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Disarmo

Al bando le munizioni a grappolo

28 Lug 2010 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Pochi avrebbero pensato, qualche anno fa, che si sarebbe giunti rapidamente ad una proibizione delle munizioni a grappolo, visti i tempi lunghi dei processi di disarmo. Invece, il primo agosto di quest’anno, sei mesi dopo il deposito della trentesima ratifica, entrerà in vigore la nuova Convenzione internazionale che proibisce di produrre, detenere, usare e trasferire le munizioni a grappolo, e obbliga a distruggerne le scorte e a bonificare le zone infestate da tale tipo di armamento.

Armi inumane
Le munizioni a grappolo (cluster munitions) entrano così a far parte della categoria delle c.d. “armi inumane” suscettibili di causare “sofferenze inaccettabili” (unacceptable harm) alle popolazioni civili.

Le munizioni a grappolo sono contenitori, sganciati da aerei, lanciatori terrestri o navali, per disseminare centinaia di “sotto-munizioni”, ossia di piccoli ordigni, destinati principalmente a colpire veicoli, concentrazioni di truppe, piste di atterraggio, materiale bellico. La loro capacità di colpire obiettivi di area, piuttosto che singoli bersagli, accresce il rischio di causare danni collaterali, e cioè di colpire popolazioni e strutture civili con possibili effetti indiscriminati incompatibili con le principali disposizioni del diritto internazionale umanitario (distinzione tra civili e combattenti, impedimento degli effetti indiscriminati, proporzionalità e impiego di ogni possibile precauzione per salvaguardare i civili).

Le munizioni a grappolo furono utilizzate originariamente durante il secondo conflitto mondiale e successivamente, stando alla letteratura specializzata, nel corso di altri conflitti e più intensamente in Indocina, Afghanistan, Iraq, Kosovo, Cecenia, Etiopia/Eritrea, Libano e Georgia. Non esistono dati ufficiali sul numero delle vittime, ma si stimano varie migliaia tra morti e feriti.

Inaffidabilità
La problematicità di tali armi sul piano umanitario, sta inoltre nella loro relativa inaffidabilità. Una percentuale delle munizioni lanciate non esplode al momento di colpire l’obiettivo e rimane sul terreno trasformandosi in pericolosi “residuati bellici esplosivi” (explosive remnants of war – Erw), suscettibili di causare vittime anche anni dopo la conclusione del conflitto. Una volta sul terreno, basta un nulla per farle esplodere causando morti, mutilazioni e sofferenze alle popolazioni civili, militari, forze di pace, sminatori e in particolare ai bambini che sono attratti dalla forma e dai colori di tali ordigni.

Il primo passo del processo che condusse alla Convenzione fu un incontro che si tenne a Oslo in una gelida giornata del febbraio del 2007, allorché i rappresentanti di 46 paesi (tra cui l’Italia) sottoscrissero l’impegno a concludere entro il 2008 un vero e proprio accordo giuridicamente vincolante per proibire le munizioni a grappolo. Ne è seguito un intenso esercizio negoziale, che ha permesso di concludere, in tempi rapidi, la Convenzione e quindi il processo di ratifica con l’entrata in vigore il 1° agosto.

La Convenzione sulle munizioni a grappolo ha come principale precedente e parametro di riferimento la Convenzione di Ottawa del 1997, che proibisce le mine antipersona. Ad essa si sono ispirati ampiamente i negoziatori della nuova Convenzione. Ambedue i trattati sono stati negoziati non già nell’ambito di un preesistente foro o conferenza internazionale, bensì tra un gruppo di paesi “likeminded”, animati dalla volontà di compiere rapidi passi in avanti nel campo della normativa umanitaria.

Eccezioni
La differenza principale tra le due convenzioni sta nel fatto che mentre le mine antipersona sono totalmente proibite, per le munizioni a grappolo sono consentite alcune eccezioni. Non rientrano infatti nella categoria delle armi proibite, le munizioni e submunizioni che non hanno carattere esplosivo (quelle fumogene, illuminanti o quelle destinate alla difesa aerea). Analoga esenzione vige per alcune submunizioni esplosive che per il peso, il numero ridotto e la presenza di meccanismi di autodistruzione e autodeattivazione, sono considerate meno pericolose sul piano umanitario.

