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I dilemmi della strategia occidentale

Afghanistan tra escalation e ipotesi di spartizione

7 Ago 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Quando e come ce ne potremo andare via dall’Afghanistan? La priorità di gran parte dei governi impegnati in questa guerra non sembra più quella di come distruggere al-Qaida o sconfiggere definitivamente i talebani, ma di come salvare la faccia ed evitare di restare per ultimi sul campo a prendersi le colpe proprie ed altrui. In altre parole, si sta diffondendo un senso di sconfitta. Provocatoriamente, ma non poi troppo, Asif Alì Zardari, Presidente del Pakistan, ha dichiarato a Le Monde che la coalizione internazionale sta perdendo la guerra in Afghanistan, perché non è riuscita a “conquistare i cuori e le menti degli afgani”, il loro consenso. Se questo è vero, qualsiasi strategia militare, anche la più raffinata, sarebbe destinata a fallire. Il problema è se sia possibile fare qualcosa di diverso.

Piano inclinato
La situazione politica è fortemente degradata. Il primo agosto i Paesi Bassi hanno ritirato il loro contingente dalla missione Nato (Isaf), circa 2000 soldati che, sino ad allora, avevano preso parte attiva all’offensiva americana contro i talebani: uno tra i pochi contingenti Nato disposto, sino a ieri, ad accettare le regole di ingaggio anglo-americane.

Decine di migliaia di documenti riservati del Pentagono sono stati pubblicati su Internet, scavando gravi solchi politici tra gli alleati e soprattutto con i governi dell’Afghanistan e del Pakistan. Incertezze strategiche, differenze politiche e dichiarazioni avventate hanno alimentato, nel giro di circa un anno, un vorticoso ricambio di generali al vertice delle forze alleate, sia tra gli americani che tra i britannici. E sul campo le cose vanno tutt’altro che bene: aumentano le perdite umane, viene rinviata ancora una volta l’offensiva alleata per “riprendere” Kandahar e i talebani sembrano aver ripreso l’iniziativa in numerose province.

Ma quello che preoccupa di più è il progressivo peggioramento del quadro politico e strategico circostante, in particolare in Pakistan. In questi giorni una grave serie di inondazioni colpisce duramente questo paese, moltiplicando il numero dei profughi interni ed alimentando la confusione ed il disordine. È in questo quadro che sono scoppiati nuovi scontri interetnici e religiosi a Karachi, il principale porto e centro commerciale pachistano (da cui transita più della metà dei materiali, carburante incluso, necessari alle forze della coalizione in Afghanistan), paralizzando questo importante snodo logistico.

È un vecchio problema (gravi scontri si erano già verificati sin dal 1983, tra sunniti e sciiti e tra le comunità urdu e pashtun, i musulmani di origine indiana e quelli di etnia afgana), oggi reso più grave dal coinvolgimento del terrorismo internazionale e dall’aggravarsi dello scontro tra le autorità pachistane e le tribù pashtun alleate con i talebani, nei territori del Nord e Sud Waziristan, Khyber, Kurran eccetera, ma anche nel Punjab e a Lahore. Non solo ciò crea grossi problemi logistici alle forze alleate in Afghanistan, ma rischia di destabilizzare il Pakistan. Sempre ad inizio agosto, ad esempio, un attentato ha ucciso a Peshawar il capo della polizia di frontiera pachistana, impegnato nelle operazioni contro i talebani.

Ipotesi spartizione
Un grave rischio è quello di concentrarsi sulla questione afgana, perdendo di vista il quadro complessivo. Sembrano andare in questa direzione alcune proposte (ultima quella avanzata sul Financial Times dall’ex-ambasciatore americano in India e noto esperto di questioni strategiche, Robert Blackwill) che puntano ad una sorta di spartizione dell’Afghanistan, in accordo tacito o esplicito con alcuni dei suoi più potenti vicini, quali il Pakistan e l’Iran, che lascerebbe le regioni meridionali, abitate in maggioranza dalle tribù pashtun, ai talebani, consolidando invece la presenza alleata nel Nord del paese e mantenendo una continua pressione militare sui talebani sia per impedire l’allargarsi della loro sfera di influenza, sia per continuare a contrastare il terrorismo.

