IAI
Il vertice della Cei in Montenegro

L’Italia e la tigre dei Balcani

17 Giu 2010 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

Il 15 giugno i ministri degli Esteri della Central European Initiative (Cei) si sono incontrati per la riunione annuale in Montenegro, che nel 2010 presiede per la prima volta questo raggruppamento. L‘incontro, che si è svolto nell’antica cornice adriatica della cittadina di Budva, ha discusso di “Cooperazione regionale nel contesto dell’integrazione europea”: anche in quest’occasione l’Italia ha giocato un ruolo importante se non di primo piano. Il ministro degli Esteri montenegrino Milan Rocen attendeva l’omologo italiano, Franco Frattini, per avere la conferma della visione strategica con cui Roma guarda al contesto regionale della Cei.

L’azione italiana verso la regione balcanica, infatti, si va intensificando, soprattutto verso quei paesi adriatici (come Montenegro e Albania) con cui l’Italia vanta una tradizione storica di scambi culturali, economici, politici. È un ambito rilevante, quello della Cei, che rimane il primo e più antico forum per la cooperazione regionale verso l’Est (fu istituito a Budapest pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, nel novembre 1989). Con sede a Trieste, la Cei ha raggiunto i 18 membri con l’ultima adesione del Montenegro indipendente nel 2006. Il consolidamento di un’area balcanica (sud-orientale) rispetto all’originaria prospettiva danubiana (centro-orientale) conferma inoltre il ruolo guida dell’Italia non solo nella Cei ma anche nell’ambito dell’Iniziativa adriatico ionica.

Passa per Roma, dunque, la realizzazione delle priorità decise al vertice Cei in Montenegro: in primis il rilancio del club adriatico-ionico in coordinamento con la Cei, quindi il rafforzamento dell’azione di quest’ultima nella regione finalizzato a favorire il processo di integrazione dei paesi dei Balcani occidentali nell’Ue. A margine dei lavori, poi, italiani e montenegrini si sono confermati i reciproci impegni: i primi hanno ribadito l’appoggio alla candidatura montenegrina all’adesione alla Nato e all’Ue; i secondi la disponibilità a fare da base strategica dell’Italia nei Balcani.

Montenegro, “tigre” della regione
“L’armonia tra suddito a sovrano è piena”: così descriveva il Montenegro l’incaricato d’affari italiano Cesare Durando, nel 1881. Quasi 130 anni dopo, la stabilità dei governanti di Podgorica sembra confermarsi, malgrado il quadro preoccupante suggerito dalle varie inchieste internazionali per traffici di stupefacenti e riciclaggio di denaro sporco di grandi network criminali in Europa. L’ancor giovane premier Milo Djukanovic, ai vertici dello Stato (come premier o come presidente) quasi ininterrottamente dal 1991 ad oggi, si è confermato come il leader che probabilmente riuscirà a portare il Montenegro nella Nato e nell’Ue. Superata per pochi voti la soglia “maggiorata” del 55% dei voti al referendum per l’indipendenza del maggio 2006, i circa 650 mila abitanti del nuovo Stato indipendente hanno aumentato (secondo i dati 2008 elaborati con l’Atlas method dalla World Bank) in soli due anni il proprio reddito annuo procapite di circa il 50%, passando da 4.260 a 6.660 dollari Usa: poco più di 1/6 di quello italiano, però nettamente superiore a quello di altri paesi dell’area (Albania, 3.840 $; Bosnia e Erzegovina, 4.520 $; Serbia, 5.590 $).

Dopo la vittoria della coalizione pro-Ue nel marzo 2009, Djukanovic ha ulteriormente consolidato l‘intesa con il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi. L’Italia non soltanto ha sostenuto fortemente l’abolizione del visto per soggiorni brevi in area Schengen anche per il Montenegro (è stato abolito nel dicembre 2009), ma ha spinto sull’acceleratore delle acquisizioni e degli investimenti italiani nei settori strategici del piccolo paese, come quello energetico.

