un’accelerazione nella parte finale dell’anno.

Permangono comunque forti incertezze sugli andamenti più generali, tanto da indurre anche coloro che propendono per lo scenario più favorevole a individuare una serie di fattori di rischio che potrebbero far degenerare il rallentamento atteso e instaurare una fase di ristagno più o meno prolungata. Tanto più preoccupante se si pensa che per fronteggiarla i governi dei paesi più avanzati non disporrebbero più, a causa della vertiginosa crescita dei loro indebitamenti, delle risorse necessarie per effettuare interventi di stimolo e sostegno.

Tregua finanziaria
Tra i maggiori fattori di rischio, i più rilevanti sono legati all’economia europea e ai suoi andamenti nei prossimi mesi. In particolare, l’eventuale esplosione di una nuova crisi finanziaria in stile greco e gli effetti deflazionistici derivanti dai programmi di austerità fiscale decisi in queste settimane da pressoché tutti i paesi europei sono i due eventi che più preoccupano. Il Fondo monetario internazionale stima, ad esempio, che gli effetti di una significativa caduta della crescita europea sul resto dell’economia mondiale potrebbero rivelarsi assai pesanti a causa dei legami finanziari e commerciali esistenti, tanto da creare una sorta di effetto boomerang recessivo a danno della stessa economia europea e dell’area euro in particolare.

In realtà, le probabilità che si possa verificare una nuova crisi finanziaria europea, indotta da una grave crisi di liquidità e dall’insolvenza di qualche paese membro, dopo il varo del maxi fondo di salvataggio (circa 750 miliardi di euro) deciso all’inizio di maggio dai paesi europei, appaiono oggi relativamente contenute e destinate a rimanere tali almeno fino alla fine dell’anno. A questo riguardo lo “stress test” effettuato recentemente per accertare le condizioni di salute di 91 banche medio-grandi europee avrebbe potuto rafforzare la credibilità del sistema finanziario europeo e la sua capacità di sostenere la ripresa in corso. Ma tra gli osservatori più autorevoli prevale il giudizio che si sia trattato in realtà di un test all’acqua di rose e, comunque, ispirato a criteri troppo blandi. Un’occasione sprecata che avrebbe potuto essere utilizzata molto meglio.

Patetica ripresa dell’area euro
Anche sul fronte degli andamenti dell’economia reale non si dovrebbero verificare shock drammatici sul fronte europeo. È in corso una ripresa in verità assai modesta. Qualcuno l’ha giudicata addirittura “patetica” visti i tassi di crescita attesi nei prossimi anni (0,7% nel 2010 e 0,8% nel 2011 di crescita del Pil dell’area euro).

Indubbiamente, i programmi di austerità fiscale annunciati e/o messi in atto in tutta Europa avranno un effetto depressivo sulla domanda europea, mettendo a repentaglio la fragile espansione in atto. Soprattutto per il ruolo primario assunto da paesi come la Germania che, grazie alla solidità dei loro bilanci pubblici, avrebbero potuto e dovuto rimandare la stretta fiscale. Ma, se si tiene conto della dimensione effettiva dei tagli fiscali programmati, assai più contenuta dei roboanti annunci effettuati, e del deprezzamento subito dall’euro in questi mesi, la ripresa europea, per quanto anemica e in rallentamento, non dovrebbe degenerare in una nuova fase recessiva (double dip).

Tutto bene dunque per l’Europa e per l’euro dopo la grave crisi di questa prima parte dell’anno? La risposta è in realtà negativa, perché con una dinamica di crescita così bassa i rischi non sono finiti. Tanto più che la Grecia è ben lontana da una ristrutturazione in grado di attenuare i rischi di insolvenza e altri paesi sono in condizioni solo di poco migliori. Molto va ancora fatto, infine, perché con le regole, gli strumenti e le istituzioni esistenti non si potrà fronteggiare in futuro un periodo di rinnovate turbolenze e difficoltà.

La sfida della governance economica
La crisi e le gravi difficoltà negli ultimi mesi della zona euro e dell’intera Unione europea hanno molte cause, ma derivano in primo luogo dal deficit accumulato in questi anni dall’Europa. Un deficit economico e sociale, innanzi tutto, cui si aggiunge un preoccupante deficit politico, che ha danneggiato il progetto dell’euro come fase di passaggio verso successive forme d’integrazione.

Sono per questo necessarie scelte per l’immediato e il rilancio di una strategia e di una visione a medio termine per l’Europa. A partire dalla creazione e rafforzamento di una capacità di governo economico europeo in vista del rilancio del processo di integrazione.

La crisi ha messo a nudo gravi carenze nel sistema di governance economica europea. Per restituire credibilità all’area euro vanno sanate queste debolezze. Il problema chiave è come assicurare nei prossimi anni una più forte disciplina fiscale dei paesi membri nell’ambito di una strategia comune europea in grado di evitare una crescita troppo bassa o addirittura un ristagno, che finirebbero per rendere impraticabile lo stesso risanamento fiscale necessario in molti paesi, in particolare in quelli più deboli e nel mirino dei mercati finanziari internazionali, come Grecia, Portogallo e Spagna.

