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Asia centrale

L’organizzazione di Shangai in bilico tra Mosca e Pechino

15 Giu 2010 - Nicolò Sartori - Nicolò Sartori

La scorsa settimana Tashkent, capitale uzbeka, ha ospitato il decimo vertice dei Capi di Stato della Shangai Cooperation Organization (Sco), l’organismo che riunisce attorno ad un unico tavolo le repubbliche dell’Asia centrale (ad esclusione del Turkmenistan) e le due potenze maggiormente attive nella regione, Cina e Russia. I temi all’ordine del giorno erano molteplici, e alcuni di essi particolarmente impegnativi: stabilità e sicurezza regionale, con un’enfasi sulla grave crisi in cui è precipitato il Kirghizistan dopo il colpo di stato e i violenti scontri etnici nel sud del paese; questione afgana, e ripercussioni sulla regione; allargamento della membership dell’organizzazione; cooperazione economica regionale. È un’agenda che dimostra la crescente intraprendenza della Sco sullo scenario internazionale. Rimangono però molteplici punti interrogativi sull’effettiva capacità dell’organizzazione di realizzare quanto enunciato a livello programmatico.

Il nodo dei nuovi membri
Quella dei possibili nuovi membri è una delle questioni più controverse discusse al vertice, dov’erano infatti presenti delegazioni di tre paesi osservatori – India, Mongolia e Pakistan (oltre a quelle di Afghanistan e Turkmenistan) – interessati a negoziare il loro eventuale accesso all’organizzazione.

Al momento solo la Mongolia ha reali possibilità di entrare a far parte del gruppo. L’ingresso di India e Pakistan, sembra molto più complicato. Tra i membri vi è accordo sulla necessità di un ingresso contemporaneo dei due paesi, ma le reticenze russe nei confronti di Islamabad bloccano di fatto qualsiasi trattativa. Più in generale c’è il rischio che gli storici attriti indo-pakistani si ripercuotano all’interno della Sco, indebolendola.

L’Iran è un capitolo a parte: Cina e Russia sono state categoriche nell’escluderne l’adesione alla Sco. Paese osservatore, al pari di Mongolia, India e Pakistan, la Repubblica islamica non ha nemmeno inviato al vertice la propria delegazione. Il rifiuto di accettare un paese sotto regime sanzionatorio delle Nazioni Unite è un segno della volontà della Sco di accreditarsi come attore responsabile, in particolare agli occhi degli Stati Uniti, presenti per la prima volta con un proprio rappresentante ad un incontro dell’organizzazione.

Si discute dei possibili nuovi membri, ma la posta in gioco sono in realtà gli equilibri di potenza all’interno dell’organizzazione. La Sco è di fatto a guida cinese: Pechino, pur facendo attenzione a non urtare la sensibilità della Russia in una regione che è ad essa storicamente legata, ha ampiamente utilizzato le sue potenti leve economiche per accrescere la propria influenza politica in Asia centrale. L’eventuale ingresso dell’India nell’organizzazione ne accrescerebbe la credibilità come attore globale, ma inevitabilmente ridurrebbe il potere che vi esercita la Cina. Resta da vedere se quest’ultima sarà disposta ad accettare un simile scambio politico.

Sicurezza, ma come?
Una delle priorità identificate dal vertice è la gestione congiunta della sicurezza regionale. La grave crisi politica in Kirghizistan, membro fondatore della Sco, non poteva essere ignorata dai leader riuniti a Tashkent. Tuttavia, l’unica iniziativa presa dall’organizzazione è stata l’invio di osservatori per monitorare il referendum che si terrà in Kirghizistan il 27 giugno. Una decisione che riflette la modestia operativa di un’entità che ancora fatica a trasformare in azione concreta quanto proclama nei suoi documenti.

Per quanto riguarda l’Afghanistan, gli interessi dei membri ad una pacificazione del paese sono particolarmente forti. Terrorismo, criminalità organizzata e traffico di droga e di armi sono piaghe che dall’Afghanistan si espandono verso i paesi confinanti, tanto nelle piccole realtà instabili, quali Tajikistan, Uzbekitan e Kirghizistan, quanto nei regimi più consolidati come quello cinese o kazako. Persino sul confine meridionale russo, le conseguenze dell’instabilità afgana hanno importanti effetti. Tuttavia, sebbene la Sco identifichi il conflitto afgano come un problema cruciale per tutti i paesi membri, al giorno d’oggi non sembra che l’organizzazione abbia a disposizione le risorse politico-militari per contribuire efficacemente alla pacificazione dell’area. D’altronde, le anime all’interno della Sco sembrano essere divise: accanto alla volontà di intervento di Mosca, pronta ad assumersi rilevanti responsabilità in campo politico-militare, vi è un approccio cinese di basso profilo sui temi strategici e più focalizzato sulla cooperazione economica e commerciale.

Il test kirghizo
La violenza etnica esplosa nella città kirghiza di Osh, nelle stesse ore in cui i leader politici della Sco erano riuniti a Tashkent, deve indurre ad una seria riflessione su quanto l’organizzazione può fare concretamente. La (non) risposta della Sco a quanto avvenuto nella periferia di uno dei suoi stati membri mostra tutti i suoi limiti come attore di sicurezza regionale.

Significativo è il fatto che il governo provvisorio kirghizo, guidato da Roza Otunbayeva, abbia richiesto l’intervento delle forze di sicurezza russe per pacificare la situazione interna del paese. Di una posizione congiunta della Sco a riguardo nemmeno l’ombra, mentre le prime reali offerte di intervento a sostegno delle forze di sicurezza kirghize sono giunte dall’organizzazione di sicurezza collettiva dominata da Mosca, la Collective Security Treaty Organisation (Csto), il cui segretario generale Nikolai Bordyuzha ha espresso la disponibilità a fornire gli equipaggiamenti necessari per stabilizzare la situazione.

Le dinamiche interne dell’organizzazione, dominata da due grandi potenze che competono per l’influenza su un gruppetto di stati con una visione strategica poco chiara e pronti a compromessi per vantaggi di breve periodo, rendono difficile un’utilizzazione della Sco in una funzione operativa. Nonostante le richieste di stabilità e sicurezza da parte degli Stati membri (minori) si facciano sempre più insistenti, l’attuale approccio della Cina, che privilegia soprattutto la dimensione economica, continuerà a prevalere. Finché la Russia potrà far valere la sua presenza militare nella regione attraverso la Csto, un’effettiva affermazione della Sco quale attore politico-militare di rilievo sembra improbabile.

La Sco potrebbe assumere un’effettiva dimensione militare solo se la Cina decidesse di estendere il suo controllo nella regione. Ma ciò richiederebbe, a sua volta, una ridefinizione dei rapporti di forza con Mosca. Nel medio periodo è molto più probabile che a prevalere sia la volontà di mantenere lo status quo, ovvero un equilibrio, per quanto precario, fra le due potenze.

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Vedi anche:

N. Morfini: Il soft power della Cina in Asia centrale e i ritardi dell’Ue

N. Sartori: Gas e sfere di influenza in Asia centrale