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Medioriente

Militari Usa contro Netanyahu

8 Apr 2010 - Carlo Calia - Carlo Calia

In uniforme azzurra di rappresentanza, con il petto coperto di medaglie e l’aureola dell’eroe il cui “surge“ militare ha salvato in extremis l’avventura bellica americana in Iraq dal totale fallimento, il generale David Petraeus si è presentato alla commissione Difesa del Senato comunicando che il conflitto arabo-israeliano “ostacola la capacità degli Usa di far avanzare i propri interessi in Medio Oriente”.

Messaggio inequivocabile
Non si è trattato di un’estemporanea dichiarazione del più influente generale americano. Petraeus, che, in quanto comandante dell’, è il responsabile della strategia militare per tutto il Medio Oriente, inclusi Iraq ed Afghanistan, si è mosso con la sua consueta abilità politica, seguendo tutte le procedure del caso. A gennaio il generale aveva inviato al suo superiore, l’ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato Maggiore, un rapporto segreto sul conflitto israeliano-palestinese. Vi si spiegava che l’intransigenza di Israele sulla questione palestinese alimentava i sentimenti anti-americani in tutta la regione, mettendo a rischio la vita dei soldati americani lì impegnati in due grandi guerre.

Il Segretario di Stato alla Difesa, Robert Gates, a sua volta, ha posto il problema all’attenzione degli altri maggiorenti dell’amministrazione americana. Poco presente in pubblico, Gates è attualmente considerato il più influente uomo politico sulle questioni militari che Washington abbia conosciuto dopo Robert McNamara negli anni ‘60. Dal Pentagono è dunque arrivato un messaggio “forte e chiaro”, che ha rafforzato la decisione dell’entourage di Obama di segnalare inequivocabilmente agli israeliani che il problema dei nuovi insediamenti, specialmente a Gerusalemme Est, non poteva essere ulteriormente eluso.

Dopo mezzo secolo di alleanza militare e strategica tra Stati Uniti ed Israele, i militari americani sono tutt’altro che anti-israeliani. Ma vogliono vincere, o almeno riuscire a non perdere, le loro guerre. Questo obiettivo è condizionato fortemente dai sentimenti di ostilità del mondo arabo e musulmano nei confronti degli americani, che le azioni israeliane contribuiscono moltissimo ad alimentare.

Conseguenze militari
Il generale Petraeus aveva anche chiesto l’estensione del suo comando alla Cisgiordania e Gaza, oltre a Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq e Yemen. L’obiettivo di Petraeus era probabilmente di acquisire una posizione che gli consentisse di bloccare un’azione bellica contro l’Iran da parte delle forze armate israeliane, negando a queste ultime il permesso di attraversare lo spazio aereo controllato dalle forze americane.

I generali del Pentagono si oppongono fermamente a un’azione contro Israele e, per sventarla, avevano già ottenuto nel 2006 dall’allora Presidente George Bush, che venisse tolta al vicepresidente Dick Cheney la gestione della politica estera in Medio Oriente. La richiesta di Petraeus di un’estensione del suo comando non è stata soddisfatta, ma il suo messaggio sui rischi insiti nella politica israeliana è giunto al mondo politico americano. Mullen, a sua volta, ne ha parlato al suo omologo israeliano, il capo di Stato Maggiore, generale Gabi Askenazi.

La Presidenza americana, del resto, è anch’essa contraria ad un attacco all’Iran non solo perché ne teme gli effetti sui conflitti in corso, ma anche perché ritiene che l’evoluzione politica interna iraniana consigli di rinunciare in questa fase ad un’azione di questo tipo. Circolano intanto a Washington valutazioni di vari servizi di informazione secondo cui gli iraniani avranno bisogno di più di un anno per giungere alla costruzione di una bomba atomica e, soprattutto, di altri quattro o cinque per sviluppare un missile in grado di trasportarla. Dunque la minaccia nucleare iraniana non è un problema urgente. Fondate o meno, queste previsioni sono in linea con le opinioni di Gates e sono stati diffuse contemporaneamente alle prese di posizione dei generali del Pentagono.

Sembra dunque sempre meno praticabile l’ambiguo gioco di Netanyahu nei confronti degli americani, con posizioni del tipo “occupatevi d’Iran e non dei palestinesi” o, all’inverso, “visto che non attacchiamo l’Iran, rinunciate alle vostre pressioni in favore dei palestinesi”. Un’azione militare contro l’Iran non è più un’opzione sul tavolo.

Reazioni della lobby ebraica in Usa
La Conferenza annuale dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), che ha avuto luogo a Washington contemporaneamente alla visita di Netanayu, ha fatto totalmente proprie le posizioni intransigenti del leader israeliano. Ma i 7.000 delegati della Conferenza hanno evitato attacchi alle posizioni di Obama, e hanno anzi applaudito in più occasioni il segretario di Stato Hillary Clinton che se ne è fatta portavoce.

L’Aipac è di gran lunga la più potente lobby pro-israeliana in America, ma c’è un altro gruppo di pressione filo-israeliano, di recente costituzione, il J Street, più moderato e favorevole alla costituzione di un vero stato palestinese indipendente. La nuova associazione continua ad avere un numero di iscritti modesto, non ha conoscenze paragonabili a quelle dei dirigenti Aipac nel mondo politico americano e dispone di fondi infinitamente più esigui. Ma l’Aipac non può ignorare che gli ebrei americani hanno nella loro stragrande maggioranza, pare all’80%, votato per Obama. Ancora adesso, gli ebrei americani sono in grande maggioranza favorevoli alle tesi dei democratici, piuttosto che dei repubblicani, sulle questioni sociali, economiche e sui diritti civili.

Profilo basso
Al momento attuale, dunque, i sostenitori senza remore dell’attuale governo israeliano sembrano aver deciso di mantenere un profilo basso, sperando che Obama fallisca come Presidente. Da parte loro, il Presidente e i suoi collaboratori fanno esattamente il calcolo opposto, con un punto in comune: in attesa degli eventi, non esasperare il contrasto in pubblico. Se però la presidenza Obama avrà successo in politica interna, la questione delle guerre in corso sarà di nuovo in primo piano.

L’Aipac ha mantenuto un silenzio assoluto sulle questioni poste dai militari americani. Ma una presidenza colta ed informata come quella di Obama condivide naturalmente il punto strategico sollevato da Petraeus ed è cosciente del grande peso che le posizioni del Pentagono possono avere sugli orientamenti dell’opinione pubblica statunitense, che è a sua volta uno degli attori fondamentali della politica estera americana.

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M.G. Enardu: La visita di Netanyahu in Europa e la nuova politica estera di Israele