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Dopo il vertice dei 27

L’Ue si ricompatta all’insegna del rigore

18 Giu 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Dopo una raffica di vertici di crisi, convocati d’urgenza per salvare la Grecia e l’euro, finalmente un vertice sulla crisi nei tempi giusti della diplomazia internazionale e senza drammatiche accelerazioni. L’Ue dei 27 esce dal Consiglio europeo del 17 giugno ‘ricompattata’, dopo una stagione di divisioni e di polemiche, dichiarando unanime soddisfazione per i risultati dell’incontro e trovandosi unita sulla linea comune da portare a G8 e G20 della prossima settimana: una tassa sulle transazioni finanziarie e maggiori controlli sulle banche, con le quali è l’ora dei conti dopo la fase dei salvataggi.

Se i Grandi del mondo ci stanno, bene; se no, “andiamo avanti da soli”, dicono, all’unisono, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, riconciliati dopo gli screzi sulla manovra tedesca, e persino l’esordiente premier britannico ed euro-tiepidissimo David Cameron, che s’è presentato ribadendo “l’impegno europeo” del Regno Unito, senza rinunciare alla difesa “dei propri interessi nazionali e delle proprie linee rosse”.

Il mantra dell’”austerity”
Pure l’Italia sostiene di avere i suoi motivi di soddisfazione: la sorveglianza sui bilanci nazionali, d’ora in poi, terrà maggiormente conto della “sostenibilità complessiva” del debito pubblico; il che può essere un vantaggio, visto il livello particolarmente basso del debito privato italiano. Il ministro dell’economia Giulio Tremonti definisce “straordinario” il successo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che, in realtà, è suo. Ma in conferenza stampa, il presidente del Vertice, Herman Van Rompuy, deve andarsi a rileggere le conclusioni, per ritrovare e ricordarsi il passaggio in cui si fa cenno al nuovo approccio per la valutazione delle politiche di bilancio.

Di approfondimento dell’integrazione, il Consiglio europeo non ha né tempo né voglia di occuparsi, anche per evitare di mettere a nudo le divisioni. Ma le conclusioni contengono qualche apertura interessante: “Rafforzare il coordinamento delle politiche economiche costituisce una priorità fondamentale e urgente”, dopo che “la crisi ha fatto emergere chiare lacune nella nostra governance economica, specie per la sorveglianza di bilancio e, più in generale, quella macroeconomica”. L’obiettivo del governo economico della zona euro, cioè il completamento con l’Unione monetaria all’Unione economica, voluto soprattutto da Parigi, resta, per il momento, ‘incapsulato’ nel generico “rafforzare il coordinamento”.

Ma non era, forse, né l’ora né il momento di parlarne: a Bruxelles, i leader dei 27 si presentavano come a una sorta di concorso di virtuosità, vantando ciascuno il rigore delle misure prese per battere la crisi, contenere i deficit e rafforzare l’euro. “La mia manovra è più austera della tua” è lo slogan del ‘carosello’ dell’Unione che tira la cinghia. Il Consiglio doveva consentire all’Ue di presentarsi unita agli appuntamenti in Canada del G8 e del G20, il 25 e 26 giugno, e c’è in sostanza riuscito.

La spina belga
Ai Vertici mondiali, l’Europa e l’euro sono componenti essenziali di qualsiasi strategia internazionale di risanamento e di rilancio: bisognava fare l’ennesimo sforzo per convincere i mercati finanziari della capacità di contenere il debito e di consolidare l’euro, migliorando il coordinamento delle politiche economiche e dando un giro di vite alla disciplina di bilancio.

Il Vertice segna, di fatto, la fine del semestre di presidenza di turno spagnola del Consiglio dell’Ue: il primo luglio, José Luis Zapatero passerà le consegne al nuovo premier belga, ammesso che, dopo il voto del 13 giugno, un governo sia già stato formato. Per il momento, re Alberto ha affidato l’incarico esplorativo al leader ‘secessionista’ fiammingo Bart De Wever, che potrebbe, però, consegnare il mandato di premier al socialista vallone Elio Di Rupo. Difficile, però, che i negoziati vadano in porto in due settimane, dopo che le elezioni politiche di domenica scorsa hanno ulteriormente frantumato un quadro politico nazionale già sconnesso. È difficile pure immaginarsi che, nonostante la sua indubbia vocazione europeista, un Belgio che cammina lungo il crinale della separazione fra valloni e fiamminghi possa farsi tedoforo dell’approfondimento dell’integrazione.

