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Turchia

Una politica estera a geometria variabile

1 Mar 2010 - Stefano Casertano - Stefano Casertano

Dal terminale petrolifero di Ceyhan, sul Mediterraneo, è rinata la strategia internazionale della Turchia. Fino al 1991 portava nelle casse di Ankara circa 250 milioni di dollari l’anno grazie al petrolio proveniente dall’Iraq. L’intervento militare alleato contro Baghdad aveva bloccato il flusso di idrocarburi. Nei pochi spazi lasciati liberi dall’embargo contro il petrolio iracheno e dagli attacchi terroristici curdi, l’oleodotto Kirkuk – Yumurtalik aveva poi ripreso a funzionare a intermittenza. La Turchia beneficiava di questa rendita petrolifera, senza però poter influire sui rapporti politici a monte di essa.

Nuovi orizzonti
Con il crollo dell’Unione Sovietica si sono aperte nuove opportunità per i flussi energetici tra Est e Ovest; ma i turchi hanno acquistato solo gradualmente consapevolezza del ruolo chiave che avrebbero potuto giocare nel nuovo contesto.

La pipeline che ha cambiato i rapporti tra la Russia e l’Occidente parte dal terminale azero di Baku, sul Caspio, e arriva a Ceyhan, escludendo il territorio russo. La genesi del progetto è americana: negli anni novanta, fu anche grazie all’impegno dell’ambasciatore ad Ankara Marc Grossman che le forze politiche turche favorevoli alla pipeline riuscirono a organizzarsi. Per distrarre l’attenzione della Russia, ancora in profonda crisi economica, gli Stati Uniti s’impegnarono anche nella ristrutturazione delle “rotte nord” del Caspio, che avrebbero coinvolto Mosca. Ma alla fine l’iniziativa principale fu quella di Baku-Ceyhan. È anche per reagire a questo progetto che la Russia è tornata prepotentemente a intervenire nel Caucaso a partire dal 1999.

Le pipeline verso Ceyhan sono una prova tangibile del vantaggio geografico della Turchia in campo energetico. Se l’Europa è presa dalla disputa tra pipeline Nabucco e South Stream, la Turchia non deve scegliere: entrambi i tracciati coinvolgono le sue acque o il suo territorio. Lo stretto dei Dardanelli, già mira di Stalin dopo la Seconda Guerra Mondiale, rimane un punto di transito petrolifero tra i più importanti al mondo, tanto che sono in sviluppo due progetti di “by-pass” per evitare di sovraccaricarlo. La prima pipeline congiungerà il porto turco di Samsun, sul Mar Nero, a Ceyhan, sul Mediterraneo. La seconda evita il territorio turco, passando dalle coste bulgare (Burgas) al terminale greco di Alexandropouli: a parte le considerazioni industriali, il progetto ha l’effetto di sottrarre parte dei flussi energetici al controllo di Ankara.

Sguardo a ovest
L’attenzione dell’opinione pubblica occidentale si è rivolta principalmente verso il controllo che la Russia è in grado di esercitare sull’approvvigionamento energetico europeo, ma il rischio strategico legato all’evoluzione dell’agenda estera turca non è meno rilevante. A paragone delle crisi del gas tra Ucraina e Russia, il nuovo “collo di bottiglia” turco che si sta preparando ha un potenziale molto più pervasivo. E non mancano i segnali di un cambiamento di atteggiamento da parte di Ankara.

La Turchia continua a puntare sull’ingresso nell’Unione europea, ma con un atteggiamento sostanzialmente diverso rispetto al passato. Nelle trattative con l’Ue la Turchia può adesso far valere il suo nuovo ruolo geo-energetico. Il 17 dicembre 2009, in occasione del quinto anniversario del summit di Bruxelles, dove è iniziato l’iter finale di ingresso nell’Ue, il premier Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che l’Europa è ancora al centro dell’agenda di politica estera, annunciando che a ognuna delle 81 province turche verrà assegnato un “referente per le politiche Ue” per coordinare le istanze locali verso l’Europa. Ma nella stessa occasione Erdogan ha aggiunto dell’altro: “Grazie alla sua posizione storica e strategica, la Turchia può dialogare con paesi entro un’estesa area geografica […]. Come sottovalutare la crescente influenza della Turchia nel Medio Oriente, nel Caucaso e in Asia centrale, e il suo ruolo di mediatrice affidabile nei conflitti regionali?”. Ankara sa insomma che ora è in una posizione nuova che ha accresciuto il suo potere negoziale e le consente di alzare il prezzo della sua partecipazione ai progetti di cooperazione internazionale.

Le aperture verso Siria e Armenia
A partire dalla metà degli anni novanta, la Turchia ospita annualmente un’esercitazione militare congiunta denominata “Anatolian Eagle”, a cui partecipano la Nato, gli Stati Uniti e Israele. Nell’ultima edizione l’invito a Israele è stato ritirato. Poco dopo, Erdogan annunciava un’altra esercitazione militare con la Siria, insieme alla formazione di un “Consiglio di cooperazione strategica” tra Ankara e Damasco. È un cambiamento radicale: in passato la Turchia sospettava che la Siria sostenesse i gruppi terroristici curdi in territorio turco. Sono lontani i tempi in cui la Turchia minacciava la Siria di “entrare da una parte e uscire dall’altra” se Damasco non avesse interrotto gli aiuti ai terroristi curdi del Pkk. In ciò c’era una consonanza con la politica estera di Israele, che vede in Damasco una delle principali sostenitrici della resistenza palestinese. Nel corso dell’intervento armato a Gaza, alla fine del 2008, la Turchia non ha lesinato critiche a Israele e a Davos, nel febbraio 2009, Erdogan si è lanciato in una pesante requisitoria contro il presidente israeliano Shimon Peres.

Non meno significativa è l’apertura verso l’Armenia. Negli ultimi anni gli armeni hanno perso peso politico nel loro quadrante regionale. Le lobby armeno-cristiane negli anni novanta avevano fatto in modo che Washington preferisse Erevan alle lusinghe petrolifere dell’islamico Azerbaijan, che infatti venne escluso dai primi aiuti finanziari alla regione. Con l’apertura energetica, la posizione dell’Azerbaijan si è rafforzata; l’Armenia invece si è trovata sempre più isolata. Il riavvicinamento turco-armeno risponde ad alcuni interessi specifici di Ankara, ma serve anche ad estendere la portata della sua politica internazionale nella direzione del Caspio.

Opportunità e contraddizioni
“Nella mia religione la lancetta della bussola è fissata a un perno, e la punta può dirigersi verso 72 paesi”, ha dichiarato Erdogan citando la mistica sufi Mevlana Jelaluddin Rumi. Ciò significa: la Turchia non vuole schierarsi, perché i maggiori vantaggi li ha nel ritagliarsi un ruolo di mediazione, facendo leva anche sul potere strategico del transito energetico. Se il governo di Ankara sviluppa contatti con l’Iran, si possono aprire opportunità di mediazione tra Washington e Tehran. Allo stesso modo, il nuovo impegno di Ankara in Medioriente può contribuire ai tentativi di rilancio del processo di pace. È positivo che, dopo gli incidenti di Davos e “Anatolian Eagle”, la Turchia si sia dimostrata disponibile a riprendere un ruolo di mediazione tra la Siria e Israele. A tutto questo si aggiunge il rilievo politico che va assumendo l’interscambio con la Cina: gli investimenti di Pechino nelle aziende turche sono sempre più importanti, in questa fase di crisi.

Se la bussola turca punterà più verso Est o più verso Ovest dipenderà anche dalle offerte americane e dalle opportunità che saprà offrire l’Europa. La Turchia è un paese in forte crescita, caratterizzato da un processo di urbanizzazione molto rapido. Oggi si sta formando la classe media nazionale dei prossimi anni, la cui opinione influenzerà il corso politico del paese. Un elemento è certo: l’Europa e l’America, rispetto a solo cinque anni fa, hanno meno leve per condizionare la politica turca.

Nelle ultime settimane si è aggiunta un’altra incognita: l’ombra dei militari. La scoperta di progetto di colpo di stato, con indagini che hanno coinvolto 49 militari, ha fatto riemergere le contraddizioni di cui soffre il paese. Se Erdogan è più tiepido verso l’Europa, i militari continuano a sospettare che egli persegua un disegno di islamizzazione del paese e sono intenzionati a contrastarlo. Ma una democrazia controllata dai generali è ben lontana dai modelli europei. La politica estera è inevitabilmente condizionata da quella domestica e, sotto questo rispetto, le tensioni interne che continuano ad attraversare la Turchia non possono non limitarne l’affidabilità internazionale.

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Vedi anche:

M. Lekic: L’offensiva diplomatica della Turchia nei Balcani

E. Schibotto: Se la Turchia si allontana dall’Ue