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Europa 2020

Strategia per la crescita, l’Ue ci riprova

22 Giu 2010 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

La decisione di rendere pubblici gli ‘stress test’, ovvero lo stato di salute patrimoniale dei grandi gruppi bancari europei, è stata la più impegnativa del Consiglio europeo della scorsa settimana. Potrebbe essere un carta decisiva per riportare un po’ di calma sui mercati finanziari. Decisamente deludente, viceversa, è stato il varo della nuova strategia di crescita dell’Europa, la cosiddetta Eu2020, approvata in una sua versione debole, priva dei necessari strumenti di incentivazione e controllo. Siamo di fronte all’ennesima riproposizione di una miope separazione tra le politiche di rigore e quelle di crescita che spinge a configurare per l’Unione un futuro di crescita lenta, incentrata sulle esportazioni verso le aree extraeuropee e sull’euro debole che dovrà sostenerle. Per un’area che include al suo interno un mercato integrato che è il più ricco del mondo in termini di potere di acquisto, si tratta di una prospettiva un po’ paradossale e, nel complesso, poco esaltante.

Il paradosso della tassa sulle banche
La tassa sulle banche europee, approvata in via di principio nell’ultimo vertice europeo, è certamente una misura destinata a riscuotere consensi tra il grande pubblico. Anche perché dovrà servire, nelle intenzioni dei proponenti, alla costituzione di un fondo di prevenzione delle crisi, così da evitare di scaricare in futuro i costi dei grandi dissesti bancari solo sulle spalle dei cittadini contribuenti, come sta avvenendo oggi. Ma dietro il luccichio di un simile provvedimento si annida il rischio di un effetto ultimo per certi versi paradossale: la tassa che, almeno sulla carta, dovrebbe gravare sui bilanci delle banche, potrebbe essere trasferita da queste sulle spalle delle imprese e dei risparmiatori, aumentando i costi dei servizi erogati. È un rischio tutt’altro che remoto viste le difficoltà di applicazione di un tale provvedimento. Ora si attendono le decisioni del prossimo G20 di Toronto in tema non solo di costituzione di fondi di gestione delle crisi ma, più in generale, di tassazione delle transazioni finanziarie.

Decisamente più rilevante, sempre con riferimento al settore finanziario, è stato l’ok del Consiglio europeo alla pubblicazione degli ‘stress test’ sulle grandi banche entro il mese di luglio: un passo importante per cercare di riguadagnare la fiducia dei mercati finanziari scossi in queste ultime settimane da forti turbolenze legate ai timori della crescita dell’indebitamento nell’area euro e delle sue ripercussioni sul sistema bancario europeo.

Check-up delle banche europee
Naturalmente sarà ora importante conoscere modalità e dettagli di questa iniziativa. In particolare se saranno resi noti i risultati non solo complessivi dei test effettuati ma anche quelli relativi alle singole banche. Ancora, per risultare credibili i test dovranno includere stime dell’impatto sui bilanci delle banche di eventuali insolvenze sui debiti, pubblici e privati, dei paesi più a rischio, a partire da Grecia e Spagna.

Recenti dati della Banca dei Regolamenti Internazionali mostrano, ad esempio, come l’esposizione complessiva delle banche francesi e tedesche nei confronti di Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo fosse pari alla fine del 2009 a 958 miliardi di dollari, di cui 174 miliardi rappresentati da titoli pubblici e 784 miliardi da debiti privati, per la maggior parte sostenuti da garanzie pubbliche. Il timore che eventuali difficoltà nell’onorare tale indebitamento possa ripercuotersi sui bilanci bancari, nelle ultime settimane ha alimentato le turbolenze dei mercati. Anche il numero dei gruppi bancari da porre sotto osservazione è rilevante, dal momento che i timori degli investitori non sono confinati ai grandi attori della finanza europea, ma investono oggi un ampio numero di medie e piccole banche, come le cajas spagnole e le Landesbanken tedesche.

