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Rapporti transatlantici

Usa ed Europa di fronte al nuovo corso della Turchia

19 Lug 2010 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

È stato un bene che il Presidente Obama, in una recente intervista al Corriere della sera, abbia implicitamente corretto il suo ministro della difesa che pochi giorni prima, nel corso di una visita in Europa, aveva accusato gli europei di allontanare la Turchia dall’Occidente, negandole l’adesione all’Ue. La cosa più sbagliata che americani ed europei potrebbero fare è abbandonarsi a reciproche recriminazioni sulle responsabilità rispettive per i nuovi orientamenti della politica estera di Ankara, secondo la formula – who lost Turkey – in voga a Washington.

È persona notoriamente cauta ed equilibrata, Robert Gates, che era capo del Pentagono già nella precedente amministrazione Bush – unico esito ancora reperibile dell’apertura fatta dal nuovo presidente a una gestione più bipartisan della cosa pubblica. E che il governo americano, indipendentemente dalla sua coloritura politica, fosse a favore dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea era cosa arcinota. La preferenza degli Stati Uniti, del resto, è più che comprensibile, viste le enormi potenzialità per loro (e per tutto l’Occidente) di un tale sviluppo, anche se l’insistenza con cui è stata espressa è apparsa a volte eccessiva, come un omaggio generosamente offerto a carico di una carta di credito altrui (cioè degli europei).

Nuovo corso
Ma la tesi che le scelte autonome e spesso eclatanti, compiute di recente da Erdogan in materia di politica internazionale, siano conseguenza diretta della porta solo semiaperta – o semichiusa, ambiguamente semichiusa, diciamolo pure – lasciata dagli europei all’adesione della Turchia all’Ue, non resiste ad analisi anche sommaria. Davvero Gates pensa che avere un piede, o anche due, in Europa avrebbe portato il primo ministro turco ad ignorare la reazione della sua opinione pubblica, in particolare quella del suo partito, all’operazione “piombo fuso” condotta da Israele a Gaza nell’inverno 2008-09?

È da lì che il “nuovo corso” di Ankara ha assunto visibilità, come hanno dimostrato il clamoroso incidente di Davos con Shimon Peres poche settimane dopo, e il sovrappiù di consenso domestico che Erdogan ne ha tratto. Ma esso risale a diversi anni prima, una delle novità essendo la crescente attenzione dei cittadini per i temi di politica estera, prima riservati, per tradizione, a un circolo ristretto ed elitario, comprendente il business e i militari – molto secolare ma poco democratico. E da Davos si arriva all’altro incidente, l’ultimo, quello della flotilla cosiddetta umanitaria, allestita con il sostegno del partito turco al potere e maldestramente e sanguinosamente fermata dalle forze speciali israeliane, prima che raggiungesse Gaza.

Orbene, come ci si poteva aspettare, Obama ha detto al Corriere che “sarebbe saggio accettare la Turchia nell’Unione”. Ma ha anche aggiunto: “Riconosco che questo solleva sentimenti forti in Europa e non penso che il ritmo lento o la riluttanza europea sia il solo o il predominante fattore di alcuni cambiamenti d’orientamento osservati di recente nell’atteggiamento turco” (il corsivo è aggiunto). A Washington si dovrebbe riflettere sul fatto che i “cambiamenti d’orientamento” e i conseguenti avvenimenti sono anzi apparsi agli occhi di coloro che sono contrari da sempre all’allargamento dell’Ue alla Turchia, come una conferma ex-post sia dell’incompatibilità delle nuove logiche internazionali e regionali di Ankara con quelle dell’Ue, sia dell’incapacità dell’Unione (e dei suoi principali partner, già inclini alla cacofonia fra loro) di imporre una pur vaga disciplina comune alla media potenza turca.

