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Iraq

Ciniche alleanze a Baghdad

9 Mag 2010 - Mario Arpino - Mario Arpino

Non sempre per formare un governo che “governi” è sufficiente vincere le elezioni. Capita, addirittura, che chi vince di misura non abbia nemmeno i numeri per formarlo, a meno di compromessi considerati inaccettabili dalla maggioranza dei suoi elettori. Seppure un governo in queste condizioni riesce a nascere, viene alla luce recando già in sé il seme dell’instabilità. A volte può persino accadere che il gioco delle coalizioni possa favorire chi ha perso. Ultimo esempio di questo tormento il caso britannico, ma anche in Germania Angela Merkel non ha vita facile e, in Israele, la politica non è uscita certo rafforzata dal passo indietro cui è stata costretta il leader Kadima, Tzipi Livni.

Nessuna meraviglia, allora, se anche in Iraq, che volonterosamente sta sostenendo i primi esami di democrazia, sta succedendo più o meno identica cosa. È pur sempre dialettica democratica, che proprio per questo dobbiamo comunque riguardare come sviluppo positivo. Certo, se l’”Iraqyia” laica di al-Allawi avesse prevalso con margini superiori, tutta la questione avrebbe potuto risolversi in tempi più brevi e con rischi inferiori.

Delusione per Nouri al-Maliki
Il premier al-Maliki, che era sicuro di vincere e di riproporsi per un successivo mandato, non ha accettato di aver perso per due seggi e, premendo sulla commissione elettorale per il riconteggio manuale delle schede, ha ottenuto che questo avvenga almeno nel distretto di Baghdad, dove comunque aveva già vinto. Si tratta di ricontare due milioni e mezzo di voti, operazione non semplice, che necessita di tempo e organizzazione. Tanto che, richiesto subito dopo il 26 marzo, data nella quale erano stati resi noti i risultati del 7 marzo, il riconteggio è potuto iniziare ufficialmente solo nella mattinata di giovedì della settimana scorsa, 6 maggio. Richiederà, secondo gli esperti, dalle due alle tre settimane.

Questa potrebbe tuttavia essere, secondo alcuni, solo una manovra diversiva per guadagnare tempo, visto che le manipolazioni tese a modificare il risultato di queste elezioni sono di ben diversa natura. Non è scontato che, in caso di differenza marginale, l’incarico di formare un nuovo governo sia conferito al leader la cui formazione politica ha singolarmente ottenuto il maggior numero di voti. Lo stiamo vedendo anche a Londra, proprio in questi giorni. Entra nel gioco delle maggioranze la dimensione delle alleanze che ciascun leader riesce a creare dopo, e questo richiede tempo. Anche molto, a meno di “grandi coalizioni”, come era accaduto in Germania.

Cattivi pensieri
È qui che Nouri al-Maliki, che sicuramente ha un’influenza sulle istituzioni superiore a quella di Iyad Allawi, sta giocando tutte le sue carte. L’articolo 73 della nuova Costituzione prevede che il compito di formare il governo venga affidato al leader del gruppo maggiore. Non precisa, però, se per gruppo si debba intendere il partito che ha vinto le elezioni – in questo caso l’incarico sarebbe spettato ad Allawi – o alla coalizione maggioritaria che si viene a formare “dopo” le elezioni. In tempi inaspettatamente brevi la Corte Suprema ha deciso per quest’ultima interpretazione e cio’ potrebbe essere sfruttato molto favorevolmente anche da chi non è uscito propriamente vincitore dalla competizione elettorale.

È esattamente questa la situazione che sembra si stia delineando negli ultimi giorni, considerando abbastanza improbabile un accordo per un governo di unità nazionale da parte dei due maggiori contendenti, uno dei quali ha contestato i risultati delle elezioni. In definitiva, non sarà la “riconta” manuale di Baghdad a determinare il vincitore, ma colui che sarà in grado di stringere le alleanze “numericamente” più forti, anche se “politicamente” più deboli.

Ciniche alleanze
Ed ecco al-Maliki scattare avanti con un colpo di reni. Tra le tante combinazioni possibili – o impossibili – la settimana scorsa sarebbe stato raggiunto un accordo tra la sua coalizione “State of Law”, con la quale aveva conquistato 89 seggi, e la “Iraqi National Alliance”, un gruppo confessionale sciita dove prevalgono i seguaci del giovane leader filo-iraniano e anti-americano Moqtada al-Sadr, che molti ricorderanno per i guai che ha provocato al contingente italiano a Nassiryia, al tempo di Antica Babilonia. Lo stesso al-Maliki lo aveva combattuto sanguinosamente due anni or sono nell’area di Bassora – era la prima operazione autonoma dal nuovo esercito iracheno – costringendo i suoi alla resa e lui stesso alla fuga nella città santa di Qom, in Iran.

Ma nelle elezioni aveva conseguito 74 seggi, che sommati agli 89 di al-Maliki fanno 163, su un totale di 325. Ancora, quindi, insufficienti per la maggioranza, che verrebbe tuttavia conseguita con un allargamento dell’alleanza ai curdi, che porterebbe ulteriori 43 seggi. Alleanza che il partito di Allawi non può permettersi, in quanto fortemente appoggiato dalla maggioranza dei sunniti, i quali nel nord dell’Iraq hanno insanabili dispute territoriali, originate dal petrolio – di cui le aree sunnite non sono dotate – e della conseguente “arabizzazione” tentata, e in parte riuscita, ai tempi di Saddam.

Forse non andrà proprio così, ma al momento sembra lo scenario più probabile. Nouri al-Maliki è l’uomo che, eletto primo ministro nel 2006 proprio in virtù della sua debolezza – non ha mai avuto milizie proprie e il suo partito sciita, l’”United Iraqi Alliance”, era pluriframmentato – è rapidamente divenuto uomo di riferimento della politica irachena, nel bene e nel male. Gli americani, che con lui hanno sottoscritto l’accordo per le modalità del progressivo ritiro, cominciano tuttavia a nutrire qualche sospetto su un personaggio che, come avviene spesso nei paesi arabi – ricordiamo Sadat – partono da deboli ma, restando a lungo al potere, si trasformano progressivamente in uomini “forti”, di regime.

Doppio rischio per Nouri al-Maliki
La riuscita della manovra di alleanze pensata da al-Maliki nasconde tuttavia almeno due rischi. Il primo è rappresentato dalla maggioranza dei sunniti, più o meno confessionale, che ha supportato Iyad Allawi nelle elezioni e che, considerandosi tra i vincitori, difficilmente si lascerà confinare in posizioni marginali o sarà disponibile a ulteriori processi discriminatori, come quelli già intentati da al-Maliki nei loro confronti, solo per accattivarsi le maggioranze sciite. Queste, a loro volta, hanno al proprio interno la componente estremista di al-Sadr, infida e sgradita a entrambe le parti, ma indispensabile per chi voglia formare una maggioranza. Contrari ad al-Maliki e al suo accordo con gli americani, potrebbero alzare il prezzo. Infatti, in un referendum interno sulla preferenza per il primo ministro, tra al-Maliki e Allawi avrebbero scelto Ibrahim al-Jaafari, membro della “Iraqi National Alliance” e già primo ministro ai tempi di Bremer. Si accontenteranno i due rivali di un posto buono, ma in subordine? Dipenderà dall’offerta. Ma nella Costituzione pare non ci sia posto per due vice-primi ministri…E allora?

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Vedi anche:

S. Colombo: I dilemmi dell’Iraq dopo il ritiro americano