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La nuova escalation stragista

Pakistan in bilico

17 Mar 2010 - Mario Arpino - Mario Arpino

Impressionante la sequenza delle stragi suicide in Pakistan, che ha ripetutamente interessato a macchia di leopardo tutte le grandi città. A Karachi, strage anche tra i religiosi della così detta area moderata interconfessionale. I boati delle esplosioni trovano subito eco a Kandahar, in Afghanistan, con una serie di crimini analoghi. In entrambi i paesi la maggior parte delle vittime, che è rilevante, si conta tra la popolazione civile. Se in Afghanistan si può pensare alle vittime civili come “danno collaterale” delle azioni sovversive contro polizia, esercito e forze alleate, in Pakistan non ci sono soldati Nato o americani. In questo caso, niente truppe straniere da combattere e cacciare dal sacro suolo dell’Islam. Sono tutti musulmani pachistani. Ma allora, cosa sta succedendo e perché?

Una polveriera pronta a esplodere
Quando era ancora presidente del Pakistan e poco prima di ritirarsi in buon ordine, Pervez Musharraf sostenne che gli Stati Uniti non erano l’unica vittima dell’11 settembre. Anche per il Pakistan l’impatto era stato violento: aveva innescato la miccia di una polveriera interna già sul punto di esplodere per la presenza di quattro milioni di diseredati profughi afgani, in forte aumento dopo l’inizio della guerra ai talebani e ad al-Qaeda. I profughi afgani erano sfuggiti alla guerra contro i russi, ma erano anche amareggiati per il disinteresse degli Stati Uniti, che pure li aveva aiutati per ottenere il ritiro dei sovietici. Certo, ora il Pakistan aveva decisamente preso posizione contro il terrorismo, e la maggior parte dei pachistani condannava gli attentati dell’11 settembre.

Ma in questa doppia componente della società la parte tribale, quella più misera, incoraggiata dai trafficanti, dalle lobby religiose e dai latenti sentimenti anti-americani della classe evoluta, originati dal lungo periodo di sanzioni, stava alimentando sotto la brace una protesta destinata prima o poi ad esplodere. Le divisioni interne e le lotte di potere avrebbero catalizzato questo processo.

Ma lo sforzo di Musharraf di perseguire l’interesse nazionale mantenendo, al contempo, l’impegno contro il terrorismo non è stato compreso fino in fondo dall’Occidente – dagli Stati Uniti in particolare – e con il suo ritiro è stata così inconsapevolmente favorita una situazione che non poteva non portare alle attuali emergenze. Il presidente pachistano Asif Ali Zardari e il primo ministro Yousaf Raza Gilani oggi se ne rendono ben conto e, pur consapevoli che il residuo margine di consenso si va riducendo ogni giorno, in mancanza di alternative all’interno stanno cercando di negoziare con gli Stati Uniti un sostegno esterno che sia discreto, poco visibile e, soprattutto e per quanto possibile, accettabile per il paese. È a questo tentativo di dialogo che, con la violenza caratteristica degli estremisti, si stanno opponendo le componenti più riottose della società.

In queste acque torbide anche al-Qaeda sta tentando di ricostruire tra i fondamentalisti la propria credibilità, appannata dalle numerose sconfitte. Ma come mai questa recrudescenza della violenza si manifesta proprio nel momento attuale? Un’analisi degli eventi di questi giorni può forse essere illuminante.

L’asse con Washington
Sul fronte diplomatico, si lavora a un rilancio della cooperazione con gli Stati Uniti; la speranza è che, ottenendo risultati su questo fronte, sia possibile puntellare l’ormai evidente precarietà dell’esecutivo e bilanciare la sua perdita di credibilità sul fronte interno.

Lo scorso fine settimana l’attività politica – in parallelo con quella dei “martiri” assassini – è stata frenetica. Il Capo di Stato Maggiore, generale Ashfaq Parvez Kayani, ha avuto un lungo incontro con Shah Mahmood Qureshi, ministro degli esteri, per concordare gli aspetti di propria competenza – e sono tanti – dell’agenda del così detto “dialogo strategico” che inizierà a Washington il prossimo 24 marzo. La delegazione sarà ovviamente guidata da Qureshi, ma Kayani la precederà negli Stati Uniti con i suoi per una serie di incontri non solo militari.