A differenza delle mine antipersona che sono surrettiziamente occultate e continuano a produrre i loro nefasti effetti durante il periodo post bellico, le munizioni a grappolo sono di norma congegnate in modo da esplodere al momento dell’impatto sul terreno. I meccanismi di autodistruzione e disattivazione automatica previsti per quelle non proibite mirano ad assicurare che l’arma non possa rimanere innescata. È dunque l’incorretto funzionamento e non – come per le mine – il loro previsto funzionamento a causare le principali sofferenze.

Altro elemento che differenzia la convenzione di Oslo è che essa prevede l’”interoperabilità”. È consentito cioè agli Stati parte di associarsi ad operazioni e alla cooperazione militare con paesi che non hanno sottoscritto la Convenzione e che potrebbero svolgere attività non consentite dalla medesima. La ratio di questa disposizione è di non ostacolare operazioni militari ivi comprese quelle volte al mantenimento della pace. Ciò ha consentito a paesi legati da impegni di sicurezza multinazionali (in particolare nel quadro dell’Alleanza Atlantica), di sottoscrivere la Convenzione.

La Convenzione di Oslo ha ereditato, migliorandole, gran parte delle disposizioni umanitarie previste dal testo di Ottawa. Essa prevede infatti espressamente l’assistenza alle vittime, lo sminamento umanitario e cioè la bonifica, costosissima, delle aree infestate nelle quali è impossibile vivere e lavorare. La presenza di cluster munitions inesplose sul terreno costituisce un ostacolo allo sviluppo. Per superarlo sono previste misure di solidarietà e assistenza internazionale. Per tale motivo l’applicazione della Convenzione rientra anche nelle competenze degli organismi responsabili dell’aiuto allo sviluppo.

Il fatto che la Convenzione di Oslo sia stata negoziata tra paesi accomunati dalla volontà di raggiungere il medesimo obiettivo di disarmo umanitario, spiega i tempi rapidi della sua conclusione ed entrata in vigore. Ciò la differenzia dai processi multilaterali, come quello che ha luogo a Ginevra su temi analoghi, nel quadro della Convenzione su Certe Armi Convenzionali (Certain Conventional Weapons, Ccw), che si protraggono per anni a volte senza alcun risultato.

Il rovescio della medaglia è la mancanza di universalità. Mancano all’appello proprio alcuni dei maggiori produttori e utilizzatori di tali armi. La Convenzione è stata sinora firmata da ben 106 stati, ma non vi hanno aderito paesi come la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile, l’India e il Pakistan. Gran parte degli stati europei l’ha invece sottoscritta (è il caso dell’Italia) e in alcuni casi anche già ratificata.

Universalizzare
L’universalizzazione e cioè l’adesione da parte del maggior numero possibile dei 192 paesi membri dell’Onu, costituisce una delle principali sfide. Non sarà facile far aderire alla Convenzione paesi che non hanno partecipato al negoziato. Ciò vale soprattutto per i maggiori protagonisti, che per interessi strategici, ma a volte per orgoglio nazionale, non desiderano vincolarsi ad una res inter alios acta. L’esperienza della Convenzione sulle mine dimostra peraltro che nessun paese rimane indifferente a questi accordi e che il numero delle adesioni cresce con il tempo. Il fatto stesso che tali accordi esistano e che su essi si sia focalizzata l’attenzione della comunità internazionale, obbliga anche i paesi recalcitranti ad adeguarsi quanto meno allo spirito della Convenzione.

Le munizioni a grappolo non scompariranno da un giorno all’altro: le scorte dovranno essere distrutte entro otto anni e lo sminamento dovrà esser completato in dieci anni. Molti paesi non si sono ancora impegnati. Ma con l’entrata in vigore della Convenzione di Oslo si apre un nuovo capitolo del disarmo umanitario che si aggiunge agli accordi già esistenti che proibiscono le armi chimico/biologiche, le mine antipersona, le armi incendiarie, i laser accecanti e i frammenti non rilevabili dai raggi x. Si tratta di un insieme di norme che rafforzano la sicurezza delle popolazioni civili e riducono le sofferenze anche delle donne e uomini delle forze armate impegnati nelle operazioni di pace, che sono particolarmente esposti, come mostra il caso del Libano, agli effetti delle cluster munitions.

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