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Verso le elezioni nel Regno Unito

L’ascesa dei lib-dem scalda l’Ue

23 Apr 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

David l’incubo, Nick l’incognita, Gordon il trantran: così, gli euro-entusiasti, magari un po’ euro-ingenui, caratterizzavano i leader dei tre maggiori partiti britannici alla vigilia del loro secondo dibattito pubblico televisivo, dedicato alla politica estera e svoltosi il 22 aprile. I tre ne sono usciti sottolineando, e non annacquando, le loro differenze sull’Europa: “Dobbiamo stare nell’Ue, ma non esserne guidati”, dice David Cameron; “L’Ue non è perfetta, ma soli siamo più deboli, uniti siamo più forti”, replica Nick Clegg; e Gordon Brown se la prende con entrambi, “David è anti-europeo, Nick è anti-americano. Noi dobbiamo lavorare con Ue e Usa per avere occupazione e sicurezza”.

Grande incertezza
Il secondo dibattito non dissipa l’incertezza sull’esito del voto del 6 maggio: finisce, come nel ‘terzo tempo’ d’una partita di calcio, con un giro di strette di mano e pacche sulle spalle, mentre i primi sondaggi danno responsi discordanti. Ha vinto il conservatore, dice il Sun; no, ha vinto il lib-dem, dice l’Itv; di sicuro, non ha vinto il laburista. Ma i distacchi sono ridotti, al di sotto dei margini d’errore dei rilevamenti.

Da quanto ne parlano, i leader nel loro dibattito, i giornali nei loro servizi (vedi BBC), anche i think tank sui loro siti (vedi Openeurope), si direbbe quasi che gli elettori britannici andranno alle urne pensando all’Ue e all’euro, alla relazione speciale con gli Stati Uniti e all’arsenale nucleare, piuttosto che – com’è probabile – alle loro tasche, ai posti di lavoro, alla crisi dell’economia e alle riforme della società. A partire proprio da quella elettorale, se mai si farà.

I dibattiti televisivi, una novità per la Gran Bretagna, sembrano favorire la partecipazione alla consultazione: due britannici sui tre dichiarano oggi l’intenzione di recarsi alle urne. E la vivacità del confronto sulla politica estera ha fatto audience e spettacolo (vedi scheda): Clegg attacca sull’Iraq (“Non dovevamo invaderlo”) e mette fra le priorità l’Ue (“Dobbiamo starci da leader”) e i cambiamenti climatici; e i tre si dividono sull’Afghanistan – ma nessuno prevede il ritiro delle truppe – e sull’immigrazione.

Aspettando il Papa
Anche la visita del Papa a settembre nel Regno Unito è motivo di discussione: Benedetto XVI è benvenuto, ma, quale che sia l’esito delle elezioni, troverà un premier britannico che non condivide le sue posizioni su aborto, contraccezione, ricerca scientifica e che gli chiede di fare di più per punire i responsabili dei casi di pedofilia e impedirne il ripetersi.

L’allineamento dei conservatori con forze di destra eterogenee nel Parlamento europeo è criticato sia dai laburisti che dai lib-dem: Brown accusa i tories di stare a Strasburgo con “estremisti”, Clegg con “pazzi ed omofobi”. Cameron pare quasi dar loro ragione, con la decisione di inviare un emissario conservatore apertamente gay, il ministro dell’ambiente ombra Nick Herbert, al Gay Pride di Varsavia per indurre i potenziali alleati ‘euro-scettici’ polacchi del partito di Lech Kaczynski ad attenuare gli atteggiamenti omofobi: una scelta che la dice lunga sulle (cattive) compagnie europee dei conservatori britannici.

Le previsioni più aggiornate indicano che, a meno di due settimane dalle politiche, la metà circa degli elettori devono ancora fare una scelta definitiva. I liberal-democratici, tradizionalmente la terza forza della politica britannica, sono in ascesa e hanno raddoppiato il loro sostegno nei seggi chiave, a detrimento dei conservatori, gli sfidanti, e dei laburisti, che sono al potere senza interruzione da 13 anni. I lib-dem vanno fortissimo fra i giovani: un sostenitore di Clegg su quattro è al primo voto, chi ha meno di 34 anni e le donne sono suoi punti di forza – e già lo chiamano ‘lady-killer’, ‘rubacuori’ o, anche, ‘sciupafemmine’).

Rischio frammentazione
Dopo il secondo dibattito, i liberal-democratici sono il primo partito britannico, in termini d’intenzioni di voto, davanti a conservatori e laburisti. Ma per le peculiarità del sistema elettorale britannico, i conservatori uscirebbero dalle urne con più seggi, ma senza maggioranza assoluta, e i lib-dem raddoppierebbero i loro seggi fino a 130, rendendosi così essenziali alla formazione di una maggioranza.

C’è l’ansia, per i britannici che non ci sono abituati, di un Parlamento senza chiara guida e d’un governo di coalizione. E c’è la corsa di conservatori e laburisti a conquistarsi il favore dei lib-dem, cui il partito di Brown, messo maluccio – da solo, non vince di sicuro, stando ai sondaggi -, è persino disposto a concedere la riforma del sistema elettorale, dal maggioritario al proporzionale. Parlando in campagna, Peter Mandelson, attuale ministro delle attività produttive, e uno dei principali artefici del rinnovamento che aprì ai laburisti la strada del governo, ha detto: “Credo che la gente inizi a pensare che per cambiare davvero la politica bisogna cambiare il sistema elettorale”.

Per nessuno dei tre leader, il momento è buono. Brown è più grigio del suo nome (e lo si sapeva). Cameron era la speranza di riscatto dei conservatori, ma, di questi tempi, gli vanno tutte storte. La gravidanza di Samantha, la moglie bella e disinvolta, che doveva costituire un atout, rischia di rivelarsi un boomerang, perché il pancione appare uno strumento elettorale. Il video osé di due sedicenti ‘Cameron Girls’ provoca più imbarazzo che entusiasmo. E capita che uno studente di un college della Cornovaglia gli tiri contro un uovo (e sfiori solo il bersaglio, centrando in pieno una guardia del corpo).

Se il cuore dei tories non batte più per David il portafogli del partito, invece, s’ingrossa:le donazioni ai conservatori sono infatti il doppio di quelle ai laburisti. Segno che l’elettorato ricco e benestante percepisce la vittoria, che pareva promessa, in pericolo e fa quel che sa fare meglio in queste circostanze, tira fuori i soldi.

Anche Clegg non è al meglio della forma. Al dibattito di ieri sera, è arrivato dopo che i suoi ‘trucchi’ mediatici, vincenti al primo confronto, erano stati spiattellati dai media: qualcuno aveva dimenticato un appunto riservato sul sedile di un taxi. Nel documento, John Starkey, direttore del comitato centrale lib-dem, consigliava a Nick come comportarsi di fronte ai suoi antagonisti e come sfruttare i loro punti deboli: “Sii te stesso, parla poco, di’ molto”.

Clegg l’eterodosso
Le posizioni di politica estera dei lib-dem sono probabilmente le meno ortodosse (e certamente le meno sperimentate). Clegg pensa, ad esempio, che la Gran Bretagna dovrebbe valutare se rinunciare al suo deterrente nucleare, ovvero ai missili strategici a testata atomica sui sommergibili Trident. E un gruppo di generali di Sua Maestà, scrivendo sul Times, gli dà ragione: meglio consacrare le risorse sulle forze convenzionali piuttosto che spendere 80 miliardi di sterline per rimpiazzare una flotta che invecchia. Del resto, la pensa così pure il presidente Usa Barack Obama, che preconizza l’ ‘opzione zero’ e un mondo senza bomba.

Dell’Italia, Clegg ha detto, in un’intervista all’agenzia Ansa, che “resta un partner fondamentale in Europa: è uno dei Paesi fondatori dell’Ue, le relazioni tra i nostri due Paesi sono per noi di grandissima importanza. Possiamo cooperare su quasi tutte le questioni più importanti, immigrazione, lotta alla criminalità organizzata, regolamentazione dei mercati finanziari”. Una dichiarazione estremamente positiva, ma anche estremamente generica, un passe-partout che andava bene per la Francia e la Germania, la Spagna e i Paesi del Benelux; e che, senz’ombra di dubbio, Brown e Cameron sono pronti a sottoscrivere.

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Vedi anche:

B. Donnelly: Cameron e l’Europa: il rischio di un premier tentenna

A. Marrone: I conservatori inglesi e il futuro della difesa europea