Solo se verranno date risposte credibili a tutte queste questioni, tuttora aperte, la decisione di dare maggiore trasparenza allo stato di salute delle banche europee potrà certificare sia l’effettiva capacità di queste ultime di fronteggiare i rischi presenti, sia l’entità degli eventuali interventi pubblici da realizzare per sostenerle. E, come già avvenuto negli Stati Uniti, potrà servire a migliorare la fiducia dei mercati finanziari, favorendo una loro maggiore stabilità in futuro.

Nel segno del rigore
Se tutta l’attenzione dell’ultimo vertice europeo è stata catturata dalle decisioni che hanno riguardato il comparto finanziario, risultati non meno importanti hanno interessato la revisione del Patto di stabilità, confermando il percorso che era stato imboccato. Ci si sta muovendo verso un deciso rafforzamento delle politiche di rigore fiscale – a fine giugno verrà avanzata una proposta formale della Commissione – nel senso di un aumento delle regole, dei controlli e delle sanzioni sulle politiche di bilancio nazionali. Il rafforzamento del governo economico europeo avverrà così all’insegna dell’accelerato risanamento dei conti pubblici nazionali e di più severe sanzioni verso i paesi meno virtuosi, come fortemente voluto dalla Germania e dal cancelliere Angela Merkel.

Si era parlato di un possibile allargamento, al di là del debito pubblico, dei criteri di valutazione da utilizzare nell’ambito del Patto di stabilità, con l’inclusione ad esempio, su sollecitazione del governo italiano, anche degli andamenti del debito privato così da arrivare a una misura aggregata del debito dei paesi. In realtà, nulla cambierà. È stato ribadito che il debito pubblico con i suoi parametri di riferimento (deficit e stock) resterà la stella polare del Patto di stabilità e dell’avvio di procedure di sanzione.

È d’altra parte già in atto una prima applicazione del nuovo corso dei tagli di bilancio con l’approvazione di manovre correttive della spesa pubblica e aumenti delle entrate un po’ ovunque nell’area euro. La maggior parte dei paesi europei, a partire dalla Germania, le stanno introducendo per far fronte al rapido accumulo di debito pubblico e in risposta ai richiami della Commissione, visto che 15 dei 16 paesi dell’euro violano oggi i criteri di Maastricht sul deficit pubblico (inferiore al 3% del Pil).

Crescita europea e euro debole
Anche se si può essere scettici sulle politiche keynesiane di stimolo fiscale, è difficile negare l’effetto deflattivo sulla domanda interna delle recenti misure adottate in Europa e, quindi, l’impatto negativo sulle dinamiche complessive di crescita europea. La diminuzione della domanda interna, tuttavia, non sarà così drammatica come ventilato da quanti paventano una nuova recessione a breve e addirittura una deflazione dell’area europea. In realtà le misure finora approvate dai singoli paesi – ad eccezione della Grecia – non sono così draconiane come si era lasciato credere in occasione della loro presentazione, con intenti più che altro strumentali volti a influenzare le aspettative degli investitori.

Si stima che nel 2011 le misure dirette a ridurre i deficit pubblici saranno pari, nel loro complesso, a circa l’1% del Pil totale dell’area euro. Una manovra su larga scala, non c’è dubbio, ma comunque contenuta se commisurata all’entità del deficit pubblico (6,6%) che è stimato quest’anno per l’insieme dell’area. Va poi considerato che a sostenere i tassi di crescita dell’Europa contribuirà la svalutazione dell’euro prodottasi negli ultimi mesi nei confronti del dollaro e delle monete ad esso legate, in primis lo yuan cinese (intorno al 18% dall’inizio dell’anno). Già se ne registrano gli effetti positivi sulle esportazioni europee. Non in tutti i paesi però, ma solo in quelli, come Germania e Olanda, particolarmente forti sui mercati extraeuropei e dell’area del dollaro. Per i paesi dell’area mediterranea, viceversa, che dipendono fortemente per il loro export dal mercato interno europeo, l’impatto sarà assai più modesto. Ne conseguirà un ulteriore aumento delle divergenze e degli squilibri oggi presenti nell’area dell’euro.

Come saldo netto delle politiche di rigore e degli stimoli esterni legati al deprezzamento della moneta europea, la previsione più attendibile è che nei prossimi due anni si abbia un secco rallentamento della già anemica dinamica di crescita dell’area euro, con tassi medi annuali al di sotto dell’1 per cento. Il gap di crescita reale che divide da tempo l’area euro dalle altre maggiori aree, in particolare il Nord America con gli Stati Uniti, tenderà dunque ad aumentare nei prossimi anni.

Miope separazione tra rigore e crescita
In un tale contesto, decisamente sfavorevole dal punto di vista macroeconomico, alcuni paesi più deboli dell’area meridionale europea, Grecia e Portogallo in particolare, incontreranno difficoltà crescenti nel portare avanti il risanamento fiscale che è loro richiesto. Né riusciranno a compensarle – come dimostrano molte simulazioni fin qui effettuate – attraverso inasprimenti del grado di restrizione fiscale delle manovre attuate. Valga per tutti il caso del Giappone, che da oltre due decenni cerca di ridurre il proprio debito, ma non ci è mai riuscito a causa di crescita media vicino a zero, tanto che il rapporto debito-Pil giapponese è oggi salito vicino al 200 per cento.

L’Europa potrebbe fare meglio, dunque, solo se si riuscisse a innalzare la crescita dell’area euro nel suo complesso nei prossimi anni. Ma proprio dall’ultimo Consiglio europeo è emerso come i governi europei siano poco disposti o addirittura poco interessati a muoversi in questa direzione.

I leader europei hanno approvato la nuova strategia di crescita dell’Europa nel prossimo decennio, il cosiddetto programma Eu2020,che sostituirà l’Agenda di Lisbona arrivata a scadenza quest’anno (2000-2010). Al pari di quest’ultima, essa presuppone impegni e riforme interne ai singoli paesi, ma anche interventi a livello europeo per una maggiore integrazione del mercato interno (Rapporto Monti) e delle fonti di crescita comune europea. Sulla carta la nuova Agenda 2020 potrebbe aggiungere un punto in più di crescita annuale e quindi raddoppiare la dinamica di espansione europea nei prossimi cinque – dieci anni. Con effetti positivi, e in qualche caso decisivi ai fini della sostenibilità del risanamento dei conti pubblici nazionali.

Ma la sua attuazione richiederebbe un deciso rafforzamento, una vera e propria svolta, della governance economica europea, cominciando a istituire dei legami – come proposto dalla Commissione – ad esempio tra la gestione della nuova Strategia di crescita e quella del Patto di Stabilità. È stata proprio l’assenza di un tale collegamento ad aver decretato il sostanziale fallimento dell’Agenda di Lisbona dal momento che venne così privata degli incentivi e disincentivi necessari a stimolare le iniziative dei singoli paesi.

Ma la proposta di rafforzare il governo economico europeo in questa direzione ha incontrato sia prima che durante il vertice forti critiche ed opposizioni da parte di un gruppo di paesi capitanato dalla Germania. Per bocca di Angela Merkel si è continuato a ripetere che l’unica ricetta da applicare è la riduzione e il controllo dei disavanzi pubblici, da attuare al più presto attraverso rafforzate regole e sanzioni del Patto di stabilità. Si tratta di una posizione in realtà miope, che condannerà l’Europa nei prossimi anni a una crescita lenta, incentrata sulle esportazioni verso le aree extraeuropee e sull’euro debole che dovrà sostenerle.

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Vedi anche:

P. Guerrieri: Due scenari per l’Euro