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Energia e ambiente

Carbone senza alternative in Africa

1 Lug 2010 - Francesco Tajani - Francesco Tajani

La comunità internazionale è profondamente divisa sulla portata del surriscaldamento globale e sugli interventi necessari a mitigarne gli effetti. Oltre a definire una posizione nell’ambito delle trattative multilaterali, i governi sono chiamati a fornire risposte a questioni più contingenti, ma che hanno spesso notevoli implicazioni politiche, economiche e sociali. Il dilemma, riassumibile nella formula “tutela dell’ambiente o diritto allo sviluppo”, è tornato a manifestarsi recentemente, quando la Banca Mondiale ha dovuto prendere una decisione sulla richiesta di un finanziamento di 3,75 miliardi di dollari per la realizzazione di un impianto energetico, avanzato dall’impresa sudafricana Eskom con l’appoggio delle istituzioni nazionali.

Acquiescenza
Pomo della discordia è il carbone, il combustibile altamente inquinante che Eskom intende utilizzare per alimentare il nuovo impianto nella città settentrionale di Medupi. Le miniere del paese sono colme di questo materiale che, ad onta degli sforzi degli ambientalisti, continua a fornire energia a buon mercato non solo ai paesi emergenti, ma anche, nel silenzio generale, agli Stati Uniti e ad alcuni membri dell’Unione europea. Quando la centrale lavorerà a pieno regime, si stima che più di 25 tonnellate di diossido di carbonio finiranno nell’atmosfera ogni anno, con buona pace di quei paesi che stanno cercando di limitarle assoggettandosi a vincoli e tetti. Si prevede, inoltre, che 40 nuove miniere saranno aperte sul territorio sudafricano per permettere l’alimentazione dell’impianto.

Il ministro delle Finanze sudafricano, Pravin Gordhan, ha difeso con decisione il progetto sulla base di un ragionamento condiviso da molti sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati: “Per sostenere i tassi di crescita dobbiamo creare posti di lavoro, e non abbiamo altra scelta se non aumentare la capacità energetica, basandoci su quello che, per ora, rimane la nostra fonte più abbondante ed economica: il carbone”. Questo combustibile presenta indubbi vantaggi: prezzo concorrenziale, ampia disponibilità, prossimità tra luogo d’estrazione e d’utilizzo. Tutto ciò lo rende un’ opzione più facile e conveniente degli altri idrocarburi, per non parlare delle fonti rinnovabili. Tuttavia, alcuni paesi sviluppati impegnati nella lotta contro il surriscaldamento globale hanno esercitato pressioni sulla Banca Mondiale per impedirle di finanziare un’opera foriera di tante emissioni aggiuntive.

Costi e benefici
Negli Stati Uniti tre influenti membri del Congresso, tra cui l’ex candidato democratico alla Casa Bianca, John Kerry, hanno indirizzato una lettera al presidente dell’istituzione finanziaria internazionale ricordandogli che, se è urgente appagare le necessità energetiche dell’Africa, una visione di lungo periodo impone di tener conto dei danni provocati dal surriscaldamento globale.

Il prestito è poi stato approvato, di fatto anche grazie all’astensione di 5 direttori sui 24 totali, tra cui i rappresentanti di Stati Uniti e Italia in seno alla Banca Mondiale: una scelta, questa, che ha indotto Bjorn Lomborg, dalle colonne del Wall Street Journal, a definire Obama finalmente “ragionevole” in merito alle politiche ambientali.

Il fronte degli avversari del progetto non è omogeneo: ne fanno parte anche alcune organizzazioni della società civile locale, in particolare Earthlife Africa e Ground Work, che avevano espresso le proprie rimostranze prima dell’approvazione, presentando un reclamo all’Inspection Panel della Banca Mondiale in cui mettevano in guardia contro il negativo impatto socio-ambientale della centrale.

Il progetto della centrale elettrica a carbone di Medupi ha dunque riproposto il contrasto che ha caratterizzato il dibattito ambientale sin dalla fine degli anni ’60. I paesi in via di sviluppo hanno infatti sempre guardato con scetticismo e sospetto alle rivendicazioni dei movimenti ambientalisti, che pure possono contare su gruppi di attivisti locali e su associazioni spontanee di simpatizzanti.

L’esecutivo sudafricano, per bocca del ministro Barbara Hogan, ha sottolineato il proprio impegno per una riduzione delle emissioni a partire dal 2025: sino a quel momento, non introdurrà incentivi agli investimenti puliti, né osteggerà le iniziative imprenditoriali foriere di crescita economica, ancorché non ecocompatibili. E, naturalmente, non ratificherà accordi internazionali che impongano tetti e altri stringenti vincoli legali.

La realtà è che se la Banca Mondiale avesse negato al Sudafrica un finanziamento destinato a migliorare la vita a milioni di persone avrebbe creato una frattura all’interno della comunità internazionale, prestando il fianco all’accusa di voler limitare, attraverso le politiche climatiche, lo sviluppo economico dei paesi emergenti. È un dilemma politico che tenderà inevitabilmente a riproporsi ed è facile immaginare che le ragioni dello sviluppo avranno il sopravvento, nella maggior parte dei casi, sulle preoccupazioni ambientali. A chi lotta per tagliare le emissioni non resta che sperare che, grazie alle nuove tecnologiche, il Sudafrica, come altri paesi in via di sviluppo, trovino conveniente, in un futuro non troppo remoto, optare per impianti basati sulle energie alternative o, eventualmente, su quella nucleare.

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