Responsabilità Usa
Peraltro, chi in Europa cercasse argomenti per affermare che, al contrario, le principali responsabilità della deriva “eretica” turca si situano dall’altro lato dell’Atlantico, non avrebbe grande difficoltà a trovarne qualcuno. Per esempio: è probabile che Erdogan, nel fare assumere al suo paese a predominanza musulmana il complesso ruolo di collaborazione con Israele e di mediazione fra lo stato ebraico e i suoi nemici arabi, contasse sull’influenza moderatrice americana prima su Olmert e poi su Netanyahu, soprattutto dopo l’impegnativa svolta annunciata da Obama in questo senso. Ma i risultati finora appaiono molto deludenti, e non solo agli occhi della dirigenza turca. Il che giunge a riprova del fatto che a Washington la potenza della lobby ebraica tradizionale (non quella di J Street, per intenderci, sulla quale si erano appuntate molte speranze) resta condizionante.

Ma ci sono altre lobby che esercitano influenza sul Congresso, contro le preferenze dell’amministrazione. Fra di esse quella degli armeni – ecco un secondo esempio – il cui agitarsi in favore di una risoluzione per dichiarare genocidio il massacro della loro etnia da parte dei turchi (un’ovvietà per la grande maggioranza degli storici, ma forse non un compito per maggioranze parlamentari, quando dalla tragedia è trascorso un secolo) è apparsa come arma ideale di risentimento offerta ai nazionalisti, che si opponevano all’altro complesso capitolo della politica di Erdogan, quello del dialogo con le minoranze interne al fine di cicatrizzare antiche piaghe nazionali. Ora, la tutela delle minoranze etniche è una delle condizioni pressantemente sollecitate dagli europei, come in generale la riforma costituzionale in senso democratico, oggetto di prossimo referendum.

Realtà emergente
La Turchia non è “persa”. È sbagliato affermare che il “fallimento [del negoziato di adesione alla Ue] significherà il ritorno a politiche nazionaliste e autarchiche, nonché alla continuazione delle violenza e dell’instabilità”, come fa Henry Barkey del Carnegie Endowment for International Peace, sulla rivista Survival (53-2, June-July 2010). Le economie emergenti oggi difficilmente sono inclini all’autarchia. Le cifre del primo quadrimestre 2010 parlano di una crescita turca dell’11,4%, seconda solo a quella della Cina. Il debito al 49% del Pil e il deficit che potrebbe scendere sotto il 3% già l’anno prossimo, rientrano nelle condizioni di appartenenza all’euro, mentre lo spread sui titoli pubblici è a 192 (194 in Italia e 980 in Grecia, tradizionale rivale). Ma soprattutto, gli scambi commerciali sono cresciuti con i vicini, cioè con l’Iran, l’Arabia Saudita e la Siria, oltre che con la Russia, primo partner, ma anche con Israele, malgrado le tensioni politiche. E le relazioni economiche con gli americani e gli europei sembrano destinate a restare sufficientemente robuste per natura – grazie allo spirito innovativo che non fa difetto ai turchi – anche in una situazione di minore “appartenenza” della Turchia all’Occidente.

Sulle due rive dell’Atlantico condividiamo il desiderio che la democrazia, la laicità delle istituzioni e la separazione dei poteri dello stato crescano in Turchia, ma sempre di più in conseguenza della volontà della gente e sempre meno come requisiti per passare al metal detector dell’ingresso dell’Unione europea, che non è come un aeroporto in cui si entra, per poi prendere l’aereo che si vuole.

E se dalla dinamica interna passiamo alla politica estera, il segnale che è venuto da Ankara con l’intesa raggiunta con l’Iran (e il Brasile!) sull’arricchimento dell’uranio iraniano (accordo di scambio solo un po’ più debole di quello prima negoziato dagli occidentali e dai russi e poi disconosciuto da Ahmadinejad) vuole proiettare la Turchia al livello di potenza emergente, non solo economica, che rivendica un ruolo regionale, indipendentemente dalle prospettive di adesione alla Ue e dall’appartenenza alla Nato. Ed è un segnale soprattutto per Washington.

È questa la realtà, di cui Europa e Stati Uniti, invece di recriminare fra loro, dovrebbero prendere atto, avendo un comune interesse a definire una strategia ottimale verso questa nuova media potenza, collocata in una posizione chiave nello scacchiere al momento più ostico per l’Occidente.

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Vedi anche:

R. Aliboni: Il cuneo della Turchia nel conflitto mediorientale

D. Cristiani: Il ritorno della Turchia nel Golfo Persico

M. Lekic: L’offensiva diplomatica della Turchia nei Balcani