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Verso la sentenza della Corte dell’Aja

Ipotesi partizione per il Kosovo

8 Giu 2010 - Giordano Merlicco - Giordano Merlicco

In vista della sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, che dovrebbe pronunciarsi entro luglio sulla conformità dell’indipendenza del Kosovo al diritto internazionale, le parti coinvolte preparano le proprie mosse. L’ipotesi della partizione della provincia kosovara presenta varie incognite, ma di fronte all’instabilità dello status quo potrebbe raccogliere diversi consensi. A più di due anni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, la maggioranza degli stati (più di 120 sul totale di 192 che compongono l’Onu) rifiuta di riconoscere il Kosovo come stato sovrano. Il paese è ancora largamente dipendente dai suoi sostenitori internazionali, la cui invadenza negli affari interni kosovari è guardata con frustrazione da una parte crescente dell’opinione pubblica.

Una questione irrisolta
Le aree a maggioranza serba sfuggono al controllo di Pristina, come hanno mostrato le recenti elezioni amministrative a Kosovska Mitrovica e a Novo Brdo svoltesi regolarmente nonostante la contrarietà delle autorità di Pristina e della missione europea Eulex. La situazione socio-economica rimane precaria. La vita politica ed economica continua ad essere pesantemente condizionata dalla criminalità organizzata, mentre la corruzione è talmente diffusa che, con amara ironia, un esponente della locale Ong Cohu l’ha definita una condizione essenziale per fare carriera. Gli abitanti del Kosovo resteranno tra poco gli unici nella regione a dover richiedere il visto per recarsi nei paesi dell’Ue, a meno che non posseggano un passaporto serbo.

Sul terreno la situazione rimane tesa: il tentativo di ex miliziani dell’esercito di liberazione del Kosovo (Uck) di impedire le elezioni a Mitrovica nord è degenerato in scontri che hanno richiesto l’intervento della missione Nato Kfor. Da mesi nel villaggio di Zac, nella regione occidentale, si registrano episodi di violenza ai danni dei profughi intenzionati a rientrare nelle proprie case, e poco importa che all’origine degli episodi non ci sia tanto l’avversione etnica, quanto la contesa sulle proprietà lasciate incustodite dai serbi fuggiti nel 1999.

Belgrado e Pristina rimangono ferme sulle loro posizioni, ma un elemento nuovo nella disputa sarà introdotto dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia (Cig), cui la Serbia ha chiesto di pronunciarsi sulla legalità della secessione kosovara. La sentenza non cambierà la situazione sul terreno, ma avrà un impatto politico importante, nella misura in cui ostacolerà o favorirà il riconoscimento della sovranità kosovara da parte della comunità internazionale.

Da parte sua, la Serbia ha più volte ribadito che non rinuncerà al Kosovo; coerentemente con questa posizione il governo serbo rifiuta di partecipare a tutte le assisi internazionali in cui il Kosovo viene presentato come stato sovrano. I dirigenti di Belgrado si sono detti pronti ad aprire, dopo il verdetto della Cig, nuove trattative con Pristina, allo scopo di trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti. Diverse fonti hanno rilanciato l’ipotesi che l’obiettivo del governo serbo sarebbe concordare una partizione della provincia kosovara, in modo da mantenere sotto la sua sovranità almeno le aree settentrionali. In qualche occasione perfino il presidente Boris Tadic ha accennato alla possibilità di una partizione; questa ipotesi presenta numerose incognite, tuttavia è chiaro che la Serbia non accetterà una soluzione della questione che la veda perdente su tutta la linea.

Integrità o autodeterminazione?
Oltre all’ovvia verità secondo cui nessuno stato rinuncia volontariamente a un suo territorio, come amava ripetere l’ex premier serbo Vojislav Kostunica, la posizione di Belgrado trova spiegazione, più che nei miti letterari, nella storia dell’ultimo ventennio. Nel 1991-92, i maggiori attori della comunità internazionale scelsero di riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle repubbliche jugoslave, sacrificando ad esso il principio di integrità territoriale dello stato federale. Successivamente il principio di integrità territoriale dei nuovi stati è stato fatto prevalere sulla volontà di autodeterminazione delle minoranze nazionali che li abitavano. Nel caso del Kosovo, al contrario, gli Usa e la maggior parte dei paesi europei hanno scelto di far prevalere la volontà separatista degli albanesi sull’integrità territoriale dello stato serbo, nonostante la provincia in questione non abbia mai avuto il diritto di secedere, né ai sensi della costituzione serba né di quella jugoslava.

Indipendentemente dalle motivazioni invocate a loro supporto, è evidente che le oscillazioni che hanno caratterizzato l’applicazione ora del principio di autodeterminazione, ora di quello di integrità territoriale, sono state sostanzialmente contrarie agli interessi serbi. Sembra ovvio che i serbi rifiutino di riconoscere l’autodeterminazione agli albanesi del Kosovo, se lo stesso principio è stato negato ai serbi di Croazia e viene tuttora negato alla Republika Srpska di Bosnia. Coerentemente con la richiesta di vedere rispettata la sua integrità territoriale, il governo serbo ha più volte indotto i serbi di Bosnia a ridimensionare le proprie tendenze separatiste, una politica che diverrebbe decisamente imbarazzante per Belgrado, se questa fosse costretta a riconoscere la secessione del Kosovo.

Riaprire il dialogo
L’ipotesi della partizione avrebbe alcuni aspetti positivi. Il riconoscimento dell’indipendenza di Pristina da parte serba, che necessariamente ne conseguirebbe, non solo eliminerebbe una minaccia alla stabilità regionale, ma allevierebbe anche un grave dissidio internazionale, facendo cadere le reticenze dei paesi che, considerandola una grave infrazione della legalità internazionale, si oppongono alla secessione kosovara.

Tuttavia la partizione presenta diverse incognite. Se, come probabile, la partizione ratificasse l’attuale divisione territoriale, alla Serbia rimarrebbero solo Mitrovica nord, Leposavic, Zvecan e Zubin Potok: poco per far accettare ai suoi cittadini la dolorosa rinuncia al resto del territorio. Resterebbero fuori molte località ancora abitate da serbi, tra cui l’area di Strpce, dove i serbi sono maggioritari ma che non è contigua alle altre aeree a maggioranza serba. Tale divisione non manterrebbe sotto il controllo di Belgrado nemmeno la storica sede del patriarcato serbo, nella città di Pec, uno degli elementi fondanti del mito del Kosovo. Per quanto riguarda il fronte albanese, alcuni dirigenti di Pristina hanno già annunciato che in caso di partizione i comuni a maggioranza albanese della valle di Presevo, nella Serbia meridionale, dovrebbero unirsi al Kosovo.

La partizione del Kosovo presenta varie problematiche, tuttavia a meno di non voler rimandare sine die la soluzione definitiva, occorrerebbe escogitare soluzioni che vadano incontro alla Serbia. Sembra infatti tramontata l’idea che fosse possibile barattare l’indipendenza di Pristina con una rapida integrazione della Serbia nell’Ue. La Serbia ha più volte ripetuto che rifiuta questa “proposta indecente”, che non vuole diventare l’unico paese a dover pagare l’integrazione nell’Ue con la rinuncia a una parte del suo territorio. Del resto l’Ue, alle prese con la crisi finanziaria, difficilmente si concederà rapidi allargamenti dopo la probabile integrazione della Croazia, nel 2011.

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Vedi anche:

M. Lekic: L’ombra della Grecia sui Balcani occidentali