Non solo rigore e sanzioni
L’approccio dominante, anche perché fortemente sostenuto oggi dalla Germania e dal suo governo, imputa la crisi al lassismo fiscale di alcuni paesi dell’area euro e ritiene necessaria, al di là di qualche modifica complementare e di facciata, una sostanziale revisione del Patto di stabilità e crescita all’insegna del maggiore rigore delle politiche fiscali e di bilancio. Si propone una sapiente e articolata miscela di rafforzate regole (non più limitate ai deficit pubblici, ma estese anche allo stock di debito dei paesi), più stringenti controlli (dotando l’Eurostat di poteri di audit e di vigilanza sulla contabilità pubblica dei paesi), e sanzioni più severe (non solo multe ma anche, ad esempio, la temporanea esclusione dalla fruizione di fondi comuni, fino all’idea di una revisione dei Trattati per contemplare l’espulsione del paese indisciplinato).

Che in tema di disciplina fiscale servano più controlli e più sanzioni è riconosciuto da tutti e deve restare un punto fermo del negoziato di revisione in atto. Ma non può certo bastare. Gli avvenimenti di questi ultimi mesi hanno definitivamente archiviato l’idea di un’unione monetaria fondata solo su regole predeterminate per i bilanci pubblici, da applicare meccanicamente. Non ha funzionato in passato e non funzionerà per il futuro.

Governare gli squilibri
Servono in realtà, come è stato sostenuto da più parti, meccanismi di coordinamento delle politiche fiscali e economiche dei singoli paesi che possano essere gestiti con sufficienti dosi di discrezionalità. In questa direzione va la proposta, ad esempio, della Commissione europea di utilizzare strumenti di coordinamento delle politiche economiche così da ripartire simmetricamente gli oneri di aggiustamento sui partner in disavanzo e su quelli in avanzo di bilancia corrente. Gli squilibri tra i paesi membri non possono essere semplicemente ignorati, come si è fatto fin qui, in particolare in assenza di una comune politica fiscale europea in grado di effettuare trasferimenti verso i paesi indebitati e più in difficoltà. I paesi che vantano consistenti avanzi commerciali e correnti – e la Germania è tra questi – non hanno naturalmente alcuna voglia di trasformare gli squilibri in un tema centrale dell’agenda negoziale europea. Ma è questo un passaggio obbligato se si vorrà arrivare a un effettivo rafforzamento della capacità di governo economico comune dell’Europa e di qui a un rilancio della crescita attraverso l’attuazione della nuova agenda di Lisbona (la strategia cosiddetta ‘Europa 2020’).

La Commissione ha proposto di estendere il coordinamento delle politiche dei singoli paesi alle riforme strutturali e a quelle per la competitività. Ha anche suggerito di andare oltre il piano di finanziamento ad hoc varato di recente e creare un meccanismo permanente di risoluzione delle crisi, una sorta di fondo monetario europeo, che dovrebbe essere in grado di gestire anche eventuali ristrutturazione del debito dei paesi.

Rischio minimalismo
Sono proposte assai rilevanti, quest’ultime, che vanno ad esempio anche nell’interesse del nostro paese, e che se approvate consentirebbero un netto rafforzamento della ‘governance’ economica europea.

Entro la fine dell’anno si arriverà comunque a decidere su una prima serie di proposte operative sulle nuove regole e strumenti. La previsione più accreditata a tutt’oggi è che prevalga l’approccio minimalista sostenuto dalla Germania, con riforme della governance dell’area euro incentrate in misura predominante sulle politiche fiscali e di bilancio, confinando tutto il resto in un’area opzionale lasciata alle autonome scelte e buona volontà dei singoli paesi membri. Un esito, quest’ultimo, tutt’altro che favorevole al rafforzamento dell’integrazione monetaria.

Austerità e rigore dei bilanci, in effetti, non sono sufficienti, per quanto necessari. Servono misure e interventi, come si è detto, in grado di rendere compatibili integrazione internazionale e europea delle nostre economie, con obiettivi di innalzamento degli standard di vita dei cittadini, esposti a crisi ricorrenti sui vari fronti. Una rinnovata agenda della governance economica europea dovrebbe includere politiche e riforme finalizzate ad ammortizzare i costi della transizione e rilanciare la crescita economica. Dimostrando così che la dimensione europea è in grado di offrire una risposta efficace alla crisi economica internazionale e alla difesa delle conquiste democratiche e sociali europee. In assenza di un governo economico europeo rafforzato in queste direzioni, il rischio è di avere un’area euro indebolita, caratterizzata da una cronica bassa crescita, esposta a crisi ricorrenti e incapace di giocare un ruolo di primo piano nella definizione dei nuovi equilibri a livello mondiale.

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Vedi anche:

M. Sarcinelli: La faticosa ricostruzione della finanza mondiale