In realtà, questa proposta sembra motivata da una considerazione di fondo: tutto fa pensare che l’Afghanistan sarà una guerra lunga, ma i tempi della politica americana sono diversi e, se non si trova il modo di consolidare il fronte, nonché di ridurre le perdite e il numero dei soldati sul campo, è possibile che Washington decida semplicemente di ritirarsi, lasciando l’intera regione nel caos.

Non è affatto detto che una divisione di fatto dell’Afghanistan possa funzionare nel lungo termine, anche se a breve consentirebbe qualche miglioramento sul piano della situazione militare. Molte obiezioni le ha già avanzate Ahmed Rashid, sempre dalle colonne del Financial Times, sottolineando, fra l’altro, la forte mescolanza interetnica delle varie regioni del paese e l’antica tradizione afgana a favore di uno stato unitario (nato nel lontano 1761). Ma un’osservazione più interessante l’ha fatta il decano degli analisti strategici indiani (e uno dei “padri” della strategia nucleare indiana, nonché del riavvicinamento con gli Usa), Krishnaswami Subrahmanyam. Egli afferma che una divisione del paese metterebbe sotto pressione in primo luogo il Pakistan, poiché potrebbe portare alla formazione di una sorta di Pashtunistan indipendente che unirebbe insieme parte dell’Afghanistan e parte del Pakistan, a Sud e a Nord della frontiera tracciata dalla “linea Durand”, e soprattutto farebbe perdere al Pakistan quella profondità strategica nei confronti dell’India che l’Afghanistan gli aveva sempre garantito. In altri termini ciò potrebbe risolversi in una sconfitta strategica che minaccerebbe seriamente il futuro e l’esistenza stessa del Pakistan (potenza nucleare).

Le rassicurazioni di Obama
Il Presidente Obama in questi giorni sta cercando di rispondere a tutti questi timori, ribadendo sia la volontà di restare in tutto l’Afghanistan per il tempo necessario a sconfiggere o riassorbire l’insurrezione talebana, sia la stretta alleanza americana con il Pakistan. È però evidente come il moltiplicarsi delle polemiche e dei piani alternativi stia mettendo in moto dinamiche politiche molto diverse, rafforzando la percezione talebana di poter resistere almeno un giorno in più degli avversari e alimentando ogni sorta di manovra politica trasversale, a Kabul e ad Islamabad, oltre ad accrescere dubbi e incertezze tra gli alleati dell’Isaf, in primo luogo quelli europei.

Vedremo nei prossimi mesi se la nuova strategia adottata dal comando militare americano comincerà a dare i suoi frutti, ma è sempre più evidente come ad essa debba affiancarsi una forte iniziativa politica che non sia in contraddizione con lo sforzo sul campo, ma che consolidi il consenso tra gli alleati e soprattutto rassicuri il Pakistan e lo convinca a proseguire sulla strada di una efficace cooperazione. Perdere il Pakistan infatti non significherebbe solo perdere anche l’Afghanistan, ma aprire uno scenario di guerra sub-regionale, in ambiente nucleare, dalle conseguenze difficilmente prevedibili.

Ripensamento strategico
Bisogna prendere atto del fatto che in questa regione sono attive potenze regionali di notevole importanza, guidate ognuna da una sua particolare visione dei propri interessi nazionali: oltre al Pakistan e all’India, e naturalmente alla Cina, bisogna prendere in considerazione l’Iran, la “nuova” Turchia, l’Arabia Saudita e infine, almeno per quel che riguarda il futuro dello spazio ex-sovietico in Asia centrale, la Russia.

È venuto probabilmente il momento di discutere approfonditamente del futuro degli equilibri regionali con tutte queste potenze, nell’ottica di un accordo complessivo di sicurezza (se possibile) o di eventuali alleanze privilegiate che assicurino il predominio strategico complessivo sulla regione. È solo in un tale quadro che, successivamente, sarà possibile discutere con cognizione di causa delle eventuali soluzioni per la guerra afgana e della presenza delle truppe alleate in quel settore.

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Vedi anche:

M. Arpino: Afghanistan, qualcosa non funziona

N. Ronzitti: L’Italia in Afghanistan dopo il caso Emergency