Il bilancio della presidenza di turno spagnola è al di sotto delle attese e delle ambizioni. Il compito del governo di Madrid è stato reso molto più complicato dall’esplosione del ‘caso Grecia’ e dal fatto che la Spagna sia stata fra i Paesi più direttamente minacciati dalla crisi dell’euro e, in particolare, dal ‘contagio greco’. Inoltre, Madrid ha sperimentato la ‘coabitazione’ della presidenza ‘rotante’ con le nuove figure istituzionali introdotte dal Trattato di Lisbona: il presidente ‘stabile’ del Consiglio europeo, il belga Van Rompuy, la cui figura e il cui peso sono cresciuti in questo mese, soprattutto in forza dell’azione di mediazione fra i 27 sulla risposta alla crisi economico/finanziaria, e il ‘ministro degli esteri’ europeo, la britannica lady Ashton, che ha, invece, lasciato una sorta di vuoto alla guida della diplomazia europea, forse perché assorbita dalla nascita del Servizio di azione esterna. Inoltre, il cambio della guardia a Downing Street non migliora certo l’influenza della Ashton, laburista, sull’unico governo che poteva darle davvero credito e sostegno.

Rinvio del Servizio diplomatico
Sul tavolo dei capi di Stato o di Governo dei 27, c’erano pure a Bruxelles documenti sui temi caldi dell’attualità internazionale, dal Medio Oriente, dopo il cruento blitz di Israele il 31 maggio contro un convoglio di attivisti filo-palestinesi diretto a Gaza, ai rapporti con l’Iran, dopo che il 10 giugno l’Onu ha varato nuove sanzioni. Le misure dell’Ue contro il regime di Teheran saranno più dure di quelle delle Nazioni Unite e i singoli Stati potranno pure andare oltre, colpendo gas e petrolio. Altre decisioni spicciole: il sì dei leader ai negoziati di adesione dell’Islanda, in corsia di sorpasso rispetto a tutti gli altri candidati –possiamo fare 29 nel 2012, forse anche con la Croazia -, e all’adesione dell’Estonia all’euro – faremo 17 il 1° gennaio 2011.

Fra i risultati del Vertice di Bruxelles, non era atteso e non c’è stato il lancio del nuovo Servizio europeo di azione esterna (Seae), perché l’accordo di massima delineatosi fra le istituzioni deve ancora essere formalizzato da un voto del Parlamento europeo, che non ci sarà prima di settembre. Fra i punti da chiarire, c’è quello della natura della ‘diplomazia europea’, che molti Stati membri vogliono il più possibile indipendente dalla Commissione e con il proprio bilancio, mentre il Parlamento la intende come emanazione dell’Esecutivo e ad esso strettamente collegato – il che gli consentirebbe di farsi ascoltare di più. Resta inoltre da stabilire il rapporto di presenze tra funzionari europei ‘in servizio permanente effettivo’ e diplomatici nazionali ‘in prestito temporaneo’ (al massimo per dieci anni, è la proposta attuale). E ci sono infine preoccupazioni sulla continuità e la coerenza della politica di sviluppo dell’Ue, soprattutto se il Seae dovesse costituire una sorta di entità a sé.

Un’ipotesi che adesso piace è quella di lanciare il nuovo Servizio, che dovrebbe disporre a pieni ranghi di 6/700 persone, il primo dicembre, a un anno esatto dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona: il simbolismo della coincidenza farebbe passare in secondo piano il fatto di avere consumato molti mesi in diatribe nazionali e personali.

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Vedi anche:

R. Pennisi: Il magro bilancio di Zapatero

M. Comelli, R. Matarazzo: Parlamento europeo all’offensiva sulla politica estera