Un trampolino per l’Italia
Grande come la Campania (oltre 13 mila kmq), con un’orografia difficile e una popolazione contenuta ma in crescita, il Montenegro, che ha adottato l’euro con decisione unilaterale, offre condizioni decisamente favorevoli alle imprese che intendono investirvi. Dal 2006 la sua politica fiscale – con il varo dell’aliquota proporzionale unica al 9% per la tassazione sulle società e con ulteriori esenzioni nel caso di attività in zone sottosviluppate – ha puntato molto sugli investitori stranieri. È in questo contesto che ha potuto manifestarsi anche in Montenegro il nuovo “attivismo bilaterale italiano verso il vicinato” – come è definito nel rapporto 2010 dell’annuario su “La politica estera dell’Italia” curato da Iai e Ispi.

Un tassello importante della strategia italiana è stata l’acquisizione della compagnia elettrica del Paese, Elektro Privreda Crne Gore (Epcg), da parte dell’italiana A2A (prima azienda multiutility dell’energia in Italia, nata nel 2008 dalla fusione di varie realtà che gravitavano intorno all’Azienda elettrica milanese). Il fatto che la banca locale che ha gestito l’operazione sia controllata dal fratello del primo ministro montenegrino non ha mancato di suscitare polemiche. Che non hanno tuttavia oscurato l’importanza dell’operazione: a settembre 2009 il governo di Podgorica ha siglato un accordo che ha permesso all’A2A di avere il controllo di una quota del 43,7% dell’azienda montenegrina – grazie all’adesione all’offerta della quasi totalità degli azionisti di minoranza –per un esborso complessivo pari a circa 436 milioni di euro, e ipotecare l’acquisizione (al raggiungimento degli obiettivi previsti, nel 2015) della maggioranza assoluta del capitale azionario. Tale operazione porta in dote un’intera filiera energetica (produzione, distribuzione, vendita di energia elettrica). Il piano di sviluppo italiano prevede una crescente esportazione di energia elettrica verso l’Italia, grazie a un progetto d’interconnessione con l’Albania (è in costruzione una linea da 400 kw tra Elbasan-Tirana-Podgorica) e uno per la realizzazione della linea elettrica sottomarina Brindisi-Valona (che si affianca agli analoghi collegamenti Seman-Bari e Foggia-Durazzo).

Marketing e promozione culturale
Naturalmente non mancano dubbi e opposizioni: i piani italiani per il potenziamento degli impianti idroelettrici esistenti e la creazione di nuovi hanno creato un certo allarme per l’impatto ambientale che potrebbero avere. L’Ambasciata d’Italia a Podgorica e l’A2A hanno risposto con un’offensiva culturale incentrata sull’arte. Si è così realizzata l’operazione “Caravaggio in Montenegro”: il 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica italiana, l’esposizione nel centro della capitale Podgorica del capolavoro caravaggesco “Narciso alla Fonte” (proveniente dalla collezione di palazzo Barberini) è stata inaugurata dall’ambasciatore Sergio Barbanti alla presenza, fra gli altri, del presidente di A2A Giuliano Zuccoli e del premier Milo Djukanovic. L’iniziativa ha avuto anche una notevole eco di stampa. Il prestito del dipinto, assicurato per 50 milioni di euro, si è realizzato a costo zero: gli sponsor, in primis l’A2A, hanno coperto le spese della trasferta e finanziato il restauro di altre opere d’arte in Italia.

È il segnale di un nuovo indirizzo più ‘utilitario’ della politica culturale italiana in paesi – come il Montenegro e l’Albania – in cui la civiltà e la lingua italiane sono già fortemente presenti o si tratta di mere operazioni di marketing pubblicitario? Certo è che il Montenegro offre la possibilità di sperimentare un nuovo modello di cooperazione basato sulla saldatura tra la dimensione economica e quella culturale. Con potenziali ricadute positive sulla nostra presenza nel più ampio contesto regionale.

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Vedi anche:

G. Merlicco: Ipotesi partizione per il Kosovo

S. Presenti: Passa per il Nord Adriatico la futura Via della Seta