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Nuova strategia Usa

Obama e l’ipnosi del potere militare

8 Giu 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

È probabilmente ingiusto che oggi si critichi Obama per quello che non è riuscito a Bush, e perché ancora non è arrivato a riparare alcuni dei più gravi errori del suo predecessore. Ma il nuovo Presidente aveva alimentato aspettative altissime, ed ora deve fare i conti con l’inevitabile delusione di parte almeno dei suoi sostenitori, oltre che con le critiche dei suoi oppositori. Tuttavia Obama non sembra né pentito, né scoraggiato. Al contrario: il documento sulla National Security Strategy che il Presidente americano ha inviato di recente al Congresso ribadisce tutti i maggiori punti del suo discorso elettorale. Fiducia nell’avvenire, importanza di un approccio multilaterale e del rispetto del diritto internazionale, mano tesa nei confronti dei possibili avversari.

Semplice retorica?
Il conflitto tra Israele e i palestinesi sembra avvitarsi in una situazione senza possibile sbocco, e Obama afferma di “non deflettere dalla ricerca di una pace onnicomprensiva tra Israele e i suoi vicini, inclusa la soluzione basata sull’esistenza di due stati che assicuri la sicurezza di Israele e assieme soddisfi l’aspirazione dei palestinesi ad avere un loro stato credibile”.

C’è la crisi finanziaria internazionale e l’obiettivo del Presidente è comunque una “crescita equilibrata e sostenibile”. Il mondo è percorso dai più diversi nazionalismi e dal rafforzarsi di risposte fondamentaliste alle crisi identitarie e culturali favorite dalla globalizzazione, e Obama ripropone la volontà di rafforzare i valori universali per l’affermazione dei diritti umani e il rispetto dei metodi democratici. La sua visione resta ancorata all’obiettivo di una comunità internazionale che “sappia abbandonare l’antico atteggiamento di reciproco sospetto e costruire invece sulla base degli interessi comuni”.

Semplice retorica? Forse in parte, specialmente se tutto questo viene letto con occhio critico e se si è infastiditi da un linguaggio per il quale le alleanze dovrebbero essere vibranti e le fondamenta del successo risposano sullo spirito del popolo (americano). Ma nella sostanza si delinea il tentativo serio e lodevole di riconquistare l’iniziativa ideologica e politica, la forza, anche morale, del messaggio che gli Stati Uniti intendono propagare, così da riprendere la leadership politica, oltre a quella militare, alla ricerca di quel soft power che la precedente amministrazione aveva relegato in secondo piano, come ipnotizzata dalle tentazioni del proprio hard power militare.

Non è detto che l’operazione riesca. Lo stesso Joseph Nye, che aveva inventato il termine soft power, più recentemente ha preferito utilizzare la formula smart power, il potere intelligente, capace cioè non solo di individuare grandi obiettivi di portata universale, ma anche di tracciare la strada per raggiungerli. E su questo punto invece la National Security Strategy 2010 è piuttosto carente, o meglio sbilanciata, ancora una volta, a favore della forza e delle capacità militari.

Un difficile equilibrio
È sul piano militare e della sicurezza, in effetti, che il documento è più preciso e programmatico, indicando le priorità e i mezzi necessari per farvi fronte, mentre sul piano politico-diplomatico e su quello economico, è più generico ed impreciso, come del resto nell’individuazione dei nuovi strumenti istituzionali per assicurare il governo della globalizzazione. In altre parole, da un lato siamo in presenza di vere e proprie prescrizioni, mentre dall’altro siamo più vicini alle semplici esortazioni.

Ciò naturalmente è giustificato, almeno in parte, dal fatto che, mentre sul piano militare e della sicurezza gli Stati Uniti sono sostanzialmente in grado di procedere unilateralmente, e hanno un alto grado di controllo sulle opzioni strategiche, in campo economico e politico invece debbono ottenere il consenso e la cooperazione di molti altri soggetti internazionali, non sempre propensi ad assecondarli.

Questa discrasia può avere gravi conseguenze. In primo luogo essa può rendere molto più difficile proprio quell’esercizio della leadership americana nel mondo che è l’obiettivo principale ricercato da Obama, costringendo gli Usa in una posizione di relativa debolezza, più difensiva che offensiva, e quindi anche più ristretta al campo della sola forza militare, nonostante la sua evidente insufficienza. Ma in secondo luogo, più grave, potrebbe risultare inadeguata ad affrontare il deteriorarsi del quadro internazionale, con gravi pericoli per tutti.

La sfida della leadership
Una leadership americana debole è un grave problema, in particolare per l’Europa, che continua a basare la sua sicurezza sulla continuità e credibilità dell’alleanza transatlantica. Ciò dovrebbe suggerire l’urgenza di una maggiore e più incisiva iniziativa internazionale da parte europea, che in qualche modo compensi la debolezza americana. Ciò potrebbe essere tanto più facile in quanto un’iniziativa europea, pur senza escludere un impegno in campo militare (secondo la regola aurea della necessaria condivisione tra alleati dei rischi e delle responsabilità), dovrebbe concentrarsi sui problemi politici ed economici e sulla riforma e rafforzamento delle istituzioni di governo della globalizzazione.

Il rischio è che l’Europa manchi questo appuntamento. In tal caso non dovrebbe però meravigliarsi se la politica americana tornasse nuovamente a oscillare in direzione dell’unilateralismo, relegando le speranze di Obama nel limbo della retorica delle buone intenzioni.

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Vedi anche:

R. Alcaro: La Nato alla ricerca di una nuova strategia

G. Gramaglia: Obama alla riconquista degli Usa