Una riunione simile, ma su scala più ampia – con i principali ministri oltre all’onnipresente Kayani – è stata poi tenuta dal primo ministro Raza Gilani per completare l’agenda globale. Ciascun ministro, infatti, è stato invitato a presentare le problematiche del proprio dicastero, dall’economia alla sicurezza, dalla pubblica istruzione alle istanze sociali. Come ha detto lo stesso primo ministro, non si tratta solo di esaminare la situazione contingente, ma di ristabilire con gli Stati Uniti un rapporto di lungo termine che, superando le divergenze del passato, sia in grado di “portare i due popoli verso una condizione di reciproca fiducia”.

Sempre in preparazione del “dialogo strategico”, Ali Zardari ha ricevuto l’ambasciatore americano, signora Ann W. Patterson, per discutere la situazione regionale e le modalità di gestione dei finanziamenti di sostegno. Nella circostanza, ha anche riaffermato pubblicamente l’impegno contro il terrorismo.

La controffensiva dei religiosi
Tutto questo, va da sé, non piace assolutamente ai religiosi, è guardato con sospetto dall’intellighenzia e valutato tra i molti distinguo dall’avversario-alleato Nawaz Sharif, filoislamico per convenienza. Come si è visto nella strage dei chierici, le lotte settarie sciiti-sunniti fanno da degno contesto alla situazione, tanto da costringere il ministro degli interni federale Rahman Malik a minacciare le maniere forti e a dare incarico in tal senso al capo della polizia, in caso di intemperanze durante lo sciopero dei trasporti dichiarato a Karachi.

All’azione del governo – un centinaio di arresti a Rawalpindi e la pubblicazione di una lista comprendente i 130 estremisti più pericolosi – i religiosi, contrari ad ogni rapporto con gli Usa e con l’India, ribattono punto su punto. Nella preghiera dello scorso venerdì Sayed Munawar Hassan, leader di Jamaat-e-Islami, ha addirittura dichiarato che dietro gli attacchi terroristici di questi giorni c’è la famigerata compagnia di contractors Blakwater, che “opererebbe sotto la supervisione del ministro degli interni Rehman Malik”. Si è detto anche convinto che “questi incidenti non cesseranno finché il ministro non verrà rimosso”. Ha poi accusato gli Stati Uniti di utilizzare l’Afghanistan per una “guerra su procura” contro l’Iran e di fomentare l’instabilità in Pakistan con l’obiettivo di insediarsi stabilmente nel paese. Per suo conto Nawaz Sharif, in risposta ai propositi di dialogo di Zardari, fa dire al portavoce della sua lega islamica (Pml-N) – molto forte nel Punjab – che il partito non accetterà mai ordini dagli stranieri e rivolgendosi ai talebani chiede che, se questa è anche la loro posizione, si astengano da attentati nella regione sotto il suo controllo.

In Pakistan, quindi, tutti contro tutti. Anche se Richard Holbrooke, l’inviato speciale Usa per l’Afpak, ostentando un ottimismo di maniera, loda l’impegno del governo pachistano contro il terrorismo talebano e ritiene al-Qaeda allo stremo. Mentre i fatti sembrerebbero indicare il contrario, un recente sondaggio di Gallup trova che otto cittadini su dieci siano stanchi di ogni estremismo e che in Afghanistan il favore degli intervistati per i talebani negli ultimi sei mesi sia sceso dal 15 al 4 per cento. Se sono rose, fioriranno. Non resta ora che attendere la fine del mese per capire quali premesse di pace e stabilità sia in grado di creare il nuovo “dialogo strategico”. A meno che – in questa regione del mondo tutto è possibile – non si trasformi in ulteriore benzina sul fuoco.

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Vedi anche:

M. Arpino: Afghanistan, le incognite del ‘divide et impera’

C. Calia: Rischio Pakistan

E. Giunchi: Il dopo-Musharraf si presenta